MEF: un’altra occasione persa

Abbiamo perso un’altra occasione buona e non è colpa di Alfredo. Ma del MEF che tanto ha fatto e tanto ha detto che l’emendamento fortemente voluto per dare ristoro alle vittime di racket che denunciano alla fine è stato stravolto (*).
Negli ultimi giorni abbiamo assistito al più grande sequestro mai effettuato al Mondo di tonnellate di anfetamine (un miliardo di € il valore sul mercato illegale), all’omicidio nelle campagne di Vittoria di Orazio Sciortino ex collaboratore di giustizia, all’inchiesta su una nuova Locale di ‘ndrangheta nel sud del Piemonte, guidata dai fratelli Luppino, che sarebbe riuscita anche a corrompere alcuni pubblici funzionari, agli arresti a raffica dei nuovi-vecchissimi affiliati di Cosa Nostra a Palermo, agli allarmi di Avviso Pubblico per le troppe intimidazioni ai Sindaci in Italia… ma niente, questo Governo NON ha in agenda una efficace strategia contro le mafie. Eppure liberare le persone che vivono nella paura dovrebbe essere una priorità e tra le priorità ci dovrebbe essere quella di sostenere gli imprenditori onesti che anzichè assecondare le mafie, si ribellano. Volevamo una norma che legasse l’obbligo di ricominciare a pagare le tasse allo Stato all’effettivo ristoro che lo Stato deve ai denuncianti e che in molti casi si attende per anni (!). Obiettivo fallito: il MEF ha sostenuto reiteratamente che così si sarebbe creato un danno erariale insostenibile (non commento più questo argomento, è vergognoso). Bisogna cambiare passo.

(* voglio ringraziare ancora una volta l’on. Verini che ha fatto il possibile per difendere insieme ad altri parlamentari, come l’on. Aiello, l’emendamento nella sua formulazione originaria. La riformulazione, approvata dal Governo aumenta di 2 milioni di € il Fondo per le vittime di racket… ma non era questo il problema)

ANSA in sciopero: senza informazione non c’è democrazia

I giornalisti di ANSA sono in sciopero da ieri e bisogna che questa novità faccia notizia. Si annunciano tagli ed ulteriore precarizzazione. Quando a raccontare la realtà saranno rimasti soltanto alcuni grandi gruppi industriali multinazionali che ne sarà della verità? Quindi della democrazia, perché è inutile girarci attorno: libertà e sovranità popolare dipendono dall’accesso ad informazioni di qualità. Non ho ancora ‘smaltito’ il modo indegno col quale è stato cacciato da Repubblica Verdelli, che arriva questa scelta drammatica della redazione di ANSA. Eppure nel Governo la sensibilità sull’argomento non dovrebbe mancare. Forza! La stampa libera é un bene pubblico!

Il comunicato di ANSA:
L’assemblea dei giornalisti dell’ANSA ritiene irricevibile il piano prospettato dall’azienda per recuperare gli ipotizzati minori ricavi legati all’emergenza sanitaria Covid-19. Le misure avanzate comprometterebbero gravemente la capacità dell’ANSA di assicurare un notiziario qualitativamente e quantitativamente adeguato alle esigenze del Paese in un momento in cui il ruolo dell’informazione è quanto mai essenziale. Un indebolimento, quello prospettato, che pare ancora più inconcepibile alla luce del riconoscimento della funzione che la politica tutta e le istituzioni hanno tributato all’Ansa in questa fase drammatica del Paese, nella quale il lavoro della redazione, che ha operato in smart working in assenza di dotazioni tecnologiche adeguate, è stato unanimemente ritenuto indispensabile nella lotta alle fake news. Per l’ennesima volta l’azienda intende raggiungere il pareggio dei conti scaricando i costi sui redattori e ancor peggio sui collaboratori e sui precari dell’agenzia privati, non solo di prospettive, ma anche di una retribuzione dignitosa, con la pretesa, inoltre, di raggiungere l’obiettivo entro il 2020. Con queste premesse si ritiene impossibile qualsiasi confronto con l’azienda, confronto che sarebbe ipotizzabile solo sulla base di una prospettiva di rilancio con una conseguente riorganizzazione del lavoro.

La redazione negli ultimi 15 anni ha subito progressivi tagli di organico e sacrifici economici che hanno compromesso il futuro dell’agenzia, rendendo così palese che l’assetto proprietario, immaginato 75 anni fa per garantire al Paese una fonte di notizie imparziale e indipendente, è ormai del tutto inadeguato ai tempi. I giornalisti dell’Ansa chiedono all’azienda un piano industriale e rivolgono un appello al Governo, al Parlamento, alla società civile e a tutte le forze democratiche, con cui proseguiranno un serrato confronto, perché facciano sentire la loro voce affinché si impediscano scelte che metterebbero a rischio uno dei principali pilastri del sistema informativo nazionale.

L’assemblea dei redattori dell’Ansa indice uno sciopero di 48 ore a partire dalle 7 di venerdì 15 maggio, proclama lo stato di agitazione e invita le redazioni a riunirsi subito dopo l’assemblea per definire possibili iniziative a sostegno dell’attività sindacale.

L’assemblea affida al Cdr un pacchetto di ulteriori 10 giorni di sciopero e lo sollecita ad avviare una azione che porti all’esterno la vertenza dell’ANSA attraverso una campagna di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica e dei nostri lettori.

Il DL Rilancio non penalizzi il Terzo Settore

Dalla penalizzazione del Terzo settore danni sociali enormi: il Governo ci pensi bene. È fondamentale che in conversione del DL Liquidità il Parlamento modifichi l’art.1 includendo anche gli Enti non commerciali che svolgono attività di interesse generale non in regime di impresa, analogamente a quanto accaduto per la sospensione dei versamenti prevista dall’art. 18 dello stesso Dl. Chi si impegna quotidianamente a servizio della coesione sociale, cioè per fare in modo che nessuno rimanga indietro, non svolge soltanto una attività eticamente meritoria, svolge anche una attività economicamente rilevante prevenendo e attenuando tutte quelle circostanze umane che diversamente possono trasformarsi in sofferenza, solitudine, malattia, conflittualità, delinquenza. Cioè costi, costi e ancora costi!.

Basta guardare cosa succede quando in certe periferie urbane saltano i progetti di accompagnamento sociale, di inclusione lavorativa, di mediazione dei conflitti: bisogna mandare l’esercito e riempire lo spazio di telecamere. Oppure pensare che Save the Children stima in Italia un milione di minori in più a rischio povertà assoluta. La filantropia non basta! Pieno sostegno quindi alle posizioni recentemente espresse dal Sottosegretario Baretta.

Investimenti tagliati o sprecati: la storia dei “mafiosi scarcerati” per il Corona-virus è soltanto l’ultima spia

Magistrati di Sorveglianza e Agenti della Penitenziaria come i Medici ed gli Infermieri, carceri e ospedali pagano lo stesso male: investimenti tagliati o sprecati. Così si rischia di correre ai ripari malamente e la storia dei “mafiosi scarcerati” per il Corona-virus è soltanto l’ultima spia. Mi spiego.

Abbiamo imparato a chiamare i medici “eroi”, soltanto per carità di patria, per non alimentare polemiche in un momento drammatico, ma è sempre più chiaro che si scrive “eroe” e si legge: condizioni insostenibili dovute alla inadeguatezza colpevole del sistema sanitario. Ora infuria la polemica sulle decisioni della Magistratura di Sorveglianza che manda ai domiciliari detenuti per reati di mafia che rischiano la vita in carcere perchè esposti al contagio, perchè vecchi, perchè malati (*). La pressione sulla Penitenziaria da un lato così come sulla Magistratura di sorveglianza dall’altro è altissima eppure non dovrebbe essere così e non dovrebbe venire meno mai l’equilibrio tra rigore della pena e dignità della persona (quando si sfonda questo equilibrio si chiama tortura alias trattamento inumano e degradante).

Che fare? Come non farsi schiacciare da questo dilemma che viene strumentalmente calavancato da personaggi come Salvini? Pretendendo investimenti pubblici adeguati per garantire un’altra funzione essenziale dello Stato: la Giustizia. Il confine tra condizioni sopportabili e condizioni non sopportabili del detenuto e del personale penitenziario non è una variabile indipendente, al contrario dipende molto dalle strutture, dalle risorse materiali e personali e questo è vero in particolare per l’alta sicurezza e il “41 bis“. La montagna di denaro mobilitata per far fronte all’emergenza servirà anche a risolvere questi problemi? Vedremo. Intanto fa bene il Ministro Bonafede ad annunciare un maggior coinvolgimento della DNA, delle DDA e della Commissione Antimafia nelle valutazioni riguardanti detenuti per mafia: è un modo per condividere il peso della responsabilità ed evitare che qualche servitore dello Stato si trovi sovra esposto.


(* questa questione non ha nulla a che fare con la concessione di premialità a mafiosi detenuti che non collaborano con la magistratura… )

Davide Mattiello
Consulente della Commissione parlamentare antimafia

Covid-19 – Mafie: ormai il “Re” è nudo

Tra furbastri e distratti vince la mafia, ma ormai il “Re” è nudo e chi non coglie l’occasione rischia di essere complice. Mi spiego. La situazione vede da un lato schierate le mafie pronte a fare affari sfruttando l’emergenza COVID-19, dall’altro schierati gli imprenditori che per ripartire hanno bisogno degli aiuti di Stato e ne hanno bisogno al più presto, diversamente la tentazione di cedere alle lusinghe del denaro criminale sarà per molti irresistibile. Di fronte a questo tema il dibattito pare polarizzato tra chi, come Forza Italia (!), dice (tenetevi forte!): sostituiamo le procedure antimafia e antiriciclaggio con autocertificazioni e chi dice: sarebbe una follia rinunciare a questi presidi di legalità proprio ora che il rischio è maggiore. Che fare?

Abbiamo letto sui giornali che la “app” che dovrà tracciare in tempo reale i movimenti ed i contatti di milioni di individui per tutelare la salute pubblica dai contagi è stata individuata in una (1) settimana: ecco il “Re” nudo. L’epidemia, ci piaccia o no, ci dimostra la potenza del digitale, la tecnologia informatica è in grado di farci vivere in una “second life” permanente (google in 0,39 secondi mi trova oltre 4 miliardi e 600 milioni di risultati se digito “second life”, chiaro?) e noi stiamo ancora a discutere di certificati contro autocertificazioni?! Stiamo ancora ad auspicare l’unificazione delle banche dati a fini investigativi, la razionalizzazione delle stazioni appaltanti, una maggiore trasparenza amministrativa…Al magistrato Gian Carlo Caselli sono debitore di tante lezioni, ma tra tutte una mi torna utile ora, quella sulla “inefficienza efficiente” cioè sulla perversa capacità di chi, avendo il potere di risolvere situazioni complesse, le lascia sapientemente ingarbugliate perché proprio nel mantenimento della inefficienza del sistema sta la possibilità di lucrare e accumulare rendite di posizione: potere. Contro mafie e corruzione lo Stato è come un congegno dal quale spuntano fili che dovrebbero collegarsi ed invece si sfiorano soltanto facendo scintille: penso alla UIF, al Comitato per la sicurezza economica del MEF, alla Guardia di Finanza, agli ispettori, alla DIA, alla DNA, al DIS, alla cabina di regia presso il Viminale, al DAP, ai Tribunali per le misure di prevenzione, a quanto previsto dal d.Lgs 231 del 2007 (che per altro recepiva normativa europea!) eccetera, eccetera. Chi potrebbe con pazienza ed intelligenza collegare questi fili per riformare una volta per tutte la capacità digitale del nostro Paese nel contrasto a mafie e corruzione? La Commissione parlamentare antimafia.

Perché? Perché è il naturale luogo di ascolto e sintesi tra i vari “pezzi” dello Stato, perché è l’Istituzione più autorevole in materia che, non dovendo gestire l’emergenza, potrebbe occuparsi del futuro. Un futuro migliore, più libero e giusto, dove mafiosi e corrotti non abbiano ossigeno per trafficare. Non sarebbe bella una politica così?

Davide Mattiello
Consulente della Commissione parlamentare antimafia

Vittime di mafia, racket e usura: lo Stato non perda questa occasione, potrebbe essere l’ultima

La convergenza di interessi tra mafie, delinquenti ed emergenza Covid-19 è stata messa in evidenza ripetutamente in queste settimane. Bene!
L’urgenza di intervenire perché si eviti la saldatura tra imprenditori, famiglie in crisi e criminalità è stata riconosciuta. Bene!
Domani l’Italia comincerà a riaprire con prudenza e il Governo è impegnato a stabilire le priorità di intervento, quale migliore occasione per trasformare analisi allarmate e buoni propositi in fatti concreti?
Forse non è inutile ricordare ai cittadini italiani che già esistono leggi e strumenti per intervenire a sostegno delle vittime di usura, di racket, di mafia e dei reati intenzionali violenti. Questi strumenti fanno capo al Ministero dell’Interno e più precisamente a due Commissari che presiedono ciascuno un Comitato di Solidarietà: il Prefetto Anna Paola Porzio a capo di quello che interviene per le vittime di usura e racket, il Prefetto Raffaele Cannizzaro a capo di quello che interviene per le vittime di mafia e di reati violenti.
Bisogna aggiungere che non di rado le vittime in questione, avendo denunciato e avendo contribuito a indagini e processi, si sono esposte ad un rischio tale di vendetta da parte dei delinquenti da essere state inseriti in speciali programmi di protezione, molto rigorosi e spesso traumatici per l’intero nucleo famigliare, che producono ulteriori danni. Anche per questo “sotto insieme” di persone, che purtroppo verrebbe da chiamare di “eroi” come è abitudine chiamare medici ed infermieri di questi tempi, esistono già leggi e strumenti dedicati (il Prefetto Porzio ha per altro fatto parte proprio della Commissione Centrale che si occupa dei destini di queste famiglie).
Naturalmente tutti questi strumenti di sostegno hanno un costo: per questo dal 2011 esiste un Fondo Unificato di solidarietà al quale i due Commissari attingono, mentre altri sono i canali attraverso cui il Ministero e la Commissione Centrale fanno fronte alle esigenze dei Testimoni di Giustizia inseriti nei programmi di protezione.
Chi gestisce concretamente i soldi del Fondo? CONSAP, la concessionaria pubblica di servizi assicurati che è presieduta dal prof. Mauro Masi, che dal 2011 ne è amministratore delegato e dal 2014 anche presidente. CONSAP ha moltissime incombenze e sicuramente in questa fase dovrà gestire per conto dello Stato (a cui appartiene al 100%) molte urgenze scaturite dalla pandemia.
Ma è proprio qui che interviene la cultura politica di chi, sapendo di non poter fare tutto contemporaneamente, decide cosa fare prima e cosa fare dopo: cosa c’è di più politico?
Il Presidente del Consiglio Conte pare essersi dotato di un “Governo ad acta” per la gestione della così detta “FASE 2”, capitanato dal dott. Colao che starebbe elaborando il piano di ricostruzione dell’Italia confrontandosi, rigorosamente on line, con una quindicina di super esperti di stanza in mezzo Mondo.
Io non so in che rapporto stia questo “Governo ad acta” con il Governo votato dal Parlamento, io non so quindi se Colao si Confronterà anche con la Ministra Lamorgese. Io non so cosa il dott. Colao sappia di mafia, usura, racket e non so quanto conosca quelle leggi e quegli strumenti. Non sapendo, può ben darsi che la mia raccomandazione sia inutile e tuttavia: mi raccomando dott. Colao, l’Italia riapre se spezza concretamente la catena criminale che lega delinquenti e vittime. Noi italiani sappiamo come si fa (!) con buona pace di quello che scrivono sui giornali certi tedeschi, però bisogna che chi governa, in un modo o in un altro, si assuma la responsabilità di dettare le priorità. Nessun algoritmo potrà sottrarre la politica a questo compito e meno male.
Auguri sinceri di buon lavoro

Davide Mattiello
Consulente della Commissione parlamentare antimafia
Già deputato della XVII Legislatura, membro della Commissione parlamentare antimafia e presidente del Comitato vittime di mafia

RICOMPORRE LE PARTI

 

Sono stato coinvolto da Luciano Violante nel progetto editoriale “RICOMPORRE LE PARTI:
FRATTURE E CONTINUITÀ NELLA STORIA DELLE ISTITUZIONI REPUBBLICANE” 
che oggi vede la luce (tra pochi giorni anche in forma cartacea). Una grande sfida che mi ha sorpreso e messo alla prova: perchè Violante mi ha chiesto di scrivere proprio il capitolo dedicato alle stragi del 1992. Perchè io? Considerando che Violante è stato uno dei protagonisti di quella stagione e che con altri altrettanto autorevoli ho avuto modo di collaborare in questi anni. Perchè io? Che non sono ne’ uno storico, ne’ un giornalista, ne’ un testimone. Confesso che mi sono sentito profondamente inadeguato. Ma poi ho accettato e l’ho fatto per senso del dovere e anche per riconoscenza verso chi mi ha aiutato a capire in questi 20 e più anni di militanza, perchè le parole scritte possono anche essere un testamento ed una promessa. Faremo del nostro meglio per continuare la liberazione.

 

Audito dalla commissione antimafia, rispondo alle accuse del sig. Bolzoni

 

Grazie Presidente,

grazie non soltanto per avermi dato ora la parola ma soprattutto perché fin dalla sera del 22 Ottobre quando il sig. Bolzoni mosse contro di me le accuse alle quali oggi posso replicare, lei precisò subito nel suo intervento che avrei avuto questa facoltà.

Le accuse rivolte a me personalmente sono certo spiacevoli, ma se fosse soltanto questo il punto, forse non varrebbe nemmeno la pena di impegnare una Istituzione parlamentare così importante come questa, della quale sono onorato di aver fatto parte come deputato nella passata Legislatura e della quale mi onoro di far parte come consulente in questa XVIII Legislatura

Credo però che reagire alle accuse mosse dal sig. Bolzoni impegnando questa Commissione abbia un senso perché queste accuse mosse contro di me, sono un segmento all’interno di una articolazione di accuse mosse contro un intero movimento, che è stato ripetutamente accusato di essere culturalmente inadeguato e più gravemente ancora di essere conformista, quando non proprio accucciato ai piedi del potere, perché da questo alimentato attraverso contributi e benemerenze.

E allora spero che replicando per quel che mi riguarda io possa anche contribuire ad una reazione più generale, di chi, pur consapevole dei propri limiti, non rinuncia alla dignità di un impegno che ha segnato in maniera irreversibile tante e tante vite

Andiamo con ordine

Il sig. Bolzoni mi accusa di aver mandato un “messaggio”, non si capisce di che natura, forse addirittura intimidatorio, per aver postato su FB un video di 18 secondi nel quale presentavo un personaggio di fantasia: il “Commissario Zolfoni”

In questo personaggio il sig. Bolzoni si sarebbe riconosciuto.
Confesso presidente: il sig. Bolzoni ci ha visto bene. Ho creato quel personaggio, ispirandomi a lui e alla sua straordinaria capacità investigativa.
Ho inteso mandare un messaggio con quel video?
Confesso per la seconda volta, Presidente: sì, indubbiamente.
Quale messaggio? Che non avrei più taciuto, non avrei più sopportato in silenzio gli attacchi infamanti che continuavo a ricevere.
Pensai allora di rispondere realizzando una vera e propria sceneggiatura teatrale.
Sì: una sceneggiatura teatrale. Vede presidente io sono prima di tutto un mangia fuoco, nella mia vita precedente ho attraversato in lungo ed in largo il Paese facendo teatro di strada, facendo il “cunta-storie”, idealmente allievo di Augusto Boal, Paulo Freire e Danilo Dolci, e così avevo pensato di rispolverare le mie qualità e la mia attrezzatura e di rispondere con il teatro a quegli insulti. Mi sembrava infatti eccesivo scomodare la magistratura.

Quali insulti?
Gli attacchi ingiuriosi del sig. Bolzoni hanno, almeno in forma pubblica e scritta, una data di avvio: l’articolo comparso su La Repubblica il 19 Ottobre del 2013, quindi primi mesi della XVII Legislatura con la Commissione Antimafia che era stata appena costituita, nel quale venivo definito un “CALABRAGHE” e un “FURBACCHIONE”, invece nel libro dedicato al caso Montante, uscito nel Marzo 2019, accusandomi di un imbarazzato silenzio sulla vicenda Montante, il sig. Bolzoni non si limitava a scrivere che me ne ero stato zitto, che ero rimasto muto… ma che me ne ero restato “MUTOLO”, evocando così in maniera evidente un celebre collaboratore di giustizia.
Se noi sommiamo il concetto di “CALABRAGHE” il concetto di “FURBACCHIONE” ed il concetto “MUTOLO”, otterremo qualcosa di simile ad un terribile… “INFAMONE VENDUTO”.
Quindi io sarei un “INFAMONE VENDUTO”.

E per quale motivo sarei un “INFAMONE VENDUTO”?
Il sig. Bolzoni lo spiega molto chiaramente nel suo intervento in questa Commissione: da deputato componente della Commissione Antimafia sarei stato attivissimo sul mille fronti… INUTILI! Tipici di uno che ad essere gentili, non ci capisce proprio niente di mafia.
Infatti il sig. Bolzoni dice che mi sarei occupato di “mafia caucasica” e persino di “gatti neri” pur di non occuparmi di ciò che, secondo il sig. Bolzoni era ed è l’unica cosa importante di cui occuparsi: il caso Montante.

Vediamo un po’, quali sono stati almeno alcuni di questi “gatti neri” di cui mi sono occupato nella scorsa Legislatura:
Mi sono occupato dell’omicidio di Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio commesso il 5 Agosto del 1989 e rimasto ad oggi senza verità. L’ho fatto interloquendo formalmente con l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi Segreti, Minniti, cercando e ottenendo informazioni su una delle questioni più controverse: il segreto di Stato calato su questa vicenda. Ho continuato ad occuparmene fino all’estate del 2017 quanto improvvisamente moriva in Calabria uno dei personaggi più discussi in tutta questa storia, l’ex agente di Polizia Giovanni Aiello, chiedendo formalmente che questa Commissione acquisisse tutta la documentazione relativa al suo decesso. Cosa che è avvenuta per altro.
Mi sono occupato del tentativo di delegittimare l’allora Questore di Latina, il dott. De Matteis, una persona per bene, con la schiena diritta, che aveva avuto il grande merito di non guardare in faccia a nessuno in un contesto difficile, pericoloso nel quale le collusioni tra criminalità organizzata, politica ed Istituzioni si sarebbero di lì a poco rivelate in tutta la loro concretezza e gravità
Mi sono occupato della latitanza di Amedeo Matacena, già deputato, condannano in via definitiva per concorso esterno, che dall’Agosto del 2014 si trova, fino a prova contraria, negli Emirati Arabi. Ciò ha significato, tra l’altro, scoprire che l’Italia che mantiene da tempo eccellenti rapporti di scambio con gli Emirati non aveva un Trattato di Cooperazione giudiziaria e di estradizione con quel Paese, il che mi ha indotto a fare tutto il possibile perché questa situazione fosse sanata. Questo sforzo, che ha trovato via, via un’ampia convergenza di volontà politiche ha prodotto il risultato che voi conoscete bene
Mi sono occupato, come presidente del V Comitato di questa Commissione, di elaborare la proposta di riforma del sistema di protezione dei Testimoni di Giustizia, che il Parlamento ha approvato all’unanimità nel Gennaio del 2018
Mi sono battuto perché nella riforma del Codice Antimafia, della quale sono stato relatore per la maggioranza alla Camera, il così detto “protocollo Antoci” diventasse legge dello Stato. Cosa che è avvenuta con il voto finale del Settembre del 2017
Ho ripetutamente interpellato il Governo sul nuovo Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria, al tempo incompiuto, ritenendo che fosse insopportabile la collocazione degli Uffici giudiziari all’interno del CEDIR: lei presidente saprà senz’altro che per accedere alle stanze della DDA si deve attraversare una batteria di bagni. Non proprio un messaggio edificante.

Sono “gatti neri” o è “mafia caucasica”?

Significa occuparsi di “gatti neri” pretendere verità anche sui fatti di quella stagione dolorosa che va dal 1989 al 1994? Io credo di no e questo non significa rimanere appiccicati alle stragi, con la testa rivolta al passato senza capire niente di quel che è successo dopo.
Significa piuttosto rispettare un impegno di solidarietà con i familiari di quelle vittime, perché la loro pena non conosce prescrizione e nemmeno la loro esigenza di giustizia.
Significa seguire i fili che partono da quella stagione ed arrivano fino al nostro presente condizionando attualmente la qualità della democrazia in Italia: come altrimenti si spiegherebbe la perdurante latitanza di Messina Denaro. Cosa ci dicono infatti su questo punto le carte di processi come Gotha, Breakfast e ‘Ndrangheta stragista che si stanno celebrando a Reggio Calabria? Sono processi meno importanti di quello a Montante? E cosa sta emergendo dal nuovo processo ai mandanti della strage di Pizzo Lungo del 2 Aprile 1985, che si sta celebrando a Caltanissetta?
Significa confrontarsi eccome con l’ipotesi che la mafia oggi sia anche qualcosa di molto diverso nelle forme, anche se profondamente identico nel genoma: per questo mi sono occupato di una inchiesta, quella sì sprofondata nel silenzio, l’inchiesta sui fratelli Occhionero, accusati di spionaggio informatico, se non sbaglio questa Commissione ha sentito recentemente il dott. Di Legami ma su altro.

Sono “gatti neri” o è “mafia caucasica”?

In conclusione presidente, io so di avere commesso degli ERRORI durante il mio mandato, ma rivendico l’onestà intellettuale e la passione politica con le quali ho cercato di affrontarli e di risolverli. Credo che la critica, anche severa, sia ossigeno e sono grato a tanti giornalisti che non l’hanno risparmiata, stimolando ripensamenti e correzioni. Credo invece che abbia tutt’altro significato il comportamento di chi a partire da errori veri o presunti cerchi di delegittimare una vita intera ed una intera forza sociale. A chi giovi questo “sparare ad alzo zero” credo sia evidente a tutti

Grazie Presidente

Guarda il video dell’audizione a questo link => https://webtv.camera.it/evento/15441

Alla fine cadrà il 416 bis

 

La sentenza della Corte Costituzionale sull’ergastolo ostativo mi preoccupa anche (!) perchè rivela una grave sottovalutazione della mafia come organizzazione criminale permanente (sarebbe utile farsi dare dalla DNA una statistica dei “fine pena” tra i boss senza ergastolo).

Dalla mafia non ci si dimette e chi cerca di scappare lo fa a suo rischio e pericolo (penso soprattutto alle donne uccise perchè hanno cercato di girare pagina). Come se essere mafiosi fosse una condizione disponibile da parte dell’individuo. Non è così. E’ semmai una condizione disponibile da parte della mafia stessa, che se considera un suo affiliato infame, lo disconosce, lo ammazza, lo fa sparire (ecco perchè è così importante la decisione di collaborare).

Questo strabismo porterà presto, temo, a mettere radicalmente in discussione il 416 bis come reato associativo: si dirà che non si può essere condannati per la semplice appartenenza ad una associazione, se non si dimostra che chi appartiene a quella organizzazione ha commesso determinati reati-fine.

E si rischia di tornare a quando i capi della mafia, potenti e insospettabili che non si sporcavano le mani, andavano tutti impuniti perchè si poteva procedere soltanto per il singolo omicidio, la singola partita di droga.

E quanto resisterà la “orribile” inversione dell’onere della prova nei sequestri di prevenzione?

Per non parlare di quel mostro poliforme che è la DIA, mai completamente digerita o del potere di coordinamento e di impulso della DNA, lesivo dell’autonomia del giudice naturale… e via seguitando.

C’era una volta la mafia che faceva la guerra allo Stato, una anomalia, che però ha avuto il “merito” di mostrare al Mondo la pericolosità del fenomeno. Quella mafia, in Italia, non c’è più: a fare tesoro della lezione sono stati loro.

IL DIBATTITO PUBBLICO DOPO L’ULTIMA SENTENZA DELLA GRAN CAMERA DI STRASBURGO

La mia riflessione e quella di Gian Carlo Caselli, riprese da Libera Informazione, hanno sottolineato il rischio di fare pericolosi passi indietro, le pubblichiamo qui insieme ad una rassegna stampa ampia. Le Istituzioni europee farebbero meglio a capire con maggiore attenzione le ragioni che hanno spinto l’Italia a fare certe scelte nella lotta alla mafia, anche perché da tempo ormai la mafia non è più un problema soltanto italiano.

Leggi:

In Europa non sanno cos’è la mafia, l’articolo di Gian Carlo Caselli su liberainformazione

I gravi errori della CEDU, il mio articolo su liberainformazione

Ergastolo ostativo: la rassegna stampa