Arriva in Commissione la legge sul voto per chi studia e lavora fuori. Ma io vi parlo di chi l’ha reso possibile

Non c’è rivoluzione senza poesia. La poesia talvolta è fatta in versi, altre volte è fatta in gesti, gesti che hanno la forza di evocare un destino differente da quello al quale in tanti sembrano assuefatti.

C’è della poesia nel gesto del Collettivo “Valarioti”: da mesi questi giovani calabresi per lo più impegnati in Università basate fuori dalla Calabria si battono per avere una legge che consenta il voto nel domicilio in cui si studia o si lavora, evitando così di dover tornare per forza in località di residenza. Giovedì 29 aprile in Commissione Affari Costituzionali della Camera comincia la discussione di una proposta di Legge a prima firma Brescia che traduce in norme questo intento, al quale questi giovani hanno lavorato con grande passione e grande capacità di coinvolgimento.

Coinvolsero anche me, in quanto consulente della Commissione parlamentare Antimafia, spiegandomi che questo strumento sarebbe servito anche a “diluire” il peso del voto inquinato dalla ‘ndrangheta in territorio d’origine. Allargare la platea dei votanti, dare in particolare una possibilità in più ai tanti giovani che studiano o lavorano lontano da casa, è senz’altro un modo concreto ed intelligente per far pesare di meno quella capacità purtroppo tante volte verificata che hanno i clan mafiosi di condizionare pesantemente l’esito elettorale, pilotando migliaia di voti. Quanto sia attuale questa minaccia lo dimostrano le tante inchieste aperte attualmente, che riguardano tanto il Sud, quanto il profondo Nord (Valle d’Aosta compresa!). Sono inchieste già diventate processi che in alcuni casi hanno già prodotto sentenze di condanna, come nell’abbreviato che si è celebrato a Torino nell’ambito di una vicenda, processualmente divisa in due tronconi (abbreviato e ordinario) dove imputati di voto di scambio politico mafioso sono un ex Assessore regionale della Giunta Cirio (che dovrà essere giudicato in ordinario) e alcuni esponenti legati a clan di ‘ndrangheta.

I giovani del Collettivo “Valarioti” mi fecero venire in mente la commovente e formidabile mobilitazione che ci fu quando in Sicilia si candidò alla carica di presidente della Regione Rita Borsellino, l’indimenticata sorella di Paolo, scomparsa nell’Agosto del 2018. Allora per “diluire” il voto condizionato dalla mafia non si pensò al voto a distanza, ma più materialmente ad organizzare treni e pullman speciali per consentire ai “fuori sede” di tornare in Sicilia per votare. Era il 2006: un’altra epoca!
E’ poesia questo impegno del Collettivo “Valarioti” perché ha il sapore della speranza che si incarna nella storia per cambiare la realtà e renderla più libera e più giusta. Una scossa che demolisce l’abitudine a pensare che le cose non possano cambiare.

Fa il paio con un’altra notizia arrivata in questi giorni: la Cassazione ha definitivamente assolto Carolina Girasole, già Sindaca di Isola Capo Rizzuto, investita da un’accusa infamante, quella di aver approfittato dell’appoggio degli Arena per aprirsi la strada del successo elettorale. Conobbi Carolina Girasole quando era Sindaca e si batteva perché alcuni beni confiscati alla ‘ndrangheta fossero destinati ad attività di riscatto sociale e la ritrovai negli anni successivi, durante il processo, sempre con la schiena diritta e la incrollabile fiducia che presto o tardi la Giustizia avrebbe fatto il suo corso. L’ha fatto ed ora spero proprio che Carolina Girasole possa riprendersi, se lo vorrà, quel posto che merita nella sua Calabria.

In comune queste storie hanno la politica e la sua centralità nel determinare i destini collettivi. Negli anni ho incontrato tanti uomini e tante donne calabresi altrettanto determinati a far valere la propria libertà nonostante condizionamenti davvero estenuanti, oggi la Calabria è ad un nuovo giro di boa e mi auguro che la poesia di lotta del Collettivo “Valarioti” contribuisca ad accendere gli animi perché, come scrive il Collettivo, “Se non lo facciamo noi, ora, quando e chi lo farà?”.

Articolo da Il Blog de Il fatto Quotidiano

Caro Filisetti, senza antifascismo non c’è antimafia: si vergogni e si dimetta!

Articolo sul blog de Il Fatto quotidiano.

La circolare firmata dal dirigente dell’Ufficio scolastico regionale per le Marche, Marco Ugo Filisetti, che invita studenti e studentesse a celebrare il 25 aprilecommemorando tutti i caduti della seconda guerra mondiale senza distinzione di parte, è tanto vergognosa quanto pericolosa ed auspico che il ministro Bianchi intervenga prontamente.

C’è una regola generale che va richiamata in premessa: un Paese è quello che è soprattutto per le scelte di rottura e discontinuità che ha saputo fare rispetto al passato dal quale arriva, parafrasando Calvino: ogni Paese riceve la sua forma dal deserto cui si oppone. L’Italia repubblicana e democratica, fondata sul lavoro, è l’Italia fondata da chi si è opposto al nazifascismo e che il 2 giugno 1946, sperimentando per la prima volta il suffragio universale, ha detto basta anche con la monarchia.

La memoria collettiva che si fa celebrazione civile nel calendario repubblicano è dedicata a coloro che si sono fatti carico di quei No, perché è a quei No che siamo grati ed è a quei No che dobbiamo la nostra libertà. A tutti i morti è giusto rivolgere un senso di umana pietà, ma altra cosa è la memoria collettiva che diventa celebrazione repubblicana: quella si deve soltanto ai martiri della libertà. Ma c’è di più.

La rottura col nazifascismo e con la monarchia è stata per contro, nella fondazione della Repubblica democratica, l’affermazione in Costituzione del principio più antagonista: l’uguale dignità di ogni essere umano, che ha per conseguenza l’uguaglianza di tutti davanti alla legge e ancora l’ordine imposto alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli materiali che continuino a produrre ingiuste diseguaglianze. Niente di più antagonistico rispetto ad una società fondata sulla teorizzazione della segregazione tra esseri umani di serie “A” (ariani, sani, eterosessuali…) ed umanità di serie “B” (tutti gli altri, che se non da eliminare fisicamente saranno comunque da sfruttare mantenendoli in costante condizione di subalternità).

E’ questa rottura etica che celebriamo il 25 aprile. E’ questa rottura etica, questo ribaltamento radicale che vede il valore della persona iscritto nella sua stessa esistenza e non nell’appartenenza a questo o quel gruppo umano privilegiato che fa della nostra Costituzione una Costituzione antifascista e dunque antimafiosa. Eh sì, perché la cultura mafiosa è sorella di quella fascista: anche la mafia infatti è fondata su una visione ferocemente segregazionista della società, una società divisa tra uomini d’onore cui tutto è concesso e uomini che stanno fuori dal clan, specie di “babbani” che è bene si facciano i fatti propri e all’occorrenza ubbidiscano senza protestare, pena l’eliminazione.

Non ci sarebbe antimafia senza antifascismo. Senza antifascismo la mafia sarebbe Stato. Sarebbe come se nel 2022, per i 30 anni dalle stragi mafiose del 1992, un dirigente scolastico scrivesse: cari ragazzi, nel 1992 due fazioni se le sono date di santa ragione, ciascuna gagliardamente convinta della bontà delle proprie ragioni, da una parte i Corleonesi e dall’altra i Magistrati di Palermo, ma noi oggi dobbiamo guardare al futuro e dobbiamo superare odi e pregiudizi e quindi vi invito a ricordarle tutte quelle vittime, senza distinzione di parte.

Dottor Filisetti: si vergogni e si dimetta. Scelga lei in che ordine fare le due cose.

Piano Strategico Metropolitano 2021-2023: un atto d’amore e politico

Il Piano Strategico Metropolitano 2021-2023, Torino Metropoli Aumentata, è un atto d’amore per il nostro territorio ed insieme è un atto politico e meno male che talvolta le due cose coincidono ancora. Uno sforzo che raccoglie quanto di meglio la Torino metropolitana ha già saputo esprimere in questi ultimi decenni, proiettandolo oltre, perché possa essere di più di così. E proprio in questo sta “l’atto d’amore”, nel volere “essere di più”: cento anni fa nasceva uno dei più grandi pedagoghi del ‘900, Paulo Freire, che in portoghese sintetizzava questo concetto con le parole “ser mais”. Gli potrebbe fare eco, a ideale completamento dell’idea, un altro straordinario pedagogo e militante come Danilo Dolci che amava dire: “Si cresce soltanto se sognati”. Sognare una Torino più grande, nel senso declinato dal PSM, cioè ancora più inverata nelle sue premesse, nel suo capitale potenziale, ecco l’atto d’amore verso il territorio metropolitano e quindi verso le migliaia di persone che per caso o per scelta lo hanno eletto a domicilio delle proprie aspettative di vita.

Perché tutto ciò che sta scritto nel PSM ha a che fare con niente di meno che con la ricerca della felicità.

C’è una questione sulla quale voglio soffermarmi: su quali “gambe” potrebbe camminare questo ser mais?

Riprendo un passaggio centrale della visione che sta alla base del PSM:

“Una città aumentata è intelligente – e non solo smart – perché capace di generare un ecosistema abilitante basato sull’hardware fornito dalla qualità degli spazi urbani e sul software codificato dalla cittadinanza attiva” (Carta)
Il “software” codificato dalla cittadinanza attiva, cioè da chi ha adeguati strumenti culturali per cogliere le opportunità e trasformarle in progetto. Dalle mie parti si direbbe: facciamo giocare chi ha le scarpe da pallone.

E chi no?
Il rischio che l’hardware abilitante venga opportunamente cavalcato da chi ha già le scarpe da pallone è sempre dietro l’angolo, anche perché quando i decisori pubblici e privati destinano risorse finanziarie al potenziamento dell’hardware abilitante si aspettano, comprensibilmente, un certo ritorno in un certo tempo, il che a volte rischia di far restringere la platea dei soggetti destinatari a quanti diano più garanzie di saper mettere a frutto i talenti ricevuti.
La questione non è elusa dal PSM bisogna riconoscerlo, specialmente nell’asse 5 che fa riferimento alla equità e alla coesione sociale.
Infatti nella nota introduttiva all’asse 5 si legge:
“Bisogna cominciare a rivolgersi a un tipo di strumenti che riconoscano la non linearità dei processi, il ruolo centrale dei fattori abilitanti e il fatto che probabilmente dobbiamo cominciare a cambiare un po’ l’unità di analisi” (Calderini)

Proprio così: i processi sociali tutto sono fuorchè lineari. Di “lineare” c’è soltanto lo scorrere del tempo, il che per altro dovrebbe mettere a tutti un po’ più di brio.

Che fare allora?
Io credo che in concreto una delle scelte che aiuterebbero a tenere quanto più ampia la platea del “ser mais” sarebbe quella di investire di più su quelli che Freire definirebbe “animatori d’ambiente” cioè persone capaci di stare a metà strada tra l’hardware abilitante ed i tanti spaesati che rischiano di passare per Torino come acqua sui vetri. Niente di completamente nuovo: a Torino esiste una gamma vasta di “animatori d’ambiente”. Sono i mediatori culturali, gli assistenti sociali, gli animatori di comunità e scolastici, gli insegnanti, gli operatori dei centri per l’impiego … fino ai “navigator”! Persone molto spesso competenti e dedite, che svolgono tutte, ciascuna col proprio specifico, quel fondamentale servizio civico che contribuisce a far trovare o ritrovare la bussola a chi fatica a fare rotta. L’ISTAT ci dice che il primo anno di pandemia ha gettato nella povertà assoluta un milione di persone in più in Italia. Non c’è niente di più esplosivo di una umanità rassegnata, che non aspetta più nemmeno una buona notizia.

Bisognerebbe dunque riconoscere maggiormente il valore di questo lavoro, perché è il lavoro che alimenta ancora e nonostante tutto quella “scala mobile” sociale che è il cuore della missione emancipante che la nostra Costituzione affida alla Repubblica.

Infine poco più di un “salva con nome”: Torino non è diventata capitale perché era una città grande, ma è diventata una grande città perché qualcuno l’ha voluta capitale.

Leggi l’articolo di Repubblica qui

Dal fango alle stelle: la confisca dei beni ai corrotti

Proprio ieri, 21 Marzo – Giornata della memoria e dell’Impegno in ricordo di tutte le vittime innocenti delle mafie, La Repubblica dedica una intera pagina al Prefetto Corda, direttore della Agenzia nazionale per la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, scegliendo un titolo che sa di vittoria: “La villa di Galan, le case di Lady ASL. Ai volontari i tesori dei corrotti”.
Ed in effetti di vittoria è giusto parlare: dopo anni passati a denunciare quanto la corruzione sistemica fosse non soltanto lo strumento di penetrazione privilegiato dalle organizzazioni mafiose, ma fosse esso stesso sintomo di un insopportabile abuso di potere mafioso nei modi, se non nel pedigree e che per questo bisognasse esplicitamente trattare mafiosi e corrotti nello stesso modo, la modifica del Codice Antimafia approvata dal Parlamento nel 2017 lo ha reso possibile.
Il nuovo Codice Antimafia estende infatti l’applicabilità delle misure di prevenzione patrimoniali anche agli indiziati di corruzione, previsione tanto più opportuna oggi alla luce della sentenza della Corte Costituzionale (N. 24 del 2019) che ha dichiarato, tra l’altro, l’illegittimità costituzionale dell’art.4 lettera C del Codice Antimafia, nella parte in cui stabilisce che i provvedimenti previsti dal capo II si applichino anche ai soggetti indicati nell’art. 1, lettera a).
Fu una bella battaglia, costata a chi se la caricò sulle spalle parecchie palate di fango.
Una vittoria che ha il significato precisamente espresso dal prefetto Corda: beni che sono stati l’arrogante segno del potere criminale sul territorio, diventano finalmente strumento di riscatto sociale, attraverso l’alleanza tra Istituzioni dello Stato, Enti locali e associazioni di cittadini.
Ma nessuna vittoria è per sempre ed in un Paese nel quale, approfittando della tragedia Covid, c’è chi vorrebbe abolire persino il Codice degli appalti, serve una precisa assunzione di responsabilità politica affinchè la destinazione dei beni confiscati sia il cuore di una strategia che coinvolga non soltanto il Ministero dell’Interno, ma il MIUR, il MISE, il MEF, quello per le Pari Opportunità, i Giovani, il Sud e la coesione territoriale, la Transizione ecologica. Soltanto così non dovremmo più piangere sul latte versato, cioè sulle occasioni sprecate e sull’inevitabile ritorno di fiamma della atavica sfiducia italica nei confronti dello Stato.
Proprio per questo uno degli aspetti qualificanti della proposta di riforma del Codice Antimafia fu quello di spostare l’Agenzia dal Ministero dell’Interno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. La proposta non passò e io me ne dispiacqui assai. Ma facendo lo sforzo di comprendere le ragioni che impedirono questa svolta, oggi dico che si potrebbe raggiungere ugualmente il fine istituendo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (dove per altro stanno già incardinati diversi dei Ministeri ai quali sopra ho fatto riferimento) una delega al coordinamento degli interventi volti alla destinazione dei beni confiscati che sia di sostegno alla Agenzia, proprio nello stimolare e alimentare il concerto di decisioni e risorse con gli altri Ministeri.
Il riscatto sociale ed economico connesso all’efficacia del riutilizzo dei beni confiscati può essere uno dei fattori di rilancio dell’Italia dopo tanta sofferenza: perché il rilancio dipende anche dalle buone notizie che fanno migliore l’umore e orientano all’ottimismo verso il futuro.
Anche così determineremo il modo con il quale usciremo dal tunnel della pandemia e torneremo a riveder le stelle.

Buon lavoro Enrico Letta

Ho ascoltato con attenzione le parole di Enrico Letta e tanti sono i punti su cui mi sono sentito in sintonia (*) ma uno in particolare mi ha colpito: ha raccontato di aver ricevuto diversi messaggi nei quali quasi gli si dava del matto “Ma come?! Lasciare il posto all’Università per un ruolo di partito?! Passi lasciarlo per un ruolo istituzionale, ma non per un ruolo di partito!”. Ha detto Letta di aver preso la decisione di accettare la candidatura a segretario proprio davanti a questi messaggi che gli sembravano assurdi. Ecco, bravo! Perché non c’è buona battaglia che si possa vincere senza che ci sia una forza solida ad affrontare l’impresa. Di più: la forza che deriva dalla solidità della compagnia è l’unica speranza di successo per chi non ha altre forze che gli derivino dai soldi o dalla posizione sociale. Non c’è vela che regga il mare se il legno è marcio. E sicuramente Letta questo lo sa bene. Buon lavoro al segretario allora!
* le sintonie sono:
– sui riferimenti alti da Papa Francesco a Mazzolari fino a Berlinguer
– sulla centralità della Conferenza sul futuro dell’Europa
– sul pericolo rappresentato dalle mafie, anche per i 209 miliardi di euro in arrivo
– sul ruolo dei giovani della scuola e del volontariato
– sull’occasione rappresentata dalla presidenza italiana del G20
– sulla ostilità dichiarata verso il trasformismo politico
– sul coraggio a non vivere di rendita. Nemmeno di rendita politica!

Cara Elly Schlein, ho ascoltato il tuo appello, ma non mi ha convinto

Cara Elly Schlein,
ho ascoltato con attenzione il tuo appello “pirata”. Ancora una volta ci ho trovato la tua passione e la tua intelligenza, ma non mi ha convinto e provo a spiegare il perchè.
L’idea di ri-organizzare tutto il campo progressista e non di ridipingere questa o quella casa nella quale fatalmente ci sarebbe sempre qualcuno a sentirsi “ospite” è senz’altro centrale, ma che per farlo serva una rete orizzontale che dia spazio a tutte le migliori energie, ecco questo no. Tu avevi 6 anni quando nel 1991 venne fondata La Rete, venne fondata il primo giorno di primavera (suggestione che poi sarebbe stata utile ad altre fondazioni), venne fondata da persone coraggiose ed appassionate come te alle quali mi legano profondi sentimenti di stima ed amicizia, venne fondata per liberare le migliori energie progressiste dalla trappola ammuffita delle contrapposizioni ideologiche, accese grandi speranze e mobilitò davvero un’onda di partecipazione.
Sarebbe troppo facile ed ingiusto chiosare dicendo che la Rete nel 94 già stava in pezzi, che i suoi leader “pirati” già stavano litigando tra di loro, che di lì a poco la Rete si sarebbe sciolta e che i suoi “nodi” avrebbero preso strade anche molto diverse. Sarebbe ingeneroso chiudere così ed anche politicamente sciocco. Il punto è un altro: al di là della durata della Rete, la Rete ebbe sicuramente un merito storico e dunque politico straordinario, colse in pieno lo spirito del tempo e lo interpretò.
Quale spirito? Quello del dopo ’89, quello della necessità di chiudere i conti della Terza Guerra Mondiale, quello di liberarsi di una classe dirigente che aveva gestito il potere pubblico anche appoggiandosi alla mafia (Leoluca Orlando era stato stretto collaboratore di Piersanti Mattarella). W la Rete!
Oggi una rete pirata orizzontale, un luogo dell’auto rappresentazione delle forze migliori interpreterebbe lo spirito del tempo? Quale tempo stiamo vivendo? Per me il tempo del trionfo del capitalismo globale della finanza, dei dati, dell’energia, della chimica e degli armamenti. Il tempo del trionfo delle grandi organizzazioni criminali di stampo mafioso (quasi mai citate negli elenchi delle priorità) che diventano un subdolo surrogato dello Stato sociale. Come possiamo pensare di entrare nel conflitto per la gestione del potere pubblico con formazioni che abbiano nella propria genetica organizzativa il baco della fragilità, della litigiosità, del personalismo (perchè poi ad un certo punto la rete pirata le liste le dovrà pur fare e tu sai bene cosa succede).
Le democrazie parlamentari nazionali sono già quasi completamente svuotate di capacità di governo, se vogliamo salvare quel che resta e lavorare per ribellarci ad un destino che qualcuno ha già scritto, dobbiamo andare in un’altra direzione. Quel “luogo dove darsi appuntamento” che tu evochi, c’è già ed è il Partito Democratico: fu quello il luogo nel quale dopo un cammino lungo e faticoso durato quasi 20 anni si diedero appuntamento le migliori forze progressiste italiane. Esperimento fallito e morto: io non credo. E non ci credo perchè dopo 25 anni di militanza sociale e politica non credo nel mito della palingenesi, del nuovo inizio ricreativo che supera tutte le contraddizioni precedenti. Ho visto talmente tanti compagni e tante compagne andarsene sbattendo la porta più o meno schifati e sicuri che in un altrove avrebbero costruito la Terra senza bachi, che non ne posso più.
C’è la fatica di stare nei processi e costruire, se ci si riesce, ogni volta un centimetro in più di libertà, di giustizia, senza presunzione, con tanta forza: si chiama resilienza. Da quando sto nel PD ho perso più di quanto ho vinto: fui della mozione Civati, poi della mozione Orlando… infine della mozione Zingaretti. Ho sofferto, come tanti, ma non ho mai pensato di andarmene.
Perchè continuo a credere nel progetto politico messo a fondamento del PD: persino nella vocazione maggioritaria!! E ci credo oggi più di ieri e sai perchè? Perchè noi abbiamo una battaglia politica storica da vincere (o da perdere!), una battaglia che ci darà o meno la possibilità di combattere tutte le altre (ambiente, giustizia sociale, pace, lavoro…) ed è la battaglia per trasformare la claudicante Unione Europea nella Repubblica d’Europa, Repubblica federale fondata sull’uguaglianza di diritti e di doveri.
Solo così potremo avere la possibilità di ri-entrare da protagonisti nel conflitto globale per la gestione del potere, solo così onoreremo la sovranità del popolo e daremo una speranza alla democrazia. Domenica 14 il PD terrà la sua assemblea nazionale (chi altri si può ancora permettere una assemblea del genere?) e ancora una volta faremo del nostro meglio per spingere la notte un passo più in là.
Davide Mattiello
Presidente della Fondazione Benvenuti in Italia

I beni sequestrati e confiscati alla mafia siano il cuore del riscatto italiano

L’Italia da 25 anni ha una legge che il Mondo ci invidia e che ha coronato idealmente la rivoluzione voluta da Pio La Torre: la 109 del 1996 che consente il riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia. 

Negli anni, grazie al lavoro costante di Istituzioni ed associazioni, il riutilizzo sociale di questi beni si è trasformato in una testimonianza concreta di quanto la Repubblica possa davvero onorare l’ordine impostole dalla Costituzione al comma 2 dell’articolo 3: essere strumento di emancipazione, cioè di liberazione, per tutti e per ciascuno.

Nel percorso che porta un bene dall’essere riflettore del potere mafioso sul territorio ad essere occasione di giustizia sociale infatti entrano in gioco tutte le energie migliori dello Stato e delle organizzazioni civiche: forze dell’ordine, magistratura, organismi centrali come l’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, cooperative, enti locali, associazioni. Si tocca insomma con mano la forza della Repubblica.

Con la riforma del 2017 votata dal Parlamento a larga maggioranza il meccanismo è stato potenziato e c’è soprattutto un punto, tra i tanti, che mi preme ora mettere in evidenza: è stata introdotta la possibilità di affidare temporaneamente i beni già in fase di sequestro, perché non si sprechi l’opportunità di farli diventare da subito epicentro di strategie virtuose di partecipazione, soprattutto (aggiungo io che di quella riforma sono stato relatore alla Camera) pensando al ruolo dei giovani.

Tanto più dopo questo terribile anno segnato dalla pandemia, che ancora non ci siamo lasciati alle spalle, è fondamentale che il Governo immagini interventi che sollecitino e sostengano i giovani a tornare protagonisti della realtà, ad uscire di casa, a spegnere la rete e a sporcarsi le mani, ritrovandosi capaci di trasformare le cose. 

Nella squadra di Governo presentata dal Presidente incaricato Mario Draghi si intravvede un filo rosso tra competenze, annodando il quale si potrebbe lavorare senz’altro in questa direzione: è il filo che passa per i Ministeri dell’Interno, dell’Istruzione, dell’Università e Ricerca, del Lavoro, del Sud/coesione sociale, delle Pari opportunità, delle disabilità, della Transizione ecologica, delle Politiche giovanili. 

Mario Draghi fu ospite di LIBERA nel Marzo del 2011 a Milano, allora con la sua relazione dimostrò di avere un quadro preciso della situazione, un paio di passaggi mi sembrano oggi tornare molto utili alla riflessione:

“Un nostro studio ha documentato come nelle economie a forte presenza criminale le imprese pagano più caro il credito; in quelle aree è più rovinosa la distruzione di capitale sociale dovuta all’inquinamento della politica locale; i giovani emigrano di più; tra di essi, quasi un terzo è costituito da laureati che si spostano al Nord in cerca di migliori prospettive. Quest’ultimo fenomeno è particolarmente doloroso: l’inquinamento mafioso piega le speranze dei giovani onesti e istruiti, che potrebbero migliorare le comunità che li generano e invece decidono di non avere altra strada che partire.”

“Il prezzo che una società paga quando è contaminata dal crimine organizzato, in termini di peggiore convivenza civile e mancato sviluppo economico, è alto. Contrastare le mafie, la presa che esse conservano al Sud, l’infiltrazione che tentano nel Nord, serve a rinsaldare la fibra sociale del Paese ma anche a togliere uno dei freni che rallentano il cammino della nostra economia”.

Abbiamo una nuova occasione per tradurre ancora di più nella realtà queste convinzioni ed avremo bisogno di tutte le migliori energie per riuscirci, allora potremo essere certi che anche in mezzo alla tempesta avremo fatto del nostro meglio per non perdere la rotta.

 

Davide Mattiello

Presidente Fondazione Benvenuti in Italia

Consulente della Commissione Parlamentare anti mafia XVIII Legislatura

Mentre il Governo è in crisi, succede che…

Mentre il Governo è in crisi, succede che utilizzando il nuovo art. 34 del riformato Codice Antimafia oggi sia stata posta in amministrazione giudiziaria la Caronte: la più importante società che gestisce la tratta navale che collega Calabria e Sicilia, società riferita alla famiglia Matacena.

Succede che emergano nuove gravi minacce mafiose contro il giornalista Paolo Borrometi, che proprio non ne vuole sapere di farsi i fatti propri.

Succede che boss mafiosi, colletti bianchi e funzionari infedeli dello Stato brighino per rimettere in piedi quella organizzazione mafiosa che costò la vita al giudice Livatino. E potrei continuare.

Avevo già segnalato con rammarico che nei discorsi pronunciati dall’ex premier Conte alla Camera ed al Senato era mancato completamente un qualunque riferimento che desse la misura della consapevolezza di quanto grave continui ad essere questa mal-vivenza italiana: abbiamo una nuova occasione per fare diversamente.

Ci sono infine altri due fatti che chiudono il cerchio: il successo sui social di certi musicanti che inneggiano a latitanti e codici mafiosi e la dispersione scolastica drammaticamente in crescita a causa della DAD, soprattutto in certi contesti più esposti alla fascinazione mafiosa.

Alla resilienza dei mafiosi e dei loro alleati, dobbiamo saper contrapporre la resilienza della Repubblica.

Abbiamo bisogno di più scuola per battere le mafie

Assieme al contrasto delle infiltrazioni mafiose nell’economia, è la scuola il fronte più urgente. Non mi riferisco alle lezioni in presenza o a distanza, ma ai contenuti. Ritengo che i giovani debbano essere formati ad una società democratica e solidale, capace di svilupparsi rispettando la dignità di tutti secondo i valori della Costituzione. La pandemia sta lasciando indietro i ragazzi e le loro famiglie: stanno perdendo di pari passo potere di acquisto ed educativo. Se non si torna alla centralità educativa prevista dalla Carta, il rischio di regalare le giovani generazioni alle mafie è altissimo e questo dobbiamo impedirlo”.

Con queste parole si conclude una lunga intervista rilasciata da Cafiero del Raho a Massimiliano Coccia e pubblicata su L’Espresso di domenica 24 Gennaio.

Sono parole che dovrebbero ispirare l’azione di Governo molto di più di quanto non stia accadendo: sarebbe stato importante ascoltare un passaggio simile nei discorsi del presidente Conte alla Camera ed al Senato la scorsa settimana.

Sono parole illuminanti perché colgono il punto dirimente nell’irrisolto conflitto tra mafie e Repubblica: la forza delle mafie sta in un certo modo di stare al Mondo che purtroppo fa scuola, è di moda e rappresenta un serbatoio culturale velenoso ma seducente. Le mafie si sconfiggono facendo prevalere definitivamente un altro modo di stare al Mondo, quello effettivamente descritto dalla nostra Costituzione.

Una Costituzione che essendo anti-fascista è anti-mafiosa e questa non è una forzatura retorica perché fascismo e mafia hanno la stessa matrice culturale, quella suprematista e discriminatoria. Per fascisti e mafiosi gli esseri umani non sono tutti uguali in dignità, perché ci sono umani di serie A a cui tutto è dovuto e umani di serie B che devono ubbidire o morire.

La nostra Carta essendo antifascista si premura di rompere con il suprematismo discriminatorio proprio attraverso i primi quattro articoli ed in particolare con il secondo comma del terzo articolo che ordina alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che di fatto generano disuguaglianze ingiuste.

Quelle di Cafiero de Raho sono parole che provocano tanto quanto quelle celebri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che disse a Bocca “Lo Stato assicuri ai cittadini quei diritti che altrimenti verranno dati dalla mafia in forma di favori”, proprio perché pronunciate da persone ai vertici degli apparati repressivi dello Stato, persone da cui si sarebbero potute sentire ben altre conclusioni, persone che invece di chiedere la militarizzazione del territorio o affini, chiedono, parafrasando Falcone “Un esercito di insegnanti”.

Abbiamo bisogno di più scuola, di scuola sicura, di scuola aperta ed alternativa all’altrove e alla strada, ma anche di scuola in strada, di scuola bella al punto da diventare attrazione turistica. Che rivoluzione sarebbe, girando per città, non restare meravigliati di fronte alle vestigia del potere, ma di fronte ad una scuola pubblica!

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In memoria di Guerino Capolicchio, morto ieri.

Era il papà di Dario Capolicchio, il giovane studente di architettura ucciso dal tritolo mafioso in Via dei Georgofili a Firenze la notte tra il 26 ed il 27 maggio 1993. Era un uomo indomito.
Quando fondammo Libera nel Ponente ligure lui decise di rimettersi in gioco, di scommettere su quei giovani che davano l’impressione di non essere fuoco di paglia: ebbe ragione.
“Condoglianze” è una bella parola, purtroppo spesso svuotata dalla routine e dall’imbarazzo, che significa: “soffro con te. Il tuo dolore è anche il mio”. “Condoglianze” si esprimono alla famiglia del morto, ma “Condoglianze” si condividono anche accompagnando i vivi cui la mafia ha strappato un amore. Non c’è, o almeno io non la trovo, una parola per dire “la tua rabbia è anche la mia rabbia”, perché se ci fosse ora userei quella. La rabbia di chi non trova giustizia, pur avendola cercata con tutte le proprie forze, pur avendo avuto fiducia nello Stato. La rabbia di chi capisce che la verità viene taciuta perché dirompente, non perché impossibile. Quando ho saputo della morte di Guerino ho pensato ad Augusta: come si fa a sopravvivere all’assassinio del proprio figlio? Cercando la verità.
Maledetti i mafiosi che tanto sangue innocente hanno versato e che ancora oggi se parlano non lo fanno per un ripensamento, ma per continuare il gioco viscido dei ricatti. Maledetti i conniventi, annidati anche nello Stato, che hanno preferito portarseli in casa anziché denunciarli. E poveri noi se ci rassegniamo alla verità “sostenibile”, se rinunciamo a fare Repubblica, crogiolandoci al sole di qualche balcone.
In memoria di Guerino Capolicchio, c’è solo l’impegno. Ultimamente Guerino aveva raccolto tutto quello che aveva capito in due grandi libroni, scritti a mano (!), densi di ritagli, di foto e di brani di libri: uno lo ha affidato ai ragazzi di Libera di Sarzana, l’altro a me. Oggi riparto da qui.