Intervista a Luciano Silvestri responsabile nazionale Legalità e Sicurezza CGIL

Durante questa legislatura il governo si è naturalmente occupato di diversi temi, tra cui quello della legalità e del contrasto alle mafie. Le chiediamo un commento su questo:

Io in particolare come responsabile Nazionale della CGIL per quanto riguarda i temi della legalità e della sicurezza sono stato molto coinvolto in alcune delle vicende importanti che hanno caratterizzato questa legislatura.

In primis la riforma del codice antimafia, che ha avuto una lunghissima gestazione iniziata nel 2012, ha origine proprio da una legge di iniziativa popolare che la CGIL nel 2012 ebbe modo di lanciare raccogliendo le firme per poter presentare questa proposta di legge insieme a un ampio schieramento di soggetti che vanno da LIBERA all’ARCI alle ACLI ad Avviso Pubblico e tanti altri ancora. Sentivamo allora la necessità di avere strumenti per poter affrontare il grande tema del riutilizzo dei beni confiscati. Fu allora che per la prima volta incrociai Davide Mattiello. Ci ricordiamo ogni tanto i primi caffè presi davanti al bar dell’ingresso della Camera dei Deputati quando iniziavamo a cercar di capire come sostenere questo obiettivo che anche Davide riteneva essere molto importante. Poi c’è stato tutto un lungo lavoro compiuto con le elaborazioni, con gli ordini del giorno che la Commissione Antimafia presentò all’epoca al Senato e alla Camera. Questo è un primo grande risultato, molto travagliato, che si poteva fare sicuramente meglio. Tutto si può fare sempre meglio, però alla fine ce l’abbiamo fatta e questo è un risultato importante di questa legislatura che nasce proprio da questa combinazione fra rapporto virtuoso tra la società civile e le istituzioni. Con Davide in modo particolare abbiamo trovato tante occasioni di sostegno reciproco affinché questa idea potesse arrivare in porto. Questo è un primo elemento che ci ha impegnato moltissimo, è un risultato straordinario perché effettivamente c’era bisogno di realizzare questa operazione di riforma.

Devo dire che, siccome son passati tanti anni, nel corso del tempo anche i processi reali sono andati mutando. C’è stata l’accortezza nella discussione parlamentare di introdurre anche elementi che originariamente non erano presenti nelle discussioni sulla proposta di riforma, come ad esempio estendere le misure di prevenzione previste per quanto riguarda l’associazione di stampo mafioso anche a coloro che si macchiano del reato di corruzione e sappiamo bene quanto difficile è stata questa discussione tra Senato e Camera. Questo è un elemento che non era previsto all’inizio, ma che è stato inserito in corso d’opera e che ritengo un passaggio anche questo altrettanto importante, perché sia i fatti giudiziari e anche quelli che la cronaca quotidiana registra, ci parlano di un asse pericolosissimo che rinsalda il rapporto tra corruzione e mafia. C’era bisogno anche di una norma importante che affrontasse anche dal punto di vista legislativo questa idea di mafia, di combattere contro questo elemento di novità negativo che purtroppo registriamo, sia nei fatti giudiziari che in quelli di cronaca. Adesso siamo al rush finale, ma proprio finale perché si parla che a giorni, dopo l’approvazione della legge di bilancio le camere si scioglieranno e c’è poco tempo ed io mi auguro davvero che anche un’altra norma per la quale ci siamo impegnati tantissimo, anche nel rapporto con Davide Mattiello, quella dei testimoni di giustizia, riesca finalmente ad arrivare all’approvazione definitiva (la legge è stata approvata il 21/12/2017, NdR).

C’è un aspetto che va evidenziato: sia per il codice antimafia che le norme di sostegno ai testimoni di giustizia c’è stata una discussione alla Camera molto impegnativa, con votazione addirittura unanime per alcuni aspetti e poi una volta al Senato o c’è una negazione di quello che la Camera ha fatto, oppure non si accelera una votazione come quella sui testimoni di giustizia. Quello che alla Camera ha avuto un voto unanime, non si capisce perché il Senato non faccia rapidamente altrettanto. Io mi auguro davvero che ce la possiamo fare, perché queste persone meritano un’attenzione particolare da parte dello Stato. Sono persone che si mettono in gioco, persone coraggiose, persone che subiscono per queste scelte fatte un trauma dal punto di vista personale, ma anche di uno svuotamento talvolta della loro personalità, diventano figure anonime. Lo Stato ha interesse, non solo ha la necessità di sostenerle, ma ha interesse perché questo aspetto dei testimoni di giustizia acquisti in maniera più diffusa possibile fiducia nello Stato e nella possibilità di denunciare e dichiarare ciò che si vede perché questo è uno strumento potente di lotta contro le mafie, contro la corruzione e noi sappiamo bene che questi fenomeni rappresentano nel nostro Paese un vero e proprio cappio al collo. Se non ci liberiamo di questo io trovo difficile pensare ad un futuro che affronti positivamente i temi dello sviluppo e del lavoro.

Qual è il provvedimento che affidiamo alla prossima legislatura?

Io vedrei da parte di chi assumerà l’incarico di Governo, un impegno ad implementare la riforma del codice antimafia. Non ci dobbiamo accontentare, la politica non deve accontentarsi del fatto che è approvata una norma: come sempre le norme approvate hanno bisogno di avere gambe per camminare. Già queste norme del codice antimafia delega il governo ad assumere una serie di atti e mi auguro prima che si vada al voto questi atti siano compiuti, ma c’è tutto un aspetto gestionale che riguarda gli strumenti della norma che vanno oltre questa legislatura e sui quali siamo assolutamente in ritardo. Penso al potenziamento dell’agenzia nazionale per i beni confiscati: la norma è stata approvata, ma non si intravede in che modo questa agenzia possa riorganizzare se stessa passando dagli 80, 90 dipendenti ai 200 previsti dalla norma, qui il Ministero dell’Interno in particolare, ma anche il Governo dovrebbe costruire un sistema di norme, di regole, il più velocemente possibile, perché quella norma che prevede quell’obiettivo nel giro di breve tempo possa essere realizzata. Quindi io l’impegno della prossima legislatura, il primo giorno in cui si insedia il governo penso che la prima preoccupazione è di rendere immediatamente operativa quella che è stata una bella riforma, perché altrimenti rischiamo di vanificare un obiettivo che abbiamo raggiunto.

 

Ci sono anche altre leggi, sempre nell’ambito della legalità e contrasto alle mafie, che la CGIL ha apprezzato in questo quinquennio?

Quella sul caporalato guarda caso è una norma che ha un’origine: ci si dimentica sempre che le categorie sindacali dell’industria e degli edili, 5 o 6 anni fa si misero in cammino per raccogliere le firme ed introdurre il reato di caporalato che all’epoca non era nemmeno previsto nel nostro ordinamento e fu introdotto grazie a questa pressione dal Parlamento, però si fermò il reato soltanto al caporale e poi successivamente, il ministro Martina ha raccolto questo ulteriore grido di allarme che veniva dalle organizzazioni sindacali e dalla società civile perché era assurdo colpire il caporale e non il mandante del caporale, cioè l’imprenditore che si avvale dell’opera del caporale e così è stata la legge recente sul caporalato di cui si cominciano a vedere gli effetti perché le azioni condotte dalla Guardia di Finanza piuttosto che dai carabinieri e dalla magistratura mettono in luce questo legame pericolosissimo tra un’impresa che poi guarda caso è sempre collaterale al sistema mafioso. Un’impresa cattiva che poi finisce col cacciare l’impresa sana e impedisce al Paese quello sviluppo sano di cui invece abbiamo bisogno per essere competitivi con il resto del mondo e con l’Europa in particolare. Quindi questa è senz’altro un’altra un’operazione che noi abbiamo potuto apprezzare, però si sa che ci sono anche lacune o errori che a nostro modo di vedere sono stati commessi nel corso di questa legislatura, tutto il tema delle norme sul lavoro, il Jobs act, questo invece non lo apprezziamo: mi sembrano norme che contraddicono quest’altro passo. C’è un passo che va avanti nella direzione giusta e c’è un passo che si illude che abbassando il costo del lavoro e rendendolo precario si possa essere competitivi, ma in realtà non realizziamo questo obiettivo e rendiamo le persone, soprattutto i giovani, molto più deboli.

Le parole di Pierpaolo Romani, Direttore di Avviso Pubblico

In cinque anni di legislatura qual è, secondo lei, il provvedimento più importante approvato?

La riforma del Codice Antimafia è una legge importante perché amplia gli strumenti per aggredire le ricchezze accumulate dalle mafie che sono anche parte importante del loro potere di influenza sull’economia, sulla politica e sulla società tutta. Certo è un provvedimento che avrà bisogno di essere modificato, ma in questa formulazione può migliorare in maniera concreta la capacità di lottare contro le mafie e la corruzione.

Qual è, invece, l’intervento legislativo che non è stato portato a compimento e che dovrebbe essere al centro della prossima legislatura?

Il provvedimento da portare nella prossima legislatura è, secondo me, una Legge quadro sul gioco d’azzardo. Perché il gioco d’azzardo sta diventando un problema enorme dal punto di vista sociale, dal punto di vista sanitario e anche dal punto di vista criminale.

Tramite il gioco d’azzardo sempre più persone diventano dipendenti, mentre le mafie trovano in questo circuito il canale perfetto per riciclare denaro sporco ed espandere il proprio raggio d’azione nelle regioni non tradizionali. Per tutti questi motivi credo serva una legge quadro.

Come valuta l’operato di questo Governo sul fronte della lotta alle mafie e alla corruzione?

Come Avviso Pubblico abbiamo recentemente fatto dossier, grazie al nostro osservatorio parlamentare, per documentare i provvedimenti approvati e da approvare e ciò che emerge da questa analisi è che questa è stata una legislatura importante.

Provvedimenti significativi sono stati approvati, come il Codice Antimafia, l’Istituzione del 21 Marzo, il whistleblowing, ma anche la convocazione, negli ultimi tempi, degli Stati Generali della Lotta alle mafie da parte del Ministro Orlando. Anche quest’ultima iniziativa ha un carattere importante, perché ha fatto dialogare persone con competenze diverse che da anni si occupano di contrasto alle mafie. Un momento che ha ribadito la centralità del contrasto alle mafie nell’agenda politica e un lascito per l’azione del prossimo governo.

Davide Mattiello per la prima volta è stato eletto alla Camera dei Deputati. Come valuta il suo operato?

È stato un interlocutore competente e attento ed io posso esprimere solo parole di apprezzamento rispetto al suo operato. È stato relatore di leggi importanti e significative e, nel svolgere questo suo compito, si è sempre interfacciato con il mondo delle associazioni che  che da tanti anni si occupano di questi temi. Il mio giudizio è quindi positivo.

Verità giudiziaria, verità storica

La partita per giungere alla piena verità giudiziaria e storica in merito agli omicidi e alle stragi che si sono consumate in Italia nella storia repubblicana è ancora aperta. Una lunga scia di sangue che parte da Portella della Ginestra, passando da piazza Fontana e dalla stazione di Bologna, per arrivare a Palermo, negli anni ’90, con le stragi di Capaci, via d’Amelio e il tritolo di Firenze, Roma e Milano.

Esiste una ragion di Stato superiore alla ragione della verità di fronte a un omicidio o ad una strage? Per alcuni, probabilmente, sì: il mantenimento dell’ordine. Anche in quella sua versione deteriore e ipocrita, laddove si consideri, come ordine da difendere, la rendita di posizione di qualche combriccola altolocata, oppure la posizione pretesa da qualche nuova combriccola rampante.

Il 5 luglio 2016 il Parlamento ha approvando il reato di depistaggio per i Pubblici Ufficiali che occultano la verità all’autorità giudiziaria – totalmente o parzialmente – non solo per i fatti di terrorismo e strage, ma anche per vicende legate all’associazione mafiosa, traffico di droga, traffico illegale di armi e di materiale nucleare, chimico o biologico. Pena la sanzione della reclusione da sei a dieci anni. Proposta di legge che ha visto come primo firmatario Paolo Bolognesi, deputato PD e all’epoca presidente dell’Associazione vittime della strage di Bologna.

È un provvedimento importante perché i depistaggi sono stati lo strumento utilizzato dai responsabili materiali e morali delle vicende stragiste e di terrorismo del nostro Paese per rallentare, se non bloccare, le inchieste e per impedire l’accertamento di fatti delittuosi gravissimi sulle stragi che da piazza Fontana al 1993 hanno insanguinato l’Italia. Un capitolo ancora non completamente scritto, fatto di omissioni, bugie, distruzioni di documenti, ormai accertati giudiziariamente, compiuti da pubblici ufficiali inseriti negli apparati dello Stato.

Anche per questo Davide Mattiello ha chiesto a più riprese di interrogare Marcello Dell’Utri in Commissione Antimafia: la pista degli “imprenditori del nord” porta lì. La DDA di Caltanissetta ha recentemente ribadito la centralità del rapporto mafia-appalti del ‘91 per comprendere l’epicentro di interessi che determinarono la strage di Via d’Amelio e non soltanto. Ma quel rapporto incrocia inevitabilmente la vicenda di Dell’Utri e di Mangano, lo ‘stalliere di Arcore’, che in realtà era un personaggio mafioso di primo piano legato alla famiglia di Porta Nuova e al boss Pippo Calò. Il compito della magistratura penale è senz’altro distinto da quello della Commissione Antimafia che però avrebbe un materiale su cui lavorare in maniera legittima, pertinente e interessante: le carte del processo che ha definitivamente condannato per concorso esterno in associazione mafiosa Dell’Utri.

Sarebbe utile lavorare su quelle carte per ricostruire in maniera autonoma, in atti parlamentari, l’intreccio di potere che legò certa imprenditoria del nord a Cosa Nostra. Potremmo forse finalmente consegnare al Paese un giudizio storico, chiaro e preciso sulle responsabilità di quel periodo, che costò tante vite e che avvelenò la democrazia Italiana in una maniera tanto profonda da non essere ancora passata.

Il 20 maggio del 2015 è stato presentato nella sala stampa della Camera il libro di Davide Mattiello “L’onere della prova” (Melampo Ed.), definito dal giudice Nino di Matteo “interessante perché partendo dagli atti della Commissione Antimafia del periodo delle stragi indica il percorso da seguire (…) non soltanto alla magistratura, ma anche alla politica, che non può dimenticare quelle pagine ancora oscure e ancora da approfondire”.

Presenti al tavolo dei relatori c’erano anche Vincenzo e Augusta Agostino, genitori di Antonino Agostino, agente di Polizia alla questura di Palermo, che il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini con la moglie Ida Castelluccio, incinta di cinque mesi, furono uccisi mentre entravano nella villa di famiglia, da una coppia di sicari in motocicletta. I mandanti e gli esecutori dell’omicidio di Agostino e della Castelluccio sono ignoti, ma il poliziotto stava svolgendo indagini e compiti delicati, che sono tutt’ora al vaglio della Autorità Giudiziaria (la Procura Generale di Palermo).

Sappiamo che la verità esiste e che il Parlamento ha la possibilità di fare la differenza, assumendosi la responsabilità di un giudizio storico politico su quegli anni. Crediamo che questo sforzo sia necessario, perché l’Italia diventa migliore se fa i conti con quella tragica esperienza, i cui effetti non sono ancora esauriti.

Sono tre gli indagati per l’omicidio Agostino: Nino Madonia, Gaetano Scotto e Giovanni Aiello, soprannominato “Faccia di mostro”, l’ex poliziotto indicato come un sicario a cavallo tra mafia e servizi, morto improvvisamente il 21 Agosto del 2017 sul lido di Montauro in Calabria (Mattiello ha chiesto e ottenuto che la Commissione Antimafia acquisisse l’autopsia). Secondo le dichiarazioni rese al pm Nino di Matteo dal collaboratore Vito Lo Forte, Madonia e Scotto avrebbero agito con Aiello che subito dopo l’omicidio li aiutò a distruggere la moto usata e li fece scappare su un’auto pulita per non destare sospetti. Il 26 febbraio del 2016 Vincenzo Agostino, durante un confronto all’americana tenutosi nel carcere dell’Ucciardone, ha riconosciuto in Giovanni Aiello “faccia di mostro”. Vincenzo ha sempre sostenuto che Aiello era venuto a casa sua a cercare il figlio Nino qualche giorno prima del 5 agosto, giorno dell’omicidio di Nino. Si era presentato insieme ad un’altra persona sostenendo di essere colleghi del giovane poliziotto: uno aveva la faccia deturpata, soprattutto sul lato destro, una “faccia di mostro”. La descrizione di Aiello corrisponde a quella fatta da numerosi collaboratori che nel corso degli anni lo hanno sempre indicato come un sicario a disposizione della mafia.

Il 21 agosto 2017 arriva la notizia dell’improvvisa morte di Aiello, secondo la ricostruzione ufficiale colto da un malore mentre si trovava sulla spiaggia di Montauro, in Calabria. Davide Mattiello si è subito opposto alla notizia che voleva la cremazione del corpo all’indomani del funerale: in una nota rilasciata all’ANSA Mattiello si diceva “sconcertato dalla notizia data e non smentita della autorizzazione alla cremazione del corpo di Giovanni Aiello, oggi stesso a seguito del funerale previsto per le 17:30”. Cremare il corpo avrebbe significato impedire qualunque eventuale altro approfondimento. “C’è da trovare un equilibrio tra il rispetto sempre e comunque dovuto ad un uomo che muore e alla sua famiglia e il bisogno di verità dei famigliari delle vittime in qualche modo legate alla storia di Aiello, che poi è il bisogno medesimo che ha lo Stato. Intanto, prudenza vorrebbe, quanto meno sospendere la cremazione”.

La morte di Aiello porta con sé naturalmente la fine della sua processabilità sul piano penale, ma non fa venire meno la responsabilità di raccogliere, archiviare, studiare ciò che lo ha riguardato in questi anni. Per questo Mattiello ha richiesto alla Commissione parlamentare antimafia di acquisire tutto il materiale a disposizione su ‘faccia di mostro’, richiesta che è stata accolta il 14 settembre 2017.

Giudizio storico e giudizio penale hanno esigenze differenti ed è bene che con la massima cura e trasparenza siano offerti allo studio, al confronto e alla valutazione gli atti disponibili perché non si perda memoria quanto meno di chi, come e quando abbia indagato e se dovessero emergere contraddizioni la Commissione avrebbe l’autorità per approfondire e chiedere spiegazioni. Come dice Paolo Bolognesi “i misteri non esistono, esistono soltanto i segreti”, che talvolta resistono anche grazie alla ignavia di chi dovrebbe cercare la verità.

Lotta al caporalato

La storia del nostro impegno sul fronte del caporalato si intreccia con quella di Yvan Sagnet, giovane camerunense giunto in Italia nel 2007.

Oggi Yvan è laureato in ingegneria delle telecomunicazioni. Il 3 febbraio del 2017 è stato insignito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Repubblica italiana, per il suo impegno contro il fenomeno del caporalato.

Il 14 giugno del 2013, a pochi mesi dall’inizio della legislatura, Mattiello ha portato in Parlamento una delegazione composta da Moumouni Tassembedo, Antonio Olivieri, Lahcen Elkhoumani, Fabrizio Garbarino, in rappresentanza dei braccianti africani di Castelnuovo Scrivia e di Saluzzo e dei contadini che si battono contro lo sfruttamento, per un’audizione informale con il Presidente della Commissione Lavoro della Camera dei deputati, on. Cesare Damiano.

Due luoghi simbolo, in Piemonte, nel ricco Nord, che finora si era ritenuto immune da certe situazioni di grave sfruttamento – finanche di vera e propria riduzione in schiavitù – che sono simili a quelle di Rosarno, di Nardò e di tutte le campagne d’Italia.

A Castelnuovo Scrivia, la rivolta è scoppiata il 22 giugno 2012, nell’azienda agricola “Lazzaro Bruno”, dov’erano occupati una quarantina di braccianti marocchini impiegati nella raccolta di ortaggi e verdure, le cui condizioni di vita e di lavoro erano tra le più disumane, una sorta di schiavismo senza catene.

L’incontro di Roma è stato molto importante, perché ha contribuito a mantenere desta l’attenzione sulla vicenda, a fronte del silenzio tombale che circondava i quaranta braccianti di Castelnuovo Scrivia, derubati dei loro salari e della loro dignità di persone.

Grazie al lavoro di Marco Omizzolo, autore del dossier “Doparsi per lavorare come schiavi”, Mattiello è venuto a conoscenza della drammatica situazione vissuta dai lavoratori indiani di religione sikh dell’Agro Pontino. Secondo il dossier di Omizzolo, i lavoratori delle aziende agricole della provincia di Latina erano costretti ad assumere sostanze stupefacenti per riuscire a sopportare i massacranti turni di lavoro imposti dai loro caporali.

La linea che parte da Rosarno, passando dall’Agro Pontino per arrivare a Castelnuovo Scrivia, in Piemonte, traccia un percorso che segna tutta Italia. Secondo la Direzione Nazionale Antimafia il settore delle agromafie muove un giro d’affari di 12,5 miliardi di euro. Un affare che genera appetiti continui sia tra i mafiosi che tra professionisti spregiudicati che prestano i loro servizi alla causa del caporalato. 3600 organizzazioni mafiose nella Ue sono dedite al business delle agromafie e si spartiscono una torta di circa 670 miliardi di euro. Le mafie e il caporalato si combattono con la denuncia e reagendo con determinazione alle loro varie forme di ricatto.

Il 20 maggio 2014 Mattiello ha presentato un’interrogazione parlamentare insieme a Pippo Civati, volta a chiedere al Governo, nella persona dell’allora Vice ministro dell’Interno Filippo Bubbico, di fare luce su quanto denunciato da Marco Omizzolo nel suo dossier. Nell’interrogazione si chiede al Governo “se siano state avviate indagini sulla vendita di stupefacenti in provincia di Latina alla comunità sikh; se risulti che nella gestione del lavoro agricolo in provincia di Latina siano coinvolte organizzazioni di tipo mafioso”.

All’interrogazione è seguita una missione a Sabaudia in provincia di Latina, in data 13 giugno 2014, insieme agli onorevoli Chaouki e Civati e con i rappresentanti dell’associazione In Migrazione e Flai-Cgil, per un incontro con la comunità sikh.

Durante la missione è stata visitata un’azienda agricola già coinvolta in passato in diverse vertenze sindacali relative allo sfruttamento dei lavoratori; infine una delegazione di braccianti Sikh ha incontrato i parlamentari nel loro tempio di Latina.

Grazie alle testimonianze raccolte, è stata ottenuta per il 20 giugno successivo la convocazione di una seduta della commissione antimafia per affrontare i temi del caporalato e delle agromafie nel territorio pontino.

Venerdì 20 Giugno 2014 sono stati auditi presso il V comitato, coordinato da Mattiello, della Commissione Antimafia Marco Omizzolo, i rappresentanti della Flai/CGIL e una rappresentanza di braccianti e lavoratori dell’Agro Pontino che avevano denunciato i propri sfruttatori. Il senso di questa audizione era di ritenere coloro che denunciano alla stregua dei testimoni di giustizia.

A seguito dell’audizione, Mattiello ha proposto alla Commissione Antimafia di creare un nuovo comitato dedicato allo sfruttamento dei lavoratori.

In seguito a questa proposta è stato istituito il XII comitato presso la Commissione Antimafia dedicato a “Mafie, migranti e tratta degli esseri umani, nuove forme di schiavitù”.

Sempre nella giornata di venerdì 20 giugno 2014 Mattiello ha preso parte, assieme ai colleghi on. Chaouki ed on. Realacci, a Marco Omizzolo ed ai rappresentanti della comunità Sikh di Latina, ad una conferenza stampa a Montecitorio per denunciare l’inaccettabile condizione dei braccianti indiani nell’area Agro-pontina.

Un primo risultato importante dal punto di vista legislativo, in tema di caporalato, si trova nel codice antimafia, provvedimento di cui Davide Mattiello è stato relatore alla Camera e di cui si parlerà più diffusamente nel paragrafo successivo. Qui vale la pena sottolineare come il codice agisca su questo tema.

Dopo il pressing ad accelerare sugli interventi normativi per contrastare il caporalato, il governo ha deciso di introdurre alcune misure del «pacchetto» presentato a fine agosto dai ministri della Giustizia, Orlando e delle Politiche agricole, Martina, in due emendamenti che sono stati inseriti nella riforma del Codice Antimafia in Commissione Giustizia, approvato definitivamente il 27 settembre 2017.

Si tratta della confisca penale «obbligatoria e allargata» per il reato di caporalato (603 bis) e della responsabilità oggettiva dell’ente che si avvalga dell’intermediazione dei caporali. «Le novità penali presentate nell’ambito della riforma del Codice antimafia sono un passo decisivo del lavoro che abbiamo intrapreso con i ministeri della Giustizia e del Lavoro – ha dichiarato il Ministro Martina – e prosegue con forza l’impegno del governo contro il caporalato».

Contro il caporalato scatta la confisca obbligatoria di ciò che è servito a commettere il reato. La confisca, operativa dopo la condanna definitiva per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, può riguardare anche prezzo o profitto del reato o beni diversi del reo (per equivalente). È consentita anche la confisca allargata. Se il reato è commesso da un dipendente nell’interesse dell’impresa, ne risponde anche la società (sanzione pecuniaria da 400 a 1.000 quote).

 

“Contrastare il caporalato. Tra prevenzione e repressione”

Il 18 novembre 2015 Mattiello ha organizzato un convegno dal titolo “Contrastare il caporalato: tra prevenzione e repressione” presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati.

Scopo del convegno è stato unire le conoscenze di associazioni, fondazioni e istituzioni sul tema del caporalato al fine di indirizzare le decisioni politiche in materia. Ascoltare chi si è a lungo occupato del tema affrontando quotidianamente le situazioni delle campagne italiane, è il punto di partenza fondamentale per qualsiasi analisi sul tema: per questo la presenza della Flai Cgil, di Filierasporca e In Migrazione.

Dall’altro lato, comprendere i passi avanti compiuti dal punto di vista legislativo e le intenzioni delle istituzioni è altrettanto cruciale per una risposta completa al fenomeno: per questo sono stati preziosi gli interventi della Presidente Laura Boldrini, dei Ministri Maurizio Martina e Andrea Orlando, dell’On. Rosy Bindi e dell’On. Davide Mattiello.

“Contro il caporalato e i reati agroalimentari l’alleanza tra lavoratori e imprenditori è necessaria e possibile: perché la vittima di queste condotte odiose è tanto il bracciante sfruttato che rischia la vita, quanto l’imprenditore onesto che rischia di fallire a causa della concorrenza sleale”. (Dal convegno la Fondazione Benvenuti in Italia ha tratto anche un Quaderno, il n. 8 “Contrastare il caporalato, tra prevenzione e repressione”).

“Il caporalato si può affrontare solo se il corpo sociale e politico collettivamente decide di affrontarlo. Rendere trasparente l’incontro tra domanda e offerta di lavoro è un nodo fondamentale per rendere efficaci le strategie preventive di contrasto al caporalato. Vanno rimessi al centro del dibattito i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, per organizzare un sistema che consenta nella maniera più ampia possibile la tutela dei diritti di queste persone.

Quando si parla di caporalato, quando si parla di organizzazioni criminali che costringono le persone a lavorare in un regime di schiavitù, dobbiamo parlare di organizzazioni criminali che vanno ricomprese nell’alveo del 416 bis, cioè l’associazione mafiosa. Non perché siano coinvolte le associazioni tradizionalmente mafiose, ma perché del 416 bis queste associazioni incarnano lo spirito, il dna: la forza intimidatrice del vincolo associativo. Come dichiarato dal dott. Gian Carlo Caselli a margine del convegno, “là dove sono presenti fenomeni di caporalato sono presenti in forma consistente anche le mafie, perché lavorare sotto costo per guadagnare di più è la filosofia della mafia”.

Il 13 Novembre 2015 il Consiglio dei ministri dà l’ok al disegno di legge di iniziativa governativa “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero e dello sfruttamento del lavoro in agricoltura”, che porta le firme del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina, del Ministro della giustizia Andrea Orlando e del Ministro del lavoro e politiche sociali Poletti.

Il disegno di legge introduce strumenti operativi contro il caporalato tanto dal lato amministrativo quanto dal lato penale, in sintonia con le norme anticipate nel testo di riforma del Codice Antimafia.

Il provvedimento viene approvato definitivamente il 18 ottobre del 2016. Ecco di seguito il testo di legge innovato, a fronte di quello precedente:

 

Art. 603-bis

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque svolga un’attività organizzata di intermediazione, reclutando manodopera o organizzandone l’attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia, o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori, è punito con la reclusione da cinque a otto anni e con la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato.

Nuovo art. 603-bis

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato, chiunque:

1) recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori;

2) utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante l’attività di intermediazione di cui al numero 1), sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno.

Se i fatti sono commessi mediante violenza o minaccia, si applica la pena della reclusione da cinque a otto anni e la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato.

L’8×1000 mandalo a scuola!

Il 22 novembre 2008 alle 10 del mattino crolla una parte del controsoffitto del liceo Darwin di Rivoli (TO). Nel crollo muore Vito Scafidi e molti suoi compagni di scuola restano feriti, tra cui uno in maniera gravemente invalidante.

Da allora l’associazione Acmos e la rete piemontese di Libera hanno tenuto accesa la luce sulla vicenda, stando accanto alla famiglia, presidiando le aule del Tribunale e enucleando proposte politiche. Nel 2010, con la nascita della Fondazione Benvenuti in Italia, il tema viene incardinato tra le priorità della stessa e di conseguenza, con l’ingresso in Parlamento di Davide Mattiello, viene portata all’interno del suo lavoro a Montecitorio.

Il tema dell’edilizia scolastica ha interessato con alterne vicende i diversi governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese nell’arco dell’ultimo decennio. Soprattutto negli ultimi anni, però, principalmente a seguito alla tragedia del Darwin di Rivoli, sono state attivate misure più precise e sono stati previsti stanziamenti di fondi ad hoc per il monitoraggio e la messa in sicurezza delle scuole sul suolo italiano.

Nel 2010 la neonata Fondazione Benvenuti in Italia lancia la proposta di destinare l’8×1000 all’edilizia scolastica, attraverso la campagna “8*1000, Mandalo a Scuola” (Quaderno n.1 della Fondazione). La proposta prevedeva di inserire nella formulazione dell’8×1000 la possibilità di indicare esplicitamente la “scuola pubblica” come destinataria della percentuale fiscale destinabile, grazie alla legge 222 del 1985, allo Stato.

Dopo l’avanzamento della proposta e alcuni passaggi parlamentari, nel dicembre 2013, grazie ad un emendamento inserito nella Legge di Stabilità 2014, è stato modificato l’art. 48 della legge 222/1985 introducendo il sostegno all’edilizia scolastica tra le destinazioni dell’8 per mille. L’emendamento riprende e rende effettive le proposte precedentemente presentate, frutto del lavoro fatto a partire dal 22 novembre 2008. La legge diventa operativa dall’autunno 2014.

Un ultimo passo in avanti è stato fatto con l’emendamento al decreto Sblocca Italia, che consente alle Provincie e alle Città Metropolitane di sforare il Patto di Stabilità per interventi di sicurezza scolastica. Il Patto infatti rischiava di bloccare l’uso dei fondi da parte degli Enti preposti, creando il paradosso di essere destinatari di contributi non utilizzabili. L’emendamento è stato proposto su sollecitazione della Fondazione Benvenuti in Italia e dell’Unione delle Province Italiane.

Ecco il testo del comma che ha innovato la legge 222 “Le risorse della quota a gestione statale dell’otto per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, di cui all’articolo 48 della legge 20 maggio 1985, n. 222, e successive modificazioni, relative all’edilizia scolastica sono destinate agli interventi di edilizia scolastica che si rendono necessari a seguito di eventi eccezionali e imprevedibili individuati annualmente con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, anche sulla base dei dati contenuti nell’Anagrafe dell’edilizia scolastica”.

In scia con il lavoro fin qui rappresentato, il 28 novembre 2014 viene presentato un disegno di legge per l’istituzione del 22 novembre come Giornata Nazionale per la sicurezza nelle scuole. Primi firmatari Umberto d’Ottavio e Davide Mattiello. Proposta, quest’ultima, divenuta realtà nel 2015, all’interno della legge di riforma cd ‘Buona scuola’, n.107, legge 13 luglio 2015.

I Testimoni di Giustizia

Il 22 ottobre 2013 viene insediata, con alcuni mesi di ritardo rispetto all’avvio dei lavori parlamentari, la Commissione Bicamerale d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere (cd Antimafia).

La Commissione Antimafia dimostrerà fin da subito una produttività eccezionale, che l’ha resa una delle più prolifiche della storia repubblicana. Una delle prime uscite dell’on Bindi in qualità di Presidente della Commissione Antimafia sarà in occasione di un convegno organizzato il 20 dicembre 2013 a Roma dall’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia presso la Sede della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI).

Presenti all’incontro anche Filippo Bubbico, allora Viceministro dell’Interno, Don Luigi Ciotti, Presidente di Libera e Gianpiero D’Alia, Ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione.

Alle Istituzioni i testimoni chiedono che vengano garantiti i loro diritti stabiliti dalla legge; ai media più spazio per dare voce alle loro storie e al loro coraggio. Come ha ricordato Don Ciotti, l’allontanamento dalla propria terra di origine di un cittadino onesto è una grande sconfitta. Sono i mafiosi a dover andare via e non chi rende testimonianza. Lo Stato deve farsi carico della vita di queste persone offrendo loro non solo protezione fisica, ma anche assistenza psicologica e legale.

La rappresentanza della commissione antimafia assicurò che il governo non sarebbe restato sordo di fronte alle loro richieste perché non è accettabile pensare di subire violenza due volte, prima dalla mafia e poi da quello Stato che dovrebbe proteggerti, perché i testimoni di giustizia sono “lo strumento più importante dello Stato in materia di lotta alla mafia”.

 

Il V comitato della Commissione

Nel mese di marzo del 2014 Davide Mattiello viene nominato coordinatore del V Comitato della Commissione Antimafia dedicato proprio ai testimoni di giustizia, ai collaboratori e alle vittime di mafia. Era il 31 Marzo, giorno in cui viene ricordata Renata Fonte, assassinata nel 1984 a Nardò, dove era da due anni assessore alla cultura e all’istruzione. Renata Fonte si oppose alla speculazione edilizia che mirava a fare di Porto Selvaggio, un luogo privato, per soli ricchi. Oggi, grazie alla denuncia caparbia di Renata, Porto Selvaggio è un parco pubblico a disposizione di ogni cittadino. Con questa coscienza, che diventa impegno a fare ciascuno la propria parte in spirito di servizio, si aprivano i lavori del V comitato.

In Italia la denuncia rappresenta ancora una sfida, un valore da inverare pienamente attraverso i comportamenti tanto delle Istituzioni, quanto dei cittadini. La forza delle mafie è soprattutto culturale e nel codice mafioso “l’alfa” è senz’altro l’omertà: farsi i fatti propri. Guai a chi rompe il vincolo: chi parla è un infame, meritevole della peggior morte. Potremmo dire che il testimone di giustizia è una sorta di eretico in questo Paese. Il testimone di giustizia è il cittadino onesto, che, avendo assistito a un crimine o avendolo subito, anziché sopportare, anziché girarsi dall’altra parte, anziché cercare scorciatoie, decide di denunciare, di fare i nomi e i cognomi, con ciò esponendosi ad un rischio per la propria vita e per la vita dei suoi famigliari tale da rendere inadeguate le misure di protezione ordinarie.

L’inchiesta del V Comitato procederà su un doppio binario. Da un lato ascoltando coloro che sono responsabili della tutela: il Vice Ministro dell’Interno, la Commissione Centrale, il Servizio Centrale, ma anche la DNA per capire quali sono i criteri usati per stabilire chi sia ad aver bisogno di tutela.

Verrà approfondito il funzionamento del sistema che dall’accoglienza del testimone, conduce fino al suo pieno reinserimento nella vita normale, al termine dei processi e verrà verificato l’iter di attuazione delle nuove norme per l’inserimento lavorativo dei testimoni.

Dall’altro lato saranno ascoltati i testimoni stessi: quelli che sono attualmente nello speciale programma di protezione, quelli che ne sono usciti con la capitalizzazione, quelli che non sono voluti entrare, preferendo essere tutelati in loco. Verrà approfondita anche la qualità del rapporto tra testimone e apparati, la qualità della vita dei testimoni durante la protezione e anche la qualità della loro vita successiva ai processi e alla capitalizzazione.

 

La Relazione del V Comitato

Dall’inchiesta nascerà la relazione sul sistema di protezione dei testimoni di giustizia, approvata dalla Commissione antimafia all’unanimità il 21 ottobre del 2014.

Che cosa auspica questa relazione? Primo, una legge per i testimoni di giustizia che li distingua, in maniera radicale, dai collaboratori, perché non debba più succedere che si confondano collaboratori e testimoni.

Secondo, che l’adozione degli strumenti di tutela e di assistenza economica e reinserimento lavorativo si realizzi superando la discriminazione tra soggetti sottoposti allo ”speciale programma di protezione” e soggetti sottoposti alle “speciali misure”. Insomma: come un abito cucito su misura.

Ultimo auspicio riguarda le donne e i minori che fanno parte di quei contesti familiari e criminali e che da quei contesti vogliono liberarsi benché non abbiano, talvolta, informazioni utili per l’autorità giudiziaria.

Il 21 aprile del 2015 Davide Mattiello presentava all’aula di Montecitorio la relazione approvata in antimafia, sulla quale l’Assemblea di Camera e Senato esprimeranno pieno consenso attraverso l’approvazione di appositi atti di indirizzo.

 

La legge

Il 16 dicembre 2015 veniva presentata alla Camera la proposta di legge, frutto della relazione approvata in Commissione Antimafia, “Disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia” che vedeva come primo firmatario la Presidente della Commissione Rosy Bindi a rimarcare il sostegno unanime di tutte le forze politiche presenti in Commissione Antimafia (in Senato la prima firma sarà del vice presidente della Commissione Antimafia, sen. Luigi Gaetti appartenente al M5S).

Mattiello ha dedicato il progetto di legge a Rita Atria, la testimone di giustizia di 17 anni, suicidatasi il 26 luglio 1992, ad una settimana di distanza dalla strage di via D’Amelio. La ragazza, figlia e sorella dei boss di Partanna, aveva iniziato a raccontare i traffici della famiglia proprio al giudice Borsellino. Dopo la morte di Borsellino, Rita Atria vide sgretolarsi qualsiasi possibilità di continuare nel suo faticoso percorso.

Il provvedimento avrà come relatore, sia in commissione che in aula, Davide Mattiello. Il provvedimento inizia il suo iter il 7 settembre del 2016 in Commissione Giustizia alla Camera, percorso che si concluderà con l’approvazione in commissione il 27 febbraio 2017.

Il testo interviene anche sui requisiti necessari da soddisfare per rientrare sotto questa speciale protezione, individuandone principalmente tre: l’oggetto della testimonianza, che deve essere intrinsecamente attendibile e rilevante ai fini delle indagini o del giudizio; l’assenza di condanne per delitti non colposi, o misure di prevenzione a carico del dichiarante da cui si desuma l’attualità della pericolosità sociale; l’assenza di benefici tratti dai reati che sta denunciando.

Il 9 marzo del 2017 il provvedimento viene approvato nell’aula di Montecitorio e passa all’esame del Senato.

Per l’approvazione definitiva del Senato bisognerà attendere il 21 dicembre 2017, ovvero pochi giorni prima della fine della XVII legislatura. A seguito dei tanti appelli da parte di associazioni, sindacati e parlamentari, finalmente il provvedimento viene calendarizzato in Senato ed approvato lo stesso giorno.

 

Tratto da dichiarazione di Davide Mattiello

“Senza il lavoro corale di Parlamento e Governo questo risultato non sarebbe stato possibile: il valore dei Testimoni di Giustizia oggi ha il suo pieno riconoscimento. La Legge appena approvata all’unanimità oltre a cambiare in maniera concreta la gestione della sicurezza dei Testimoni di Giustizia, sia sul piano della prevenzione del rischio sia sul piano del sostegno economico e psicologico, manda un messaggio chiaro e ineludibile: il cittadino per bene che avendo assistito ad un delitto o avendolo subito decide di denunciare, con ciò esponendosi ad un rischio tale da rendere inadeguate le ordinarie misure di sicurezza, è un tesoro repubblicano e come tale va trattato. Non è un “infame” perché non si è impicciato dei fatti suoi, non è un “costo” da minimizzare. D’altra parte la legge fa chiarezza su eventuali abusi: fissa paletti precisi sul profilo del Testimone di Giustizia, per evitare che la qualifica venga scambiata per uno status, acquisito una volta per sempre”.

La Riforma del Codice Antimafia

Il Codice Antimafia ha in sé altri importanti innovazioni legislative: nasce nel novembre 2013, con la discussione in Commissione Giustizia della Camera della proposta di legge di iniziativa popolare AC1138 “Misure per favorire l’emersione alla legalità e la tutela dei lavoratori delle aziende sequestrate e confiscate alla criminalità organizzata”, figlia della campagna ‘Io riattivo il lavoro’ promossa dalla Cgil insieme ad un vasto fronte di associazioni come Anm, Libera, Arci, Acli, LegaCoop, Avviso pubblico, Centro Studi Pio La Torre e Sos Impresa.

Successivamente ci furono alcune azioni quali l’inchiesta della Commissione Antimafia, che produsse una articolata proposta di riforma, e il contributo del Governo a partire dal ddl Orlando dell’agosto del 2014. Azioni convergenti su un testo che l’11 Novembre del 2015, a larga maggioranza la Camera ha approvato in prima lettura, per poi passarlo al Senato (che lo ha licenziato con modifiche il 6 di Luglio 2017) e dunque approvarlo in via definitiva alla Camera a settembre 2017.

In seconda lettura alla Camera Davide Mattiello, in qualità di relatore, ha chiesto il ritiro di ogni emendamento. Il rischio, visti i tempi da fine legislatura, sarebbe stato la mancata approvazione della riforma. Certamente su alcuni passaggi c’erano punti di vista rispettabilmente diversi, ma la mediazione positiva a cui si è giunti dopo quattro anni di discussione, non poteva essere tradita da un ulteriore rinvio.

Molto dibattito pubblico si è addensato attorno all’articolo 1 e cioè alla possibilità di sequestro per coloro che avessero commesso reati contro la pubblica amministrazione soggetto: c’è da precisare che soltanto l’esito della indagine patrimoniale che metta in evidenza l’illecita provenienza del patrimonio ovvero la sua sproporzione rispetto a reddito dichiarato ed attività economica svolta, giustificherà il provvedimento di sequestro. Sui punti che hanno maggiormente infiammato la polemica, Mattiello ha risposto in Aula nella relazione precedente alla votazione, di cui riportiamo uno stralcio.

Al movimento 5 stelle dico: sulla questione della trasparenza nella gestione di tutto il procedimento e segnatamente nell’affidamento degli incarichi agli amministratori giudiziari, le viti sono state strette anche accogliendo vostre proposte. Per altro alcune di queste norme vanno specificate tempestivamente esercitando un’altra delega, quella di cui all’articolo 33.

A chi, soprattutto nel centro destra, si è preoccupato per una eccessiva attenzione verso le aziende sequestrate, denunciando il rischio di una distorsione della libera concorrenza, dico: non un euro pubblico sarà speso per le aziende finte o incapaci di stare sul mercato senza la spinta mafiosa, saranno liquidate.

A chi si è preoccupato che l’estensione della platea dei soggetti cui possano essere applicate le misure di prevenzione patrimoniali si traduca in una soffocante ingerenza dello Stato nel mercato, dico: al contrario, la riforma non soltanto amplia l’istituto della amministrazione giudiziaria non finalizzata all’ablazione del bene-azienda, ma introduce finalmente l’istituto del controllo giudiziario che oltre ad evitare l’ablazione, evita anche lo spossessamento in fase di sequestro. Un modo per intervenire chirurgicamente a tutela dell’attività di impresa, almeno fino a quando ve ne siano le condizioni.

A chi, concedendo un po’ troppo alla vis polemica, ha cercato di agitare l’opinione pubblica affermando che con questa riforma basterà un semplice indizio di corruzione per vedersi confiscare l’azienda, la casa e il conto in banca, dico: vi sbagliate e soprattutto inducete all’errore! Il meccanismo della prevenzione patrimoniale considera la pericolosità sociale del soggetto soltanto come “innesco”, come condizione inizialmente necessaria, ma non sufficiente: infatti soltanto l’esito della indagine patrimoniale che metta in evidenza l’illecita provenienza del patrimonio ovvero la sua sproporzione rispetto a reddito dichiarato ed attività economica svolta, giustificherà il provvedimento di sequestro. Addirittura possiamo spingerci a dire che la presunta pericolosità sociale del soggetto è una condizione necessaria SOLTANTO inizialmente, prova ne è che il procedimento di confisca continua anche nei confronti del patrimonio imputabile alla persona meno pericolosa che esista in natura: il morto! La pericolosità sociale del soggetto è condizione necessaria e sufficiente soltanto per l’applicazione delle misure di prevenzione PERSONALI e non di quelle patrimoniali: spero che il punto sia chiaro. Ed è per questo motivo che è condivisibile l’inserimento all’art. 4 del reato di cui all’art. 612 bis, cioè lo “stalking”: l’art. 4 fa riferimento alle misure di prevenzione personali disposte dall’autorità giudiziaria, che non di per sé appunto, si traducono in misure di prevenzione patrimoniale, pur essendo richiamato dall’art. 16. Ben vengano quelle personali per lo “stalker”! Abbiamo un tragico ritardo ancora in parte da colmare in materia.

A chi ha manifestato la serie preoccupazione che l’allargamento della platea dei soggetti a cui possano applicarsi le misure di prevenzione patrimoniale, possa esporre la normativa a nuove censure da parte della Corte Costituzionale o della Giustizia europea, dico: comprendo la preoccupazione, ma la riforma si fa carico delle censure del passato, risolvendole. Intanto perché alcune di quelle censure, come quelle contenute nella sentenza De Tommaso, pretendevano una maggiore attenzione al sacrosanto principio della prevedibilità delle condotte che vengono sanzionate, riconoscendo per altro piena legittimità al meccanismo della prevenzione. Sul punto rimando al preciso parere formulato dalla I Commissione. Ma a questa pretesa abbiamo risposto individuando le ulteriori condotte attraverso il richiamo puntuale delle fattispecie di reato corrispondenti, le quali per definizione garantiscono un sufficiente grado di tipizzazione e quindi di prevedibilità. Altre censure invece hanno nel tempo riguardato il meccanismo della procedura di applicazione della prevenzione patrimoniale, ritenuto eccessivamente comprimente le ragioni del proposto e dei terzi di buona fede. Queste censure pretendevano una maggiore attenzione al contraddittorio, alla posizione dei terzi di buona fede, alla certezza dei tempi e alla chiarezza degli esiti della procedura medesima. Ed è esattamente in questa direzione che abbiamo lavorato: la parte più corposa e meno discussa della riforma è proprio quella che interviene sulle competenze giurisdizionali, sui tempi, sulle impugnazioni, sulla tutela dei terzi di buona fede, sul rapporto tra procedura di prevenzione e sequestro di natura penale, sul rapporto tra procedura di prevenzione e di esecuzione fallimentare.

A chi ha espresso perplessità sulla estensione dell’articolo 1 agli indiziati di reati contro la PA quando esista anche l’indizio della associazione per delinquere, come ha fatto autorevolmente il Presidente dell’ANAC Cantone, dico: faccio mia la preoccupazione di un utilizzo abnorme di questa previsione e credo che sarà doveroso monitorare la norma ed intervenire tempestivamente per perfezionarla. Lo dico con la serenità di chi è consapevole che in questi quattro anni il Partito Democratico e la maggioranza, in piena sintonia con il Governo, hanno alzato gli scudi contro la corruzione, intanto istituendo la stessa ANAC, ma poi anche aumentando le pene, allungando i termini di prescrizione, prevedendo sconti a chi rompa il patto scellerato collaborando con la giustizia e la confisca penale obbligatoria.

La parte più corposa e meno discussa della riforma è quella che interviene sulle competenze giurisdizionali, sui tempi, sulle impugnazioni, sulla tutela dei terzi di buona fede, sul rapporto tra procedura di prevenzione e sequestro di natura penale, sul rapporto tra procedura di prevenzione e di esecuzione fallimentare.

Il 13 Settembre il CSM, normalmente critico nei confronti del Legislatore, ha approvato una delibera che dedica alla riforma del Codice decine di pagine di analisi e conclude con un inequivocabile invito ad approvarla, riconoscendo che il testo scioglie diversi nodi da anni lamentati dagli operatori del settore.

Sinteticamente ricordiamo che il provvedimento prevede modifiche al decreto legislativo n.159 del 2011 (codice antimafia) e al decreto legge n.306 del 1992 (modifiche al cpp e contrasto alla criminalità mafiosa) tra le quali:

1) l’estensione delle misure di prevenzione personale e patrimoniale a nuove categorie di reati, tra cui quelli relativi ai delitti contro la Pubblica Amministrazione

2) una più celere procedura per le misure di sequestro e confisca con anche l’assegnazione in via provvisoria dei beni sequestrati e l’istituzione di sezioni o collegi specializzati per i procedimenti previsti dal Codice antimafia

3) un miglior controllo giudiziario delle aziende e l’istituzione di un fondo di rotazione per avere risorse necessarie alla loro ripresa

4) la riorganizzazione dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati e l’istituzione di tavoli provinciali permanenti sulle aziende sequestrate o confiscate, presso le Prefetture.

È utile sottolineare il percorso partecipativo alla base della legge, determinante in ogni passaggio, fino all’approvazione.

L’approvazione definitiva alla Camera, il 27 settembre 2017, ha costituito un atto di responsabilità politica importante per il passo migliorativo che fa fare all’azione di prevenzione e di contrasto alle mafie e alla corruzione. Certamente bisognerà nei prossimi anni monitorare l’applicazione delle norme per verificare il buon esito del lavoro parlamentare.

Amministratori minacciati

Davide Mattiello è stato relatore alla Camera della norma che rafforza le tutele per amministratori, politici e magistrati esposti a minacce.

Il testo è stato prima approvato dal Senato, a partire dal lavoro della Commissione d’inchiesta del Senato, presieduta dalla senatrice Lo Moro, sulle intimidazioni agli amministratori locali. La commissione ha messo in luce la situazione grave che anche Anci e Avviso pubblico denunciano da tempo: sono soprattutto gli amministratori locali oggi a subire queste violenze nel quotidiano e concreto corpo a corpo sul territorio con delinquenti più o meno organizzati. Ma coerentemente al testo licenziato dal Senato, sono stati tenuti dentro anche i politici nazionali perché è capitato e capita che essi stessi siano sottoposti a minacce analoghe. Per questo sono stati respinti gli emendamenti presentati dal M5S che puntavano ad escludere i politici nazionali: Mattiello ha fatto notare che uno dei più importanti processi oggi in corso che esplora il presunto e perverso rapporto tra Stato e mafia, si fonda proprio sull’articolo 338 del codice penale” (è il “processo trattativa” ndr). Rispetto ai contenuti del provvedimento, si realizza l’estensione dell’applicazione della norma (che prevede una pena da 1 a 7 anni), da un lato, agli atti di intimidazione nei confronti dell’organo (politico, amministrativo, giudiziario) o dei “suoi singoli componenti” e, dall’altra, ai casi in cui essi sono finalizzati ad “ottenere, ostacolare o impedire il rilascio o l’adozione di un qualsiasi provvedimento, anche legislativo, ovvero a causa dell’avvenuto rilascio o adozione dello stesso” (art. 1). Per tali fattispecie si rende pertanto possibile il ricorso alle misure cautelari e alle intercettazioni e si rendono anche applicabili le circostanze aggravanti previste dall’art. 339 del codice penale, quando il fatto è commesso con l’utilizzo di armi, da più persone riunite, con scritto anonimo, etc. Sull’art.339 si è prevista un’ulteriore aggravante delle pene, da un terzo alla metà, se gli atti di intimidazione (lesione, violenza privata, minaccia, danneggiamento) sono commessi ai danni di un componente di un corpo politico, amministrativo o giudiziario a causa del compimento di un atto nell’adempimento del mandato, delle funzioni o del servizio (art. 3). La legge va in scia all’impegno condotto dal 1996 da Avviso Pubblico, rete di enti locali per la promozione della legalità, che da anni redige un rapporto dal titolo ‘Amministratori sotto tiro” e che conduce un’attività di affiancamento a coloro che sono vittime di tali violenze.

Superamento degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari)

Davide Mattiello è stato relatore di maggioranza della legge per il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, avendo raccolto simbolicamente il testimone da Ignazio Marino, nel frattempo diventato Sindaco di Roma, protagonista del primo tratto del lavoro parlamentare.

Gli OPG sono nati per sostituite i vecchi manicomi criminali. In realtà però queste strutture si erano trasformate ben presto in luoghi “indegni per un Paese civile” (parole dell’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano) dove gli internati vengono riempiti di pillole e sedativi, vivono in strutture fatiscenti ed in stanze sovraffollate. Le modifiche introdotte prescrivono che il giudice disponga nei confronti dell’infermo o del seminfermo di mente l’applicazionedi una misura di sicurezza diversa dal ricovero in OPG o in una casa di cura e di custodia.

Il Ministero della giustizia, con nota del 30 giugno 2014, n. 23007, ha voluto dare la massima importanza alla problematica. Sono state rilevate le presenze degli internati negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari del territorio nazionale, per verificare l’andamento delle dimissioni dei soggetti sottoposti alla misura di sicurezza detentiva del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario e dell’assegnazione a casa di cura e custodia a seguito dell’entrata in vigore della Legge. Nelle ordinanze viene prescritto un termine entro il quale gli organi territorialmente competenti debbono definire un Progetto Terapeutico Riabilitativo Individualizzato (PTRI), ovvero ricercare una soluzione alternativa all’applicazione di una misura di sicurezza detentiva, quindi le azioni necessarie alla revoca della misura di sicurezza detentiva ed al conseguente reinserimento nel contesto sociale.

Così Davide Mattiello, relatore di maggioranza: “La logica è quella di spingere più avanti il punto di equilibrio tra controllo e cura, perché anche questi soggetti abbiamo la speranza di poter avere un futuro libero e dignitoso. Il riscatto della persona – conclude – è l’unico orizzonte indicato dalla Costituzione repubblicana”.

Il 28 maggio 2014 è avvenuta da parte della Camera la definitiva conversione in legge del decreto-legge 31 marzo 2014, n. 52, recante disposizioni urgenti in materia di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari. Molto importante nei diversi passaggi è stato il dialogo con l’associazione Antigone.

#adesso: approviamo la legge sui Testimoni di Giustizia

I testimoni di giustizia sono uno degli esempi più alti di valore civile della nostra Repubblica: sono
cittadini con un alto senso dello Stato italiano che hanno denunciato mafiosi e corrotti caricando sulle proprie spalle l’onere di contribuire a cambiare in meglio il nostro Paese. Sono persone, famiglie, storie che diventano un simbolo di quella fedeltà alla Repubblica richiesta dall’articolo 54 della nostra Costituzione.
Nel marzo di quest’anno la Camera dei deputati ha approvato all’unanimità la proposta di legge di riforma della normativa in materia di trattamento dei testimoni di giustizia (pdl 3500, Bindi-Gaetti): la riforma migliora sensibilmente la condizione di vita dei testimoni e introduce migliorie volte a rendere il sistema più rigoroso e trasparente.
Il provvedimento, già licenziato dalla Commissione Giustizia del Senato, è ora in attesa di essere discusso dall’Assemblea, dove peraltro non risulta ancora inserito nel programma dei lavori: faccio appello alla responsabilità di tutti perché l’Aula del Senato possa ripristinare il testo della Camera, e licenziare definitivamente la legge!