I Testimoni di Giustizia

Il 22 ottobre 2013 viene insediata, con alcuni mesi di ritardo rispetto all’avvio dei lavori parlamentari, la Commissione Bicamerale d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere (cd Antimafia).

La Commissione Antimafia dimostrerà fin da subito una produttività eccezionale, che l’ha resa una delle più prolifiche della storia repubblicana. Una delle prime uscite dell’on Bindi in qualità di Presidente della Commissione Antimafia sarà in occasione di un convegno organizzato il 20 dicembre 2013 a Roma dall’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia presso la Sede della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI).

Presenti all’incontro anche Filippo Bubbico, allora Viceministro dell’Interno, Don Luigi Ciotti, Presidente di Libera e Gianpiero D’Alia, Ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione.

Alle Istituzioni i testimoni chiedono che vengano garantiti i loro diritti stabiliti dalla legge; ai media più spazio per dare voce alle loro storie e al loro coraggio. Come ha ricordato Don Ciotti, l’allontanamento dalla propria terra di origine di un cittadino onesto è una grande sconfitta. Sono i mafiosi a dover andare via e non chi rende testimonianza. Lo Stato deve farsi carico della vita di queste persone offrendo loro non solo protezione fisica, ma anche assistenza psicologica e legale.

La rappresentanza della commissione antimafia assicurò che il governo non sarebbe restato sordo di fronte alle loro richieste perché non è accettabile pensare di subire violenza due volte, prima dalla mafia e poi da quello Stato che dovrebbe proteggerti, perché i testimoni di giustizia sono “lo strumento più importante dello Stato in materia di lotta alla mafia”.

 

Il V comitato della Commissione

Nel mese di marzo del 2014 Davide Mattiello viene nominato coordinatore del V Comitato della Commissione Antimafia dedicato proprio ai testimoni di giustizia, ai collaboratori e alle vittime di mafia. Era il 31 Marzo, giorno in cui viene ricordata Renata Fonte, assassinata nel 1984 a Nardò, dove era da due anni assessore alla cultura e all’istruzione. Renata Fonte si oppose alla speculazione edilizia che mirava a fare di Porto Selvaggio, un luogo privato, per soli ricchi. Oggi, grazie alla denuncia caparbia di Renata, Porto Selvaggio è un parco pubblico a disposizione di ogni cittadino. Con questa coscienza, che diventa impegno a fare ciascuno la propria parte in spirito di servizio, si aprivano i lavori del V comitato.

In Italia la denuncia rappresenta ancora una sfida, un valore da inverare pienamente attraverso i comportamenti tanto delle Istituzioni, quanto dei cittadini. La forza delle mafie è soprattutto culturale e nel codice mafioso “l’alfa” è senz’altro l’omertà: farsi i fatti propri. Guai a chi rompe il vincolo: chi parla è un infame, meritevole della peggior morte. Potremmo dire che il testimone di giustizia è una sorta di eretico in questo Paese. Il testimone di giustizia è il cittadino onesto, che, avendo assistito a un crimine o avendolo subito, anziché sopportare, anziché girarsi dall’altra parte, anziché cercare scorciatoie, decide di denunciare, di fare i nomi e i cognomi, con ciò esponendosi ad un rischio per la propria vita e per la vita dei suoi famigliari tale da rendere inadeguate le misure di protezione ordinarie.

L’inchiesta del V Comitato procederà su un doppio binario. Da un lato ascoltando coloro che sono responsabili della tutela: il Vice Ministro dell’Interno, la Commissione Centrale, il Servizio Centrale, ma anche la DNA per capire quali sono i criteri usati per stabilire chi sia ad aver bisogno di tutela.

Verrà approfondito il funzionamento del sistema che dall’accoglienza del testimone, conduce fino al suo pieno reinserimento nella vita normale, al termine dei processi e verrà verificato l’iter di attuazione delle nuove norme per l’inserimento lavorativo dei testimoni.

Dall’altro lato saranno ascoltati i testimoni stessi: quelli che sono attualmente nello speciale programma di protezione, quelli che ne sono usciti con la capitalizzazione, quelli che non sono voluti entrare, preferendo essere tutelati in loco. Verrà approfondita anche la qualità del rapporto tra testimone e apparati, la qualità della vita dei testimoni durante la protezione e anche la qualità della loro vita successiva ai processi e alla capitalizzazione.

 

La Relazione del V Comitato

Dall’inchiesta nascerà la relazione sul sistema di protezione dei testimoni di giustizia, approvata dalla Commissione antimafia all’unanimità il 21 ottobre del 2014.

Che cosa auspica questa relazione? Primo, una legge per i testimoni di giustizia che li distingua, in maniera radicale, dai collaboratori, perché non debba più succedere che si confondano collaboratori e testimoni.

Secondo, che l’adozione degli strumenti di tutela e di assistenza economica e reinserimento lavorativo si realizzi superando la discriminazione tra soggetti sottoposti allo ”speciale programma di protezione” e soggetti sottoposti alle “speciali misure”. Insomma: come un abito cucito su misura.

Ultimo auspicio riguarda le donne e i minori che fanno parte di quei contesti familiari e criminali e che da quei contesti vogliono liberarsi benché non abbiano, talvolta, informazioni utili per l’autorità giudiziaria.

Il 21 aprile del 2015 Davide Mattiello presentava all’aula di Montecitorio la relazione approvata in antimafia, sulla quale l’Assemblea di Camera e Senato esprimeranno pieno consenso attraverso l’approvazione di appositi atti di indirizzo.

 

La legge

Il 16 dicembre 2015 veniva presentata alla Camera la proposta di legge, frutto della relazione approvata in Commissione Antimafia, “Disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia” che vedeva come primo firmatario la Presidente della Commissione Rosy Bindi a rimarcare il sostegno unanime di tutte le forze politiche presenti in Commissione Antimafia (in Senato la prima firma sarà del vice presidente della Commissione Antimafia, sen. Luigi Gaetti appartenente al M5S).

Mattiello ha dedicato il progetto di legge a Rita Atria, la testimone di giustizia di 17 anni, suicidatasi il 26 luglio 1992, ad una settimana di distanza dalla strage di via D’Amelio. La ragazza, figlia e sorella dei boss di Partanna, aveva iniziato a raccontare i traffici della famiglia proprio al giudice Borsellino. Dopo la morte di Borsellino, Rita Atria vide sgretolarsi qualsiasi possibilità di continuare nel suo faticoso percorso.

Il provvedimento avrà come relatore, sia in commissione che in aula, Davide Mattiello. Il provvedimento inizia il suo iter il 7 settembre del 2016 in Commissione Giustizia alla Camera, percorso che si concluderà con l’approvazione in commissione il 27 febbraio 2017.

Il testo interviene anche sui requisiti necessari da soddisfare per rientrare sotto questa speciale protezione, individuandone principalmente tre: l’oggetto della testimonianza, che deve essere intrinsecamente attendibile e rilevante ai fini delle indagini o del giudizio; l’assenza di condanne per delitti non colposi, o misure di prevenzione a carico del dichiarante da cui si desuma l’attualità della pericolosità sociale; l’assenza di benefici tratti dai reati che sta denunciando.

Il 9 marzo del 2017 il provvedimento viene approvato nell’aula di Montecitorio e passa all’esame del Senato.

Per l’approvazione definitiva del Senato bisognerà attendere il 21 dicembre 2017, ovvero pochi giorni prima della fine della XVII legislatura. A seguito dei tanti appelli da parte di associazioni, sindacati e parlamentari, finalmente il provvedimento viene calendarizzato in Senato ed approvato lo stesso giorno.

 

Tratto da dichiarazione di Davide Mattiello

“Senza il lavoro corale di Parlamento e Governo questo risultato non sarebbe stato possibile: il valore dei Testimoni di Giustizia oggi ha il suo pieno riconoscimento. La Legge appena approvata all’unanimità oltre a cambiare in maniera concreta la gestione della sicurezza dei Testimoni di Giustizia, sia sul piano della prevenzione del rischio sia sul piano del sostegno economico e psicologico, manda un messaggio chiaro e ineludibile: il cittadino per bene che avendo assistito ad un delitto o avendolo subito decide di denunciare, con ciò esponendosi ad un rischio tale da rendere inadeguate le ordinarie misure di sicurezza, è un tesoro repubblicano e come tale va trattato. Non è un “infame” perché non si è impicciato dei fatti suoi, non è un “costo” da minimizzare. D’altra parte la legge fa chiarezza su eventuali abusi: fissa paletti precisi sul profilo del Testimone di Giustizia, per evitare che la qualifica venga scambiata per uno status, acquisito una volta per sempre”.

Io non ho fatto (quasi) niente: bilancio di Legislatura

Io non ho fatto (quasi) niente

Rispondo così e non per provocazione, ai tanti che mi hanno chiamato o che mi hanno scritto per congratularsi con me per la riforma del sistema tutorio dei Testimoni di Giustizia che ieri il Senato ha definitivamente approvato.

Così come accadde dopo l’approvazione della riforma del 416 ter, voto di scambio politico mafioso, della riforma Codice Antimafia, della istituzione del 21 di Marzo, Giornata nazionale dedicata alle vittime (innocenti) delle mafie

Nel bene e nel male, quello che si fa in Parlamento è il frutto di un lavoro collettivo, sempre animato da diverse intenzioni, spesso agitato da tensioni ideologiche e materiali.

Nel bene e nel male il prodotto della attività parlamentare è specchio dei rapporti di forza tra i partiti e dentro ciascun partito, non c’è nessuna autorità sovraordinata a garantire armonia e razionalità, ne’ tanto meno il perseguimento coerente e lineare del “Bene comune”: c’è quel che si fa attraverso il conflitto. E’ la democrazia.

Quando il Partito Democratico mi propose la candidatura nell’ormai lontano Dicembre del 2012, ne ero consapevole e accettai quella proposta sperando di contribuire ad una azione politica che avrebbe realizzato le scelte di cui avevamo sentito il bisogno negli anni lunghi di militanza sociale che mi aveva visto impegnato.

E’ stato un quinquennio complicato, partito senz’altro quasi nel peggiore dei modi, tra non-vittorie, subitanee scissioni (Italia Bene Comune morta alla prima assemblea), Governi no-alternative, ma oggi posso dire che ne è valsa la pena e che è stato un privilegio servire le Istituzioni repubblicane.

Quello che si poteva fare, l’abbiamo fatto.

Non tutto e non sempre come avremmo voluto, certo. Ma è stato fatto.

Sono grato a chi, avendo esperienza e competenze molto maggiori delle mie nella difficile gestione del processo parlamentare, ne ha determinato l’esito. Tre esempi paradigmatici: le mie due Presidenti, l’on. Bindi della Com Antimafia e l’on. Ferranti della Com Giustizia, leonesse differenti nei modi, ma non nella caparbietà e nel senso dello Stato; la delegata d’Aula, on. Cinzia Fontana, severa e umanissima nel governo del gruppo.

La democrazia offre una occasione alla composizione non violenta del conflitto sociale (il che è davvero molto, in tempi di rigurgiti fascisti), che questa occasione sia colta o sprecata, dipende dalla qualità dei partiti e i partiti sono fatti di persone. E’ il partito che garantisce quella continuità di saperi ed orientamenti, che va oltre il contributo che i singoli possono dare temporaneamente stando dentro le istituzioni: i singoli è bene che passino, le Istituzioni e la capacità di farle funzionare no. Professionalità senza professionismo, ma anche senza improvvisazione.

Con me il PD ha mantenuto le promesse: chi conosce la storia del contrasto alle mafie in Italia sa che quasi sempre lo Stato ha fatto cose buone, soltanto reagendo al sangue versato dalla violenza criminale. Le riforme più importanti cioè sono state il frutto amaro degli eccedi di mafia: dopo Ciaculli, dopo via Carini, dopo Capaci e Via D’Amelio.

Noi abbiamo approvato leggi buone senza la dittatura del sangue: perché ci abbiamo creduto. Alcune di queste riforme erano attese da oltre vent’anni: i delitti ambientali, il voto di scambio, la istituzione della Giornata delle vittime di mafia, lo Statuto dei Testimoni di Giustizia. Altre hanno rappresentato una inversione a U rispetto al trend degli anni precedenti: il falso in bilancio, l’autoriciclaggio, l’anti corruzione, la prescrizione. Altre hanno provocato anche qualche fastidio e qualche incomprensione di troppo come le nuove norme contro il caporalato e il nuovo Codice Antimafia.

Il partito perfetto è quello che non esiste, il partito migliore è quello che ancora non conta niente. Un partito che conti e che si assuma la responsabilità di governare è un partito che si compromette con la realtà, che lo deforma, penetrandolo di ogni ambizione più o meno lecita. Talvolta fin troppo e c’è senz’altro il rischio che il partito si snaturi, ma è proprio per questo che conviene starci dentro e gremirlo di resistenze, piuttosto che sottrarsi, facendo il gioco delle spinte che sfigurano.

Anche questa lezione si impara osservando le mafie che purtroppo per noi hanno una formidabile capacità di resilienza e se la ridono di ogni sfarinamento inconcludente.

Il PD ha una base giovanile straordinaria che ho avuto modo di incontrare in ogni angolo di Italia: sono certo che loro contribuiranno a fare meglio quello che noi non siamo riusciti a fare fin qui. E anche questo è un gran conforto.

 

Davide Mattiello

Deputato, PD, XVII Legislatura

No ai fuochi d’artificio sulla pelle dei Testimoni di Giustizia!

No ai fuochi d’artificio sulla pelle dei Testimoni di Giustizia! Rischia di saltare dal programma dei lavori del Senato, dopo oltre quattro anni di lavoro e nonostante il consenso unanime delle forze politiche su una riforma attesa da 25 anni, che riconosce piena dignità ai cittadini onesti che a causa delle denunce che fanno si espongono ad un rischio altissimo per la propria vita e la vita dei propri famigliari. Nel merito dei provvedimenti di cui alcuni gruppi stanno chiedendo l’anticipazione nemmeno entro: alcuni come lo Ius Soli sono fondamentali e mi hanno visto sempre in prima linea. Qui la questione non è il merito dei provvedimenti ma il senso che deve avere il Parlamento: deve servire a fare leggi su cui ci sono i numeri o deve servire a fare campagna elettorale, trasformando gli ultimi giorni di attività in una girandola di fuochi d’artificio? Quest’ultima ipotesi è semplicemente immorale. Possibile che il Presidente Grasso non la contrasti?

 

Legge sui Testimoni di Giustizia: #adesso è il momento

Improbabile che il Senato calendarizzi la riforma dei Testimoni di Giustizia per l’approvazione definitiva, ho chiesto un intervento a tutta la Commissione Antimafia e in particolare alla Presidente Bindi, prima firmataria del provvedimento, che si è spesa già pubblicamente innumerevoli volte.
Ho molto apprezzato le proposte che la Presidente Bindi ha portato oggi in Commissione sul tema della trasparenza elettorale, perché più si fa per qualificare le candidature, più si contrasta l’astensionismo e più si riduce il peso dei voti controllati dalla mafia, che invece oggi, soprattutto nei centri medio piccoli rischiano di fare la differenza. Ho ricordato che c’è almeno un altro fattore che rischia di allontanare dalla politica le persone per bene: i difficili percorsi di chi denuncia, diventando testimone di giustizia, che spesso viene allontanato per motivi di sicurezza dalla propria località d’origine ed è destinato a perdere il lavoro e spesso l’impresa. Mentre i collusi rimangono a casa propria. La proposta di riforma già approvata all’unanimità dalla Camera e prima ancora all’unanimità dalla stessa Commissione Antimafia, rafforza gli strumenti a sostegno del cittadino che testimonia e resta a casa sua, protetto dallo Stato. Al Senato bastano poche ore per il voto finale, che valgono tanto per il Paese anche sul piano culturale

Stati generali dell’antimafia: l’appello per i testimoni di giustizia

Forte appello per l’approvazione definitiva della riforma dei Testimoni di Giustizia dal tavolo degli Stati Generali dell’Antimafia, sia Romani di Avviso Pubblico che Rando di Libera insistono sul punto. È davvero una questione di civiltà: i Testimoni sono cittadini per bene, che denunciano ciò che vedono o ciò che subiscono e che per questo si espongono ad un rischio tale per la vita da dover essere sottoposti a speciali misure di protezione, che spesso sono davvero traumatiche. Oggi è l’anniversario della morte di Lea Garofalo: quale giorno migliore per ribadire questo impegno? La proposta di legge, 3500, porta come prime firme quella della Presidente Bindi e del Vicepresidente Gaetti della Commissione Antimafia a sottolineare l’unanime consenso che la sostiene: non sprechiamola!

La lettera per i Testimoni di Giustizia al Presidente Grasso

Oggetto: richiesta calendarizzazione e approvazione in aula della proposta di legge sui testimoni di giustizia

Gentile Presidente Grasso,
Gentili Senatori,

vi scriviamo questa lettera nella consapevolezza che in questa fase finale di legislatura sono diversi i provvedimenti di cui viene richiesta l’approvazione. Tra questi, tuttavia, non possiamo non sottoporre alla Vostra attenzione, quello che a nostro giudizio è uno dei più importanti ovvero la proposta di legge di riforma della normativa
in materia di testimoni di giustizia (PDL 3500, Bindi-Gaetti). Un tema sul quale anche la Commissione parlamentare antimafia ha redatto e approvato una specifica relazione, sulla quale l’Assemblea di Camera e Senato hanno da tempo espresso pieno consenso attraverso l’approvazione di appositi atti di indirizzo.

Si tratta di un provvedimento già licenziato all’unanimità dalla Camera dei deputati nel mese di marzo e, alcune settimane fa, dalla Commissione Giustizia del Senato.

L’approvazione della proposta di legge non è solo uno dei punti che noi scriventi abbiamo inserito in un appello pubblico che abbiamo rivolto, a gennaio di quest’anno, al Governo e al Parlamento ma è, soprattutto, un provvedimento atteso da tempo dai testimoni di giustizia, ovvero da cittadini onesti, con un alto senso dello Stato, che hanno avuto il coraggio di denunciare dei gravi reati alle autorità competenti, contribuendo a bonificare l’Italia dall’invasività delle mafie, della corruzione e del malaffare.

Per questi motivi, siamo unanimemente a chiedervi di calendarizzare il provvedimento in occasione della prossima Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari e, successivamente, di discuterlo e approvarlo in Aula.
Chi ha messo in gioco la propria vita e quella dei propri famigliari, dovendo vivere sotto scorta, cambiando spesso identità e luogo di residenza e di lavoro per evitare di essere intimidito e assassinato, ha il diritto di sentire forte e chiaro che le Istituzioni sono schierate chiaramente dalla sua parte.

Distinti saluti

Arci, Acli, Avviso Pubblico, Centro Pio La Torre, Cgil, Cisl, Uil,
Legacoop, Legambiente, Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie,
SOS Impresa

#adesso: approviamo la legge sui Testimoni di Giustizia

I testimoni di giustizia sono uno degli esempi più alti di valore civile della nostra Repubblica: sono
cittadini con un alto senso dello Stato italiano che hanno denunciato mafiosi e corrotti caricando sulle proprie spalle l’onere di contribuire a cambiare in meglio il nostro Paese. Sono persone, famiglie, storie che diventano un simbolo di quella fedeltà alla Repubblica richiesta dall’articolo 54 della nostra Costituzione.
Nel marzo di quest’anno la Camera dei deputati ha approvato all’unanimità la proposta di legge di riforma della normativa in materia di trattamento dei testimoni di giustizia (pdl 3500, Bindi-Gaetti): la riforma migliora sensibilmente la condizione di vita dei testimoni e introduce migliorie volte a rendere il sistema più rigoroso e trasparente.
Il provvedimento, già licenziato dalla Commissione Giustizia del Senato, è ora in attesa di essere discusso dall’Assemblea, dove peraltro non risulta ancora inserito nel programma dei lavori: faccio appello alla responsabilità di tutti perché l’Aula del Senato possa ripristinare il testo della Camera, e licenziare definitivamente la legge!

 

Testimoni di Giustizia: cambiare il testo è uno schiaffo al lavoro fatto

Mandare sotto il Governo mentre si vota la riforma sui Testimoni di Giustizia, modificando il testo, è uno schiaffo al lavoro fatto e pure ai Testimoni.
Cambiare il testo significa dover ricominciare l’iter alla Camera: ma che senso ha?
Il testo su cui si sta esprimendo la Commissione Giustizia del Senato venne votato all’unanimità dalla Commissione antimafia e votato all’unanimità dalla Camera dei Deputati a Marzo. L’impegno era quello di mantenere il testo, proprio per avere la Legge in questa Legislatura. Io come coordinatore del V Comitato della Commissione anti mafia ogni giorno raccolgo le difficoltà, le preoccupazioni dei Testimoni e delle loro famiglie: tutti aspettano questa legge! Che porta dei migliorativi significativi. C’è sempre qualcosa da migliorare nelle leggi, ma la responsabilità dei politici si misura anche nel decidere quando bisogna chiudere, per non buttare via tutto. Faccio appello alla responsabilità di tutti perché l’Aula del Senato possa ripristinare il testo della Camera, e licenziare definitivamente la legge!

I fratelli Luciani e i nostri ‘eretici civili’

C’è chi vuole che questo resti il Paese del ‘fatti i cazzi tuoi che campi 100 anni’. Non mi tolgo dalla testa l’assassinio dei fratelli Luciani, perché pare legarsi con un filo maledetto alla storia di Giuseppe Letizia, ucciso a 12 anni nel 1948 dai mafiosi che avevano ammazzato Placido Rizzotto, a quella di Graziella Campagna, uccisa a Villa Franca a 17 anni nel 1985 perché poteva aver riconosciuto un latitante, a quella di Umberto Mormile, educatore nel carcere di Opera, ammazzato nel 1990 perché aveva capito dei contatti in carcere tra ‘ndranghetisti e uomini dei servizi, tanto da meritare la prima rivendicazione della Falange Armata. C’è chi ci ricorda che mafie e mafiosità sono il nostro terrorismo continuo, il nostro fallimento più grande, la guerra irrisolta tra branchi e cittadini, tra assoggettamento e sovranità. C’è anche ‘chi no’ come sempre e guai a dimenticarlo perché si farebbe un torto a chi prova a cambiare le cose e si aggiungerebbe disperazione al dolore dei famigliari delle vittime. Sono i Testimoni di Giustizia che fanno nomi e cognomi, non per convenienza, ma per convinzione. Sono pochi, certo e spesso vivono male. Ma sono i nostri ‘eretici civili’ e sono il posto da cui ripartire. Ancora

Servizio centrale di protezione: servono più risorse

Piena fiducia nei confronti del Servizio Centrale di Protezione, ma servono più risorse. Abbiamo da poco concluso l’audizione del direttore del Servizio Centrale di Protezione, dott. Caridi, che ho chiesto e condotto come presidente del V Comitato della Commissione Antimafia, presenti oltre a me il Vice presidente sen. Gaetti e l’on. D’Uva. L’audizione si è resa necessaria dopo gli arresti domiciliari disposti dal GIP di Roma il 7 luglio nei confronti di tre pubblici ufficiali, Socciarelli, Fonzi e Provaroni, indagati con l’accusa di aver sottratto alle casse del Servizio 572.450 € nell’arco di anni compreso tra il 2009 e il 3 dicembre del 2015. Fatti gravissimi perché rischiano di incrinare la credibilità dello Stato proprio in uno dei suoi avamposti più sensibili: la mano tesa verso quei cittadini che decidono di affidare la propria vita e spesso la vita dei propri cari alle Istituzioni, per fare giustizia. Siano essi Testimoni di Giustizia, siano essi Collaboratori. Dall’audizione è emerso che in nessun modo la sottrazione del denaro si è tradotta in una compressione delle legittime aspettative da parte della popolazione protetta. Inoltre è risultato evidente il ruolo dei funzionari onesti del Servizio Centrale di Protezione nello smascherare attraverso una efficace azione di monitoraggio, il comportamento illecito dei colleghi, che hanno per altro già ammesso almeno in parte gli addebiti. Prova ne è che la Procura di Roma nel delegare le attività di Polizia Giudiziaria, le abbia affidate al medesimo Servizio Centrale oltre che alla Squadra Mobile di Roma. Il direttore Caridi ci ha illustrato le novità decise nella gestione contabile del Servizio che dovrebbero in futuro rendere impossibili anche le condotte illecite attuate dagli indagati e ha apprezzato le proposte che ho avanzato in materia di maggiore trasparenza nel rapporto tra Servizio e protetti, in particolare il ripristino tempestivo dello “statino” del protetto e l’adozione, per quanto possibile, della rotazione negli incarichi all’interno del Servizio. Resta un dato strutturale di cui la politica deve farsi carico: la popolazione protetta supera le 6000 unità, di cui 2.000 sono minori, a fronte di questi numeri gli addetti al Servizio Centrale sono complessivamente circa 700 unità, con un budget annuale che oscilla tra gli 80 e i 100 milioni di euro, troppo poco insomma, pur nella consapevolezza che il sistema di protezione italiano è considerato a livello mondiale una eccellenza. Ma noi italiani sappiamo che siamo diventati una eccellenza a causa di quell’altra straordinarietà negativa rappresentata dalla pervasività delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, la cui forza dipende ancora dalla capacità di intimidire per farsi ubbidire. Quando lo Stato è credibile, la paura passa e le collaborazioni di qualità aumentano. Sono soldi ben spesi quindi.