IL DIBATTITO PUBBLICO DOPO L’ULTIMA SENTENZA DELLA GRAN CAMERA DI STRASBURGO

La mia riflessione e quella di Gian Carlo Caselli, riprese da Libera Informazione, hanno sottolineato il rischio di fare pericolosi passi indietro, le pubblichiamo qui insieme ad una rassegna stampa ampia. Le Istituzioni europee farebbero meglio a capire con maggiore attenzione le ragioni che hanno spinto l’Italia a fare certe scelte nella lotta alla mafia, anche perché da tempo ormai la mafia non è più un problema soltanto italiano.

Leggi:

In Europa non sanno cos’è la mafia, l’articolo di Gian Carlo Caselli su liberainformazione

I gravi errori della CEDU, il mio articolo su liberainformazione

Ergastolo ostativo: la rassegna stampa

13 spunti per il contrasto alle Mafie

  1.  questa mattina anche un bambino di 8 otto (!) anni è stato fermato in una operazione contro il narcotraffico nella Piana di Gioia Tauro: è necessario realizzare la “Terza via” per permettere a donne e figli di cambiare strada
  2. bisogna potenziare la macchina della Giustizia adeguando gli organici, a cominciare dai GIP/GUP, come chiede da tempo il Procuratore Bombardieri
  3. bisogna ripristinare vincoli severi alla vendita dei beni confiscati alla mafia
  4. bisogna potenziare la cooperazione giudiziaria per riportare in Italia tutti i latitanti e rafforzare la Procura europea sull’esempio della DNAA italiana
  5. bisogna migliorare le condizioni di lavoro delle Forze dell’Ordine a cominciare dalla Polizia Penitenziaria
  6. bisogna tutelare la libertà di stampa dalla violenza delle querele temerarie
  7. bisogna superare la criminalizzazione della solidarietà, vero regalo alle mafie
  8. bisogna potenziare gli strumenti di sostegno alle vittime di mafia, soprattutto quelle che denunciano
  9. bisogna monitorare e rafforzare il 41 BIS impedendo che in qualunque modo i boss continuino a mandare segnali all’esterno
  10. bisogna rafforzare il contrasto ai patrimoni, soprattutto finanziari, delle mafie a cominciare dalla integrazione definitiva delle banche dati e col potenziamento della caccia informatica
  11. bisogna riformare la normativa sullo scioglimento degli Enti per infiltrazione mafiosa perchè mai più sia vissuta come una punizione verso una intera comunità
  12. bisogna ripristinare i controlli sui sub appalti e superare le contraddizioni introdotte nel Codice degli Appalti
  13. bisogna fare della scuola sempre di più una alternativa valida alla strada

(* il Punto 13 della bozza di programma di Governo fatta circolare ieri da 5S e PD: nella bozza il contrasto alla mafia non soltanto non sale sul podio delle priorità, ma neppure entra nella “top ten”: eppure mafia e corruzione restano il principale motore di disuguaglianza nel nostro Paese. Dai: era soltanto una bozza!)

PS: la foto è di Letizia Battaglia, maestra e amica

Fare dell’Europa una Repubblica: la sfida della nostra generazione

Fare dell’Europa una Repubblica
Fondata sull’uguaglianza di diritti e doveri
È la sfida della nostra generazione
È promessa di giustizia e libertà

Per il lavoro
Perché oggi dentro l’Unione europea ci si fa concorrenza sleale: la Repubblica d’Europa avrà un solo sistema fiscale. Perché l’Unione Europea debole non protegge abbastanza dalle bordate della speculazione finanziaria e delle altre potenze economiche globali. La Repubblica d’Europa avrà la forza di rinegoziare le regole del mercato mondiale.

Per l’ambiente
Perché la crisi climatica non può essere affrontata dai singoli stati nazionali. La nube radioattiva di Chernobyl non si è fermata alla frontiera! La Repubblica d’Europa avrà la forza per dare al Pianeta e a tutti noi una speranza, cominciando da politiche energetiche ancora più integrate e sostenibili.

Per l’umanità migrante
Perché è l’Europa tutta che deve farsi carico dell’umanità che scappa da guerra e miseria, provvedendo a soccorrerla e ad accoglierla. La Repubblica d’Europa avrà un sistema solo di integrazione e una sola politica estera e di cooperazione 

Contro i nazionalismi
Che sono falsi e pericolosi: promettono che a chiuderci in casa staremo meglio, la verità che aumenterà la competizione e si scatenerà la guerra. I nazionalismi meschini e criminali non hanno niente di serio da proporre per la crisi ambientale, per la crisi sociale scatenata dalla globalizzazione, anzi: cavalcano queste crisi per stupide rendite elettorali di breve periodo. 

Contro la mafia
Che è organizzazione criminale trasnazionale per natura e per arricchirsi ha bisogno di Istituzioni internazionali deboli o meglio ancora inesistenti. L’unione europea in questi anni ha fatto tanti passi nella direzione giusta di una sempre maggiore integrazione di forze di polizia, magistratura e apparati informativi: guai a tornare indietro! Gli assassini di Daphne Caruana Galizia e Jan Kuciak tracciano la strada da continuare.

Per fare dell’Europa una Repubblica ci vuole una Italia liberata dai nazional-supini, Lega-5Stelle, una Italia che faccia politica tenendo ben saldi i valori della Carta Repubblicana e che lavori impiegando le migliori energie con le Istituzioni europee affinchè il Parlamento europeo apra al più presto una nuova fase costituente che dia all’Unione europea un progetto di Costituzione repubblicana e federale.
Una legge
Un sistema fiscale
Un sistema di protezione sociale
Una politica estera
Una politica ambientale
È molto difficile… non troppo difficile!

Ricordare Roberto Antiochia, leggendo le parole della mamma

Oggi a Palermo vengono ricordati Cassarà e Antiochia, poliziotti assassinati dalla mafia il 6 Agosto del 1985.

La mamma di Roberto Antiochia, Saveria (*), scrisse una lettera durissima al Ministro dell’Interno, Oscar Luigi Scalfaro, pubblicata da Repubblica il 22 Agosto, vi prego di dedicare a questa lettera l’attenzione che merita:

SIGNOR ministro degli Interni, ho letto e riletto le sue parole e i suoi giudizi su quanto accade a Palermo e le scrivo per dirle che il mio dolore di madre è diventato anche rabbia, la stessa rabbia dei poliziotti di quella città. Ho visto anch’io cose penose a Palermo e, in particolare, escludendo l’accorata sincera umanità del presidente Cossiga, mi è pesata la presenza dei soliti coccodrilli di Stato all’ ennesima funzione in morte di un poliziotto. Parlo del funerale di mio figlio Roberto. Aveva 23 anni, la sua breve stagione si è conclusa con una raffica di mitra. Aveva lasciato gli studi, la nostra casa, prospettive di lavoro con il fratello maggiore, per entrare con grande entusiasmo in polizia. Aveva un ideale di giustizia e di legalità, sperava di dare un volto nuovo e più efficiente alla polizia, credeva di poter combattere malavita e mafia, credeva di poter migliorare questa società corrotta e degradata. PER un anno e mezzo a Palermo aveva lavorato con Cassarà e Montana. Le difficoltà, la solitudine, la precarietà della Squadra mobile invece di scoraggiarlo avevano aumentato il suo attaccamento al lavoro, ai superiori amici, ai colleghi, molti dei quali erano diventati per lui come fratelli. Era stato trasferito a Roma a fine dicembre 1984, per accontentare la fidanzata e me, che non ce la facevamo più a vivere con tanta ansia e paura. Era rimasto però con gran parte del suo cuore a Palermo dove tornava in licenza e, alla fine, pure in ferie. Ci era tornato per i funerali di Montana e aveva chiesto di riprendere temporaneamente servizio a Palermo, rendendosi conto della situazione disperata, pericolosissima. Sapeva che il suo governo e il suo ministero, come sempre lontani mille miglia, avrebbero prodotto solo parole. La Squadra mobile e i pochi funzionari rimasti erano soli. Cassarà in prima linea. Non gli era stata affidata l’ inchiesta sull’ assassinio di Montana, chissà perchè. Non gli era stata messa una camionetta, che dico, un solo agente di guardia sotto casa. Mancavano sempre i mezzi, a quanto pare. Cose strane sono accadute a Palermo in quei giorni. Un giornalista di “Repubblica” le ha chiesto, signor ministro, perchè a Palermo lo Stato avesse un “esercito di cartapesta”. Forse perchè fa comodo a molti, rispondo io. Giusto, signor ministro, niente bugie di Stato, e lasciamo anche da parte la retorica sul sacrificio fatto per servire lo Stato. Mio figlio è morto per la Squadra mobile di Palermo, per la sua Squadra mobile. E’ morto nel volontario, disperato tentativo di dare al suo superiore e amico Cassarà un po’ di quella protezione che altri avrebbero dovuto dargli, in ben altra proporzione, sapendo quanto fosse preziosa la sua opera e in quale tremendo pericolo fosse la sua vita. Per questo provo tanta amarezza e tanto rancore verso questo potere governativo cieco e sordo, che raramente mantiene le sue promesse, che è pronto, rapido e efficiente per i decreti “Berlusconi” o per trovare i fondi che raddoppiano il finanziamento dei partiti, mentre manda a morire indifesi, per carenza di mezzi e di volontà, uno dopo l’ altro, gli uomini migliori delle forze dell’ordine e della magistratura. Con questo Stato la lotta contro la mafia è davvero impari. Anche lei fa parte di quel potere governativo, signor ministro. Ha fatto bene a non venire da me al Duomo di Palermo, non avrei potuto stringerle la mano e tanto meno lo potrei oggi. Lei ha scoperto solo adesso quello che succede a Palermo: le due Questure, la Squadra mobile isolata e con mezzi assolutamente inadeguati, le infiltrazioni mafiose. Ma, mi scusi signor ministro degli Interni, lei dove vive? Di quali Interni si è occupato in questi anni del suo incarico? Come fa a non sapere quello che la maggioranza degli italiani conosce da tanto tempo perchè ripetutamente denunciato dai magistrati, dai dirigenti della polizia siciliana? Non legge i giornali, non guarda la Tv? Davvero lei adesso si sta informando? Davvero ha ancora bisogno di relazioni ministeriali per sapere? NIENTE bugie di Stato, ma non solo per la morte del giovane Marino. Niente bugie di Stato, signor ministro, anche sulle ragioni della contestazione dei poliziotti. Lei dice che è avvenuta solo a causa delle sospensioni e dei trasferimenti da lei decisi. E invece quella contestazione, fatta da un gruppo di uomini generosi, capaci e coraggiosi, ma ormai esasperati e delusi, viene da lontano. Viene da anni di lavoro durissimo e rischioso, in condizioni sempre più precarie. Viene da vane speranze, da promesse disattese. Viene da quel tragico corteo di morti, di colleghi e superiori barbaramente uccisi. Niente bugie di Stato, lei non vuole sentirsi dire che ha decapitato la Squadra mobile con quei trasferimenti, dice che è falso perchè è stata affidata a un funzionario esperto. Non dubito che quel funzionario sia ottima e capace persona, ma ha dichiarato lui stesso, proveniente da Firenze, di non conoscere nemmeno le strade di Palermo. Lei parla di sue decisioni sofferte, ma la sofferenza la lasci a noi che abbiamo avuto i morti. Lei dice che avrebbe dovuto dimettersi se non avesse agito in quel modo. Forse avrebbe fatto meglio, invece ha scelto di “dimettere” subito, e senza certezza di colpa, persone che non hanno poltrone preziose come la sua. Niente bugie di Stato, lei accetta l’ipotesi di infiltrazioni mafiose, forse in Questura, forse nella Squadra stessa. E allora che fa? Si accontenta di essere stato bravo a capire? Se ci sono ce le teniamo queste spie? Sono anni che vengono denunciate, pensiamo alla morte di Boris Giuliano, alla morte annunciata di Rocco Chinnici. E la mafia non avrà calato la sua mano pesante anche nella strana vicenda che ha portato alla morte di Marino? Che tragedia, signor ministro, e quanto grande e terribile è la sua responsabilità. Ho vissuto vicino a mio figlio in questi anni, ho soggiornato spesso a Palermo, ho conosciuto funzionari e colleghi. Ho visto che non avevano le macchine chieste da più di un anno, ho visto le alfette da inseguimento della Squadra mobile rattoppate, malridotte e riconoscibili anche dai bambini. Ho visto gli agenti usare le macchine personali o farsele prestare dagli amici. Ho visto disputarsi l’intera Squadra l’unico binocolo a disposizione. Ho visto i funzionari pagare gli informatori di tasca loro. Sono solo esempi, piccoli esempi di una grande sordità. Se lei fosse stato meno preoccupato per la sua incolumità, il 7 agosto, al Duomo di Palermo, avrebbe sentito in mezzo alle proteste degli agenti le nostre voci disperate. Quella di Assia, la fidanzata di Montana, la mia, quella di Cristina, la fidanzata di mio figlio, quella di Alessandro, ma soprattutto quella di Roberto dalla sua bara. E ora vada pure a dormire tranquillo, signor ministro, recitando le sue preghiere. Io non ci riesco più, me lo impedisce il mio dolore e una rabbia che non è solo mia.

di SAVERIA ANTIOCHIA (* per anni entrando nella sede di Libera a Roma la prima cosa che incontravo era il suo ritratto, perchè Saveria di Libera è stata una delle anime più forti ed indimenticabili)

La mia intervista a “L’Eurispes” su La Repubblica d’Europa

 

L’Eurispes.it parla del progetto “La Repubblica d’Europa” contenuto nel libro edito da add editore.
Un’intervista per comprendere meglio le necessità di questo manifesto politico.
Buona lettura!

 

L’Europa? Mattiello: “Un condominio litigioso dove ci si fa concorrenza sleale”

Estradizione dagli Emirati? Sì, basta che non siano italiani

Finalmente funzionano le estradizioni dagli EMIRATI di ricercati in Italia… basta che NON siano ITALIANI!!
Grottesco se non fosse drammatico. Il mood salviniano conquista anche il tandem Bonafede-Ferraresi.

Ecco il categorico comunicato ministeriale:

Oggetto: COOPERAZIONE GIUDIZIARIA ITALIA – EMIRATI ARABI: FERRARESI, CONSEGNATI DUE LATITANTI RICERCATI DA ANNI

COOPERAZIONE GIUDIZIARIA ITALIA – EMIRATI ARABI: FERRARESI, CONSEGNATI DUE LATITANTI RICERCATI DA ANNI

Stanno per essere riportati in Italia i latitanti Abdallah Chakir – cittadino marocchino destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nel 2015 dal gip di Cuneo per traffico illecito di sostanze stupefacenti – e Boujemaa Benchakour, condannato a 4 anni e 5 mesi di reclusione per associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina dalla Corte di Appello di Torino, entrambi latitanti da anni e riconsegnati oggi ad Abu Dhabi ai funzionari dell’Interpol che li stanno scortando in Italia.

Continuano quindi i significativi e tangibili progressi della cooperazione giudiziaria con gli Emirati Arabi Uniti, resi possibili dalla ratifica dei trattati su estradizione e assistenza giudiziaria penale, finalizzati dal Senato lo scorso 3 ottobre su impulso di questo Governo e proseguiti con il recente incontro fra il ministro Alfonso Bonafede e l’Ambasciatore emiratino.

“Per anni – sottolinea il Sottosegretario Ferraresi – il vuoto legislativo dovuto all’assenza di un trattato bilaterale di estradizione fra Italia ed Emirati Arabi ha reso le procedure soggette alle leggi del Paese ricevente la richiesta di estradizione, permettendo ai latitanti di godere della totale impunità. Grazie all’impulso che questo governo ha dato al Parlamento per la ratifica del trattato adesso stanno arrivando risultati tangibili, che dimostrano come la musica sia cambiata: ora chi sbaglia nel nostro Paese paga. Nessuno escluso”.
.. NESSUNO ESCLUSO

Fascisti che si preparano alla guerra e politici che ci giocano

Quali sono i rapporti tra i “neri” che preparano la guerra in Italia e i politici italiani che giocano con la guerra?
A Gennaio del 2017 presentavo questa interrogazione parlamentare:

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-15137
presentato da
MATTIELLO Davide
testo di
Mercoledì 11 gennaio 2017, seduta n. 722

MATTIELLO, BOCCUZZI, D’OTTAVIO, FREGOLENT, PAOLA BRAGANTINI e ROSSOMANDO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale . — Per sapere – premesso che:
il giorno 14 dicembre 2016 è stato inaugurato nella città di Torino il «Centro di rappresentanza della Repubblica Popolare di Donetsk in Italia», presso i locali della Fondazione Magellano sita in via Conte Rosso 3;
la cosiddetta «Repubblica Popolare di Donetsk» è un territorio occupato dell’Ucraina, che ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza e che non è riconosciuto, né dalle Nazioni Unite, né dall’Unione europea, né, tantomeno, dal nostro Paese;
i separatisti che occupano e controllano milita ente il territorio sono stati indicati dal JIT-Joint Investigation Team, nel rapporto presentato il 28 settembre 2016, come esecutori materiali dell’abbattimento del volo Malesyan Airline MH17, dove, ricordiamo, il 17 luglio 2014 persero la vita 298 civili nei cieli dell’Ucraina: il più grave atto terroristico degli ultimi anni in Europa per numero di vittime;
secondo quanto riportato dagli organi di informazione, il suddetto «Centro di rappresentanza della Repubblica Popolare di Donetsk in Italia» «mira al riconoscimento internazionale della neonata Repubblica, che si è staccata dall’Ucraina nel 2014, attraverso una rete di relazioni diplomatiche con le istituzioni italiane, collaborazioni con il mondo della cultura e partnership produttive e commerciali» (il Giornale, 15 dicembre 2016);
alla inaugurazione del suddetto centro ha o preso parte i consiglieri regionali del Piemonte Gianna Gancia, capogruppo della Lega Nord, Gilberto Pichetto, capogruppo di Forza Italia, e il coordinatore dell’iniziativa Maurizio Marrone, capogruppo di Fratelli d’Italia – Alleanza nazionale, che ha dichiarato: «La missione del Centro di rappresentanza è semplice: costruire il percorso per il definitivo riconoscimento internazionale della Repubblica Popolare di Donetsk, un percorso che passa dalle relazioni diplomatiche con le istituzioni italiane, dalle collaborazioni che siamo pronti a realizzare nel mondo della cultura e delle università, fino ai ponti che vogliamo costruire con l’imprenditoria italiana interessata a stringere partnership produttive e commerciali con la DNR. Parliamo di una regione storicamente molto ricca per le sue miniere di carbone e per il suo complesso industriale metallurgico. Sono tanti i settori produttivi in cui la rinascita economica del Donbass, può offrire valide opportunità d’investimento alle nostre imprese, a partire da quelle, e sono moltissime, ingiusta ente colpite nell’export dalle sanzioni economiche contro la Federazione Russa firmate dalla UE e sottoscritte dal governo italiano» (Sputnik Italia, 15 dicembre 2016) –:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti suesposti;
se non si ritenga che l’apertura di un «Centro di rappresentanza della Repubblica di Donetsk in Italia» si ponga in contrasto con le scelte di politica estera dell’Italia e dell’Unione europea;
quali iniziative il Governo, per quanto di competenza intenda assumere rispetto a tale iniziativa. (4-15137)

Intanto Salvini e Savoini si avvolgono della “facoltà di non rispondere” uno al Parlamento e l’altro ai magistrati.

Intanto la guerra in Ucraina ha fatto oltre 10.000 morti di cui quasi nessuno parla.

Di Salvini bisogna chiedere le dimissioni con una mozione di sfiducia e chiedere ai 5 Stelle di votarla. Niente di meno.

Appello agli agenti della Gladio: la verità è già giustizia, parlate.

Il mio appello, presentato venerdì 12 luglio a Fidenza, nel corso della presentazione del libro “La Bestia” con l’autore Carlo Palermo e Margherita Asta.

Voglio partire da queste parole che un magistrato italiano ha pronunciato qualche giorno fa a conclusione di un processo di cui vi dirò:

(la sentenza di primo grado) non ha fatto giustizia, ne’ per e vittime, ne’ soprattutto ha fatto giustizia per l’ansia di libertà che invade quei popoli che pensavano di affacciarsi alla democrazia e sono stati, in ragione di questo progetto, annichiliti, cioè dire distrutti. In quegli anni la più grande repressione dei marxisti avvenne nell’America Latina e avvenne non per il dicktat di un gruppo limitato di persone, che comunque viene perseguito ancora oggi in Italia come in altri Paesi del Mondo, VENNE PERSEGUITO IN RAGIONE DI UN PROGETTO COMPLESSIVO che ha visto una intera area del pianeta coinvolta, il Cono del Sud. Quelle libertà e quella democrazia, che non era soltanto dei socialisti e dei Marxisti, ma era anche dei Sindacalisti, dei giovani, degli studenti, delle donne, che per LA PRIMA VOLTA in quelle aree rivendicavano diritti. Poi la libertà venne annientata e venne annientata IN RAGIONE DI UN PROGETTO CHE ERA NOTO COME TALE

Queste parole sono state pronunciate dal procuratore generale di Corte d’Appello, dott Mollace, nella requisitoria finale del processo celebratosi a Roma in Corte d’Assise d’Appello e che ha avuto ad oggetto un gruppo di alti dirigenti di diversi Paesi sud Americani, Brasile, Perù, Bolivia, Cile, Equador, Uruguay, considerati a vario titolo responsabili della attuazione del PLAN CONDOR.

Il processo si è concluso con una raffica di condanne all’ergastolo, non ancora definitive.

Gli storici non hanno dubbi ormai sul fatto che, tra gli anni ’70 e ’80 in Sud America, l’ordine caro ai liberali americani e per estensione occidentali sia stato mantenuto anche attraverso un sistematico ricorso alla violenza politica, il Plan Condor appunto, che in alcuni casi si è spinto ad appoggiare vere e proprie dittature militari.

Per nulla scontato che, avendo quell’ordine trionfato a livello planetario dopo il 1989, qualche tribunale si permetta di giudicare e condannare penalmente i responsabili di quella strategia. Normalmente sono i vinti che vengono messi sul banco degli imputati.

Questa vicenda credo ci aiuti a riflettere sulla storia di casa nostra.

Quanto deve essere stata “attenzionata” l’Italia in quegli stessi decenni? L’Italia non soltanto geograficamente cerniera tra i due blocchi e la sponda sud del Mediterraneo, ma sede del più potente Partito Comunista dell’Europa occidentale? La risposta è facile: assai.

È ragionevole pensare che l’ansia per le sorti del nostro Paese fosse tale da suggerire anche per il nostro Paese una “TERAPIA SUDAMERICANA”?

Sono certo di sì.

Basta tornare con la mente al 1964, primo Governo Moro, un Moro già allora impegnato a sdoganare una parte almeno dello schieramento politico a sinistra della DC, già allora tintinnarono le sciabole: quelle del generale De Lorenzo, che era niente meno che Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri e che immaginava di occupare il potere adoperando, appunto, SOLO i Carabinieri.

Passando per Piazza Fontana nel 1969, si arriva al minacciato colpo di Stato della Immacolata del 1970, capitanato da un improbabile Borghese, alias Principe Nero, che venne efficacemente riportato a più miti consigli (e probabilmente non ci fu nemmeno da insistere troppo).

Cosa risparmiò all’Italia la “TERAPIA SUDAMERICANA”?

Mi sono convinto che fu soprattutto, anche se non soltanto, il sistema culturale e politico che ha avuto nella DC il proprio baricentro a produrre il risultato, garantendo l’Alleanza Atlantica e assicurando che all’occorrenza si sarebbe anche potuto adoperare, in maniera mirata, direi chirurgica, la violenza.

Davvero non è un caso che dalla nascita della Repubblica fino al 1994, ininterrottamente il Ministero dell’Interno sia stato esclusivo appannaggio di uomini della DC, accuditi e consigliati da agenti USA. Carlo Palermo a questo proposito nel suo libro parla diffusamente del così detto “Agente pagatore”.

Durante quei decenni e fino al 1990 il sistema ha tenuto, capillarmente, coinvolgendo uomini e donne nelle Istituzioni e fuori, consapevoli e convinti di fare la cosa giusta.

Questo sistema in Italia abbiamo imparato a chiamarlo con una formula più rassicurante di “Plan Condor” che già nel nome evocando un rapace mette paura e cioè Stay Behind.

Questo sistema, prevedendo anche l’utilizzo chirurgico della violenza, ha sviluppato rapporti ed alleanze con vari ambienti criminali, mafiosi, terroristici e “comuni” ritenuti evidentemente assai preziosi per la disinvoltura con la quale normalmente i criminali sono disposti ad applicarla, la violenza, nelle dosi richieste.

Non posso entrare ora nei dettagli ma per questo sono convinto che in particolare ciò che è accaduto tra il 1978, col sequestro e l’esecuzione di Aldo Moro ed il 24 Gennaio del 1994, fallito (o sospeso) attentato all’Olimpico, vada letto in questa prospettiva.

Caddero le persone ritenute pericolose per la tenuta del sistema: come Aldo Moro.

Caddero le persone che per rigore professionale non si vollero piegare alle esigenze del sistema. Pochi giorni fa abbiamo ricordato l’assassinio dell’Avvocato Giorgio Ambrosoli, 11 Luglio 1979 e a tanti è tornato in mente il giudizio, spietato, espresso da Giulio Andreotti: “Ambrosoli era uno che se l’andava a cercare”.

Tutt’altro che una frase volgare ed irriconoscente, piuttosto una frase drammaticamente pertinente.

Come l’avvocato Ambrosoli, cioè persone cadute perché per rigore professionale non vollero piegarsi alle esigenze del sistema e quindi toccarono fili che non dovevano essere toccati, c’è stato anche il dott. Carlo Palermo, che mise il naso in uno dei gangli linfatici con i quali si reggeva il sistema stesso: il traffico internazionale di morfina base e il conseguente riciclaggio di denaro sporco.

Una parola sulla funzione della morfina base: oggi noi siamo più o meno consapevoli di cosa siano i bit coin e più generalmente cosa siano le così dette cripto valute: monete non ufficiali, ma funzionanti e circolanti, con le quali si saldano anche i contratti indicibili.

Ebbene, io sono convinto che tra gli anni ’70 ed ’80 l’equivalente del bit coin fosse la morfina base: una moneta corrente universalmente riconosciuta che poteva trasformarsi in denaro normale, in armi, in rifiuti tossici, in compiacenze.

Fatemi ricordare almeno un altro magistrato assassinato io credo per gli stessi motivi per i quali doveva morire il giudice Carlo Palermo: Bruno Caccia, Procuratore della Repubblica di Torino ucciso il 26 Giugno 1983, che guarda caso stava indagando sul riciclaggio di denaro sporco attraverso i casinò della valle d’Aosta, dove soltanto qualche mese prima qualcuno aveva cercato di far saltare in aria il Pretore di Aosta, Selis.

All’interno di questo sistema complesso stava una organizzazione particolare: GLADIO.

Oggi possiamo affermare, di nuovo senza entrare troppo nei particolari, che GLADIO sia stata una organizzazione clandestina, paramilitare, voluta e gestita dai nostri Servizi in collaborazione con i Servizi americani. I Gladiatori erano uomini… ma anche donne… militarmente addestrati, che sapevano come sparare, come sabotare, come far esplodere. Persone che avevano a disposizione denaro, nascondigli, documenti, armi. Persone abituate a trattare anche con i criminali, fossero criminali di guerra (come in Somalia) o criminali mafiosi.

Io mi sono convinto che all’interno di questa organizzazione particolare ci fossero almeno tre tipi di persone diverse: c’erano dei patrioti convinti che la Repubblica Italiana, fragile e minacciata, andasse difesa anche così, considerato il contesto mondiale.

C’erano dei fascisti in agguato che speravano in questo modo di togliersi qualche soddisfazione e che cullavano il sogno di tornare a prendere il potere, lasciandosi alle spalle questa idea eccessiva di libertà chiamata democrazia parlamentare.

C’erano infine dei delinquenti veri e propri, persone cioè a cui la disponibilità di armi e denaro, la sostanziale impunità e l’accesso a relazioni potenti, aveva dato alla testa.

Sono convinto che il mazzo di carte all’interno di questa organizzazione, si mescolò pericolosamente dopo un fatto specifico capitato nell’estate del 1990: Giulio Andreotti, intervenendo alla Commissione Stragi ammette per la prima volta l’esistenza di Gladio. Apriti cielo!

Da lì a poco oltre 600 gladiatori vennero dallo stesso Andreotti pubblicamente rivelati.

Era il segnale della fine di un’epoca.
I tre colpi di fischietto e poi tutti negli spogliatoi.
Era l’inizio della riorganizzazione.

Sono convinto che quello che accadde tra il 1992 e il 1994, in quella terribile e confusa convergenza di interessi, sia spiegabile anche applicando la categoria della “trattativa” si ma “sindacale”: non me ne vogliano se abuso di questo concetto ma è solo per spiegarmi. Molti soggetti protagonisti del sistema, che fossero di Gladio, che fossero mafiosi, negoziarono, a loro modo, il TFR e qualcuno pretese di non essere messo in panchina, ma di continuare in altro modo a mantenere le stesse mansioni di prima. Qualcuno poi forse semplicemente volle vendicarsi di chi ad un tratto aveva così spudoratamente girato le spalle. E qualcuno, ne sono certo, ci rimase molto male, si sentì tradito e qualcuno venne eliminato perché non raccontasse la verità.

Io sono certo che venerdì 12 luglio a Fidenza, all’incontro per presentare il libro di Carlo Palermo “La Bestia”,  abbiano partecipato ex gladiatori o ex gladiatrici, che ancora soffrono per come sono andate le cose tra il 1990 e il 1994. Sono certo che ci siano ex gladiatori che si sentono ancora oggi salire l’amaro in bocca per come sia stata pervertita quella missione patriottica, che hanno sentito di servire con onore e disciplina, anzi, per citare il motto di Gladio: Silendo Libertatem Servo.

Sono certo che alcuni ex gladiatori pretendano la verità come forma di giustizia non meno delle famiglie di quanti caddero durante questa guerra tutt’altro che “fredda” piuttosto a “bassa intensità”.

Sì: la verità è una forma di giustizia.

Con noi, in questa serata, Margherita Asta, figlia di Barbara Rizzo e sorella di Giuseppe e Salvatore Asta, che ci ha aiutato a comprendere col suo esempio l’importanza di questa forma di giustizia.

Il 5 Agosto a Palermo, più precisamente a Villa Grazia di Carini, celebreremo i 30 anni dal duplice omicidio di Nino Agostino, agente di polizia e di sua moglie Ida Castelluccio. Lo faremo per la prima volta, senza Augusta, la mamma di Nino che per 30 anni insieme alla sua famiglia si è battuta per la verità. Avremo quindi un’altra tomba da visitare. Io ci sono stato un mese fa, insieme a Vincenzo suo marito e a Flora sua figlia e ho letto queste parole sulla sua lapide:

QUI GIACE SCHIERA AUGUSTA, MAMMA DELL’AGENTE ANTONINO AGOSTINO, DONNA IN ATTESA DI GIUSTIZIA ANCHE DOPO LA MORTE

Con le sue parole mi rivolgo a quanti sanno e non sono più disposti a tacere: la verità è già giustizia, parlate.

Grazie

Bruno Caccia e il futuro della democrazia

Un breve saggio sulle Mafie al nord con la ricostruzione degli ultimi trent’anni della storia d’Italia. Una storia che si intreccia con Cosa Nostra, Stidda, ‘ndrangheta, Camorra, ma anche con la guerra fredda e Giulio Andreotti, fino alla nascita di Forza Italia. E poi il giudice Carlo Palermo che sposta il teatro della narrazione fino in Turchia e il procuratore Bruno Caccia, che lo riporta drammaticamente in Italia e per la cui morte chiediamo ancora verità e giustizia.

1. Come ci sono arrivate le Mafie al nord?

Se per “mafie” intendiamo le tradizionali organizzazioni mafiose che abbiamo imparato a conoscere cioè Cosa Nostra, Stidda, ‘ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, Società foggiana (…) possiamo dire che esiste un radicamento consolidato in anni di presenze capillari, più o meno avvertite e contrastate, in tutto il nord Italia. Una delle più recenti operazioni di cui ho notizia riguarda Trieste dove è stata colpita dall’azione di FFOO e magistratura una propaggine ben equipaggiata della mafia di Casal di Principe.

Come ci è “arrivata” la mafia al nord?

La domanda è in se’ già tutta un programma, perché implica due ante fatti: che sia stato il meridione d’Italia a generare le mafie e che il nord Italia ne sia stato immune fino a quando i mafiosi meridionali non l’hanno contaminato. 

Ad osservare con una certa superficialità il fenomeno, si potrebbe anche aderire ad entrambi gli ante-fatti con il che ci imbatteremmo in una serie di questioni irrisolte: l’unità d’Italia è stata una buona idea? I “piemontesi” sono all’origine della indigestione di legalità imposta al sud? Mandare per anni al “confino” boss mafiosi meridionali nel nord Italia, pensando che lontani dal loro habitat non avrebbero nuociuto, è stata una pessima idea? 

Il più celebre teorico di questa impostazione fu l’indimenticato prof. Miglio, ideologo di quella Lega Nord secessionista e apparentemente così lontana dalla Lega di Salvini, che seraficamente proponeva una riforma costituzionale che consentisse al meridione d’Italia di darsi un proprio ordinamento istituzionale autonomo più consono alla cultura personalistica del potere radicata in quelle latitudini. In altre parole: la costituzionalizzazione delle mafie come fattore di ordine (e progresso!) del sud Italia. 

Sappiamo che a questa prospettiva si lavorò alacremente tra la fine degli anni ’80 e i primissimi anni ’90: quando cioè saltò completamente lo schema che aveva retto durante la Guerra Fredda e tutti si sentirono liberi di far volare gli stracci e di immaginare assetti nuovi di maggior confort. Il segnale di inizio “ricreazione” lo diede probabilmente Giulio Andreotti quando nell’Agosto 1990 andò in Parlamento a raccontare Gladio, facendo cascare a più di qualcuno tutti i denti. 

Nacquero in quella fase diverse “Leghe” indipendentiste meridionali che ammiccavano alla Lega Nord e ne costituivano il naturale compendio, la più famosa delle quali fu “Sicilia Libera” direttamente organizzata da Cosa Nostra, in particolare da Bagarella, stretto congiunto del capo dei capi. Il tutto con l’altro patrocinio della P2 di Licio Gelli.

Esplosero le bombe, morirono guardie ed innocenti, poi qualcuno tirò il freno e tutto si sistemò con maggior ragionevolezza entro lo schema unitario, nazionale, democratico e parlamentare.

Forza, Italia: il pericolo è scampato!

Quindi, ribadisco, a leggere con una certa superficialità il fenomeno si potrebbe anche aderire ai due ante fatti (la mafia è nata al sud e ad un certo punto ha contaminato il nord). Ma appunto: a leggere il fenomeno con una certa superficialità, concentrandosi sulle frange più volgari (che sono comunque criminali e come tali vanno trattate), perché invece se si guardano le cose con più pazienza la scena cambia di forma e di significato.

La scena, a guardare con pazienza, è quella di un patto di scambio altolocato. Uno scambio di convenienze dove soldi provenienti dal traffico di droga (e prima dai sequestri di persona e dalla speculazione edilizia), violenza sempre a disposizione per mettere ordine, capacità imprenditoriale e finanziaria di pulire e far fruttare denaro e potere politico si mescolano in un intreccio soffocante.

C’è un anziano e discusso ex gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Giuliano Di Bernardo, che diede le dimissioni dal ruolo pochi mesi prima dell’ondata di stragi mafiose del ’93 e che raccontò alla magistratura inquirente che non soltanto le logge calabresi della sua obbedienza erano quasi tutte controllate dalla ‘ndrangheta, ma che le Logge del nord erano state la camera di compensazione tra interessi economici settentrionali e capacità militare ed economica mafiosa. Ad ascoltarlo molto attentamente allora c’era il “mastino” di Palmi: Agostino Cordova. Non se ne fece nulla sul piano giudiziario perché da Palmi le carte passarono a Roma. Resterebbe da verificare anche un altro fatto: pare che i ritratti rituali del già gran maestro Di Bernardo siano stati bruciati all’interno dei templi massonici del GOI in segno di disprezzo eterno dell’infame. 

Le mafie insomma, ad una lettura più attenta, furono (sono?) fattore integrato di un certo sviluppo economico e fattore riconosciuto nel mantenimento di un certo ordine costituito. Assumendo questo punto di vista tornano utili anche le più recenti esternazioni di “faccia d’angelo” Felice Maniero, boss della mala del Brenta o mafia del Brenta, che racconta dei suoi rapporti con funzionari dei Servizi. 

La storia di Silvio Berlusconi indotto suo malgrado (!) a fare un patto con Cosa Nostra fin dagli anni ’70 per sviluppare indisturbato i suoi affari è paradigmatica. Per me resta un mistero giudiziario come sia stato possibile condannare in via definitiva il co-fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa e considerare Berlusconi, che a quanto stabilito da recenti sentenze non definitive, avrebbe continuato a pagare il mensile a Cosa Nostra anche dopo la fondazione di Forza Italia e fino almeno al 1994, già diventato Presidente del Consiglio, una vittima della forza di intimidazione dell’associazione Cosa Nostra.

Un altro “saggio” di cosa siano state le mafie al nord, secondo questo approccio un po’ più profondo e paziente si rintraccia a Trento, 1980, dove c’è un giovane magistrato che lavora all’Ufficio Istruzione e mette (malauguratamente per lui) gli occhi su uno strano giro di eroina e morfina base proveniente dalla Turchia, diretta in Sicilia, ma transitante per alcuni alberghi di Trento. Il giovane giudice istruttore si chiama Carlo Palermo e scamperà per miracolo ad un formidabile attentato ordinato da Cosa Nostra il 2 Aprile del 1985 a Pizzo Lungo, Comune di Erice, vicino a Trapani: lì si era da poco trasferito per la impossibilità di continuare a lavorare a Trento, dove era stato spogliato dell’inchiesta. Quella mattina una mamma, Barbara Rizzo, con i suoi due bambini, Salvatore e Giuseppe, con la macchina fece da scudo a quella blindata del giudice Palermo: loro morirono e lui da allora non si da pace e cerca la verità. Quella più profonda.  

2. XXI secolo: inabissarsi, arruolare e guadagnare

Mafia al nord dunque violenta, ricca e capace di stringere alleanze con ambienti politico-istituzionali: l’episodio più dirompente da questo punto di vista resta senz’altro l’assassinio del Procuratore di Torino, Bruno Caccia, avvenuto il 26 giugno del 1983, che va sempre messo in relazione al tentato omicidio del pretore di Aosta, Selis, che sei mesi prima qualcuno cercò di far saltare in aria imbottendo la sua auto di esplosivo: ebbene sì, la prima auto bomba contro un magistrato nella storia italiana è confezionata ad Aosta. Qualche mese dopo Rocco Chinnici non sarà altrettanto fortunato.

Il delitto Caccia è ancora oggi sotto i riflettori della magistratura (a Milano il processo di appello contro Rocco Schirripa ritenuto uno dei killer del procuratore, ha confermato la pena dell’ergastolo) e da solo dovrebbe bastare a stroncare una volta per tutte certi insopportabili stupori di chi ad ogni nuova inchiesta casca dal pero e si affretta a ringraziare le FFOO e la magistratura per aver illuminato un fenomeno… inaudito. Altro che inaudito! Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nato a Saluzzo e morto assassinato a Palermo il 3 settembre del 1982, già nell’80 parlava della presenza dei capi di Cosa Nostra nel torinese, intenti a fare i propri affari, senza destare sospetti, abili a camuffarsi e ad apparire “brave persone”. Dopo i bellicosi anni ’80 e ’90, la presenza delle organizzazioni mafiose si è come inabissata, cercando di far perdere coscienza di se’, anche in conseguenza del profondo mutamento del quadro internazionale di riferimento. Ma ci hanno pensato le grandi inchieste giudiziarie degli ultimi 18 anni a tenere acceso il faro: i processi Crimine ed Infinito sviluppatisi soprattutto tra Calabria e Lombardia che hanno sancito una volta per tutte l’unitarietà della ‘ndrangheta, le operazioni Minotauro, Albachiara, San Michele (…) fino a Barbarossa che hanno colpito severamente la ‘ndrangheta in Piemonte e il monumentale processo Aemilia che ha riguardato l’Emilia Romagna (150 imputati, un record!). Il tratto che colpisce in tutte queste inchieste più recenti è la capacità delle organizzazioni mafiose di allargare la rete di relazioni altolocate, soprattutto nel campo delle professioni, per ottenere una maggiore efficienza economica sul piano del riciclaggio del denaro, della penetrazione negli appalti, nella gestione di traffici ad alto tasso di conoscenza come il gioco d’azzardo on line. Colpisce anche il confine labile tra vittima e connivente: succede soprattutto col mondo aziendale, dove imprenditori avvicinati attraverso la più banale richiesta estorsiva, “mangiano la foglia” e decidono di diventare clienti dei mafiosi. I servizi che questi possono mettere in campo sono infatti ghiotti: dalla disponibilità di denaro liquido, al recupero crediti, alla dissuasione della concorrenza o di soci e dipendenti divenuti ingestibili.

Va detto che a volte questa scelta è motivata anche da un certo senso di sfiducia nelle Istituzioni, che vengono percepite ora come inadeguate ora come esse stesse corrotte.

Purtroppo sono tante le storie di imprenditori diventati Testimoni di Giustizia, cioè individui sottoposti a speciali misure di protezione, che pur avendo salva la vita non sono riusciti a mantenere le loro attività economiche successivamente alla denuncia e queste storie senza dubbio scoraggiano, nonostante vi sia stato da parte dello Stato un crescendo di attenzione a partire dal 1999, culminato nel 2017 con l’approvazione della legge che riforma i sistemi di tutela per gli imprenditori che denunciano.

Tutto ciò non può giustificare la connivenza con le organizzazioni mafiose, ma va tenuto in conto e deve essere uno sprone a far funzionare le Istituzioni preposte sempre meglio.

Più frequentemente la connivenza è frutto di un calcolo utilitaristico: sottostare alle richieste mafiose significa anche entrare in un circuito apparentemente foriero di vantaggi, si pensi, oltre agli esempi fatti sopra, agli appalti pubblici, lì dove l’imprenditore avvicinato conosca o supponga la capacità del clan di ottenere ascolto da parte degli amministratori locali e dell’apparato burocratico, che a volte conta di più. Insomma e qui sta uno dei punti cardinali della faccenda, il modo mafioso di stare al Mondo e in particolare nel mondo dell’economia, pare essere un modo vincente, particolarmente efficiente nell’ecosistema liberista. Grandi disponibilità di denaro, di provenienza illecita certo ma che hanno il merito di sollevare il capitano coraggioso dalle pastoie spesso invincibili del credito legale, velocità di realizzazione, riserva di violenza come metodo ordinario per semplificare il conflitto. Non c’è forse una assonanza culturale grave e profonda tra il modo mafioso di stare al Mondo e il modo che innerva certo mondo politico sempre più insofferente alla gestione democratica della complessità?

3. evoluzione della “forza di intimidazione”

Ecco a cosa dobbiamo allenarci: quando riflettiamo sulla “mafia al nord” non dobbiamo più pensare soltanto alla presenza delle tradizionali organizzazioni mafiose, che pure come ho cercato velocemente di richiamare è un fatto ineludibile, dobbiamo anche verificare in quali altri modi venga inverato il 416 bis del codice penale, cioè l’articolo che descrive l’associazione mafiosa. Il 416 bis è un articolo capolavoro, che andrebbe studiato nelle scuole, inserito nelle antologie, figlio della grande sapienza di Pio La Torre: un articolo che descrive la mera appartenenza ad una certa associazione come condotta meritevole di una severa reazione da parte dell’ordinamento costituito. Qual è la caratteristica che rende la mera appartenenza ad una certa associazione meritevole di sanzione gravissima da parte dello Stato? Quella di ottenere i propri scopi delittuosi “avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo, che genera omertà e assoggettamento”. La “forza di intimidazione del vincolo associativo” può tradursi nella paura che fa la presenza di un certo sodalizio, paura che è in grado di piegare la volontà altrui, senza colpo ferire, insomma di provocare obbedienza. Bisogna riflettere: la capacità di generare questo tipo di paura è propria esclusivamente dell’organizzazione Cosa Nostra, ‘ndrangheta (…)? Troppo facile rispondere: anche delle mafie straniere come le organizzazioni nigeriane o cinesi (che pure ci sono e sono state perseguite già attraverso il 416 bis). 

Una risposta intelligente ed avanzata arriva da Roma e la dobbiamo al lavoro della Procura guidata da Pignatone: l’operazione è quella denominata “mafia capitale”, del dicembre del 2014, che ha portato alla condanna di Buzzi e Carminati, per ora soltanto in secondo grado di giudizio. Nel sodalizio “Buzzi-Carminati” non si registra la presenza di articolazioni delle mafie tradizionalmente intese, ne’ di un sodalizio criminale della capacità di controllare militarmente un certo territorio, piuttosto ci si confronta con una rete di relazioni animata soprattutto da una connivenza corrotta e corruttiva, certo adagiata su una riserva di violenza il più delle volte evocata e non agita. Non c’è il controllo di un quartiere, ma di un ecosistema sociale.

Bisognerebbe andare oltre e ragionare anche su cosa sia “violenza” e quindi su come si debba qualificare quella “riserva di violenza” che rende il metodo intimidatorio, mafioso a norma di codice penale. 

Per esempio: in una società così affamata di lavoro, la possibilità di stroncare carriere in ambiente universitario o ospedaliero potrebbe essere intesa come “riserva di violenza” capace di generare omertà e assoggettamento?

Quando nella XVII Legislatura abbiamo modificato l’art. 603 bis del Codice Penale nell’ambito della più ampia riforma per contrastare il fenomeno del caporalato, abbiamo introdotto un principio secondo il quale il ricatto del lavoro verso una persona vulnerabile, cioè in grave condizione di bisogno, è in se stesso una forma di violenza estorsiva, senza che si debba provare, per integrare la fattispecie di reato, un ulteriore ricorso alla violenza agita. Qualora si riscontrasse pure questa, essa sarebbe una aggravante rispetto alla condotta di reato già perfettamente integrata. Quindi mettere paura ad una persona in difficoltà, ottenendo da questa prestazioni lavorative (e non soltanto) attraverso la minaccia di non farla più lavorare è in se stessa da considerarsi azione violenta.

Su questo crinale si risolve la profezia di Giovanni Falcone in un modo o in un altro.

Alla domanda se lo Stato avrebbe mai sconfitto Cosa Nostra, Falcone rispose come tutti noi sappiamo: “Certo, perché la mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha avuto una origine, avrà una fine”. Una risposta perfetta, se riferita al dato storicizzato di una certa organizzazione, quella di Cosa Nostra siciliana, che infatti se non è stata radicalmente sconfitta, è stata sicuramente decapitata e fortemente ridimensionata dalla reazione dello Stato, ahinoi, alle stragi in cui persero la vita proprio Giovani Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e quasi tutti i loro agenti di scorta. Una risposta che rischia invece di essere neutralizzata se queste “piante” maledette prima di essere estirpate riusciranno a trasferire il proprio codice culturale a quanti, persone per bene che mai e poi mai si immischierebbero con giri di droga, estorsioni o gioco d’azzardo, abbiano però maturato una tale insofferenza per le regole del diritto e abbiano una così irrefrenabile ambizione di potere da essere pronte a annichilire di fatto la democrazia liberale e costituzionale che conosciamo, in nome di forme di gestione dell’ordine sociale che lascino libera la volontà del più forte di inverarsi in tutto il suo splendore. Di nuovo. 

 

Davide Mattiello

Presidente di Benvenuti in Italia

Consulente della Commissione Parlamentare Antimafia della XVIII legislatura