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5 anni di impegno: il bilancio del mio mandato

E’ stato un quinquennio complicato, partito senz’altro quasi nel peggiore dei modi, tra non-vittorie, subitanee scissioni (Italia Bene Comune morta alla prima assemblea), Governi no-alternative, ma oggi posso dire che ne è valsa la pena e che è stato un privilegio servire le Istituzioni repubblicane.

Quello che si poteva fare, l’abbiamo fatto. Non tutto e non sempre come avremmo voluto, certo. Ma è stato fatto.

Sono grato a chi, avendo esperienza e competenze molto maggiori delle mie nella difficile gestione del processo parlamentare, ne ha determinato l’esito.

Se cliccate QUI potrete scaricare il quaderno che raccoglie questi 5 anni.

Grazie.

Davide Mattiello

I beni sequestrati e confiscati alla mafia siano il cuore del riscatto italiano

L’Italia da 25 anni ha una legge che il Mondo ci invidia e che ha coronato idealmente la rivoluzione voluta da Pio La Torre: la 109 del 1996 che consente il riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia. 

Negli anni, grazie al lavoro costante di Istituzioni ed associazioni, il riutilizzo sociale di questi beni si è trasformato in una testimonianza concreta di quanto la Repubblica possa davvero onorare l’ordine impostole dalla Costituzione al comma 2 dell’articolo 3: essere strumento di emancipazione, cioè di liberazione, per tutti e per ciascuno.

Nel percorso che porta un bene dall’essere riflettore del potere mafioso sul territorio ad essere occasione di giustizia sociale infatti entrano in gioco tutte le energie migliori dello Stato e delle organizzazioni civiche: forze dell’ordine, magistratura, organismi centrali come l’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, cooperative, enti locali, associazioni. Si tocca insomma con mano la forza della Repubblica.

Con la riforma del 2017 votata dal Parlamento a larga maggioranza il meccanismo è stato potenziato e c’è soprattutto un punto, tra i tanti, che mi preme ora mettere in evidenza: è stata introdotta la possibilità di affidare temporaneamente i beni già in fase di sequestro, perché non si sprechi l’opportunità di farli diventare da subito epicentro di strategie virtuose di partecipazione, soprattutto (aggiungo io che di quella riforma sono stato relatore alla Camera) pensando al ruolo dei giovani.

Tanto più dopo questo terribile anno segnato dalla pandemia, che ancora non ci siamo lasciati alle spalle, è fondamentale che il Governo immagini interventi che sollecitino e sostengano i giovani a tornare protagonisti della realtà, ad uscire di casa, a spegnere la rete e a sporcarsi le mani, ritrovandosi capaci di trasformare le cose. 

Nella squadra di Governo presentata dal Presidente incaricato Mario Draghi si intravvede un filo rosso tra competenze, annodando il quale si potrebbe lavorare senz’altro in questa direzione: è il filo che passa per i Ministeri dell’Interno, dell’Istruzione, dell’Università e Ricerca, del Lavoro, del Sud/coesione sociale, delle Pari opportunità, delle disabilità, della Transizione ecologica, delle Politiche giovanili. 

Mario Draghi fu ospite di LIBERA nel Marzo del 2011 a Milano, allora con la sua relazione dimostrò di avere un quadro preciso della situazione, un paio di passaggi mi sembrano oggi tornare molto utili alla riflessione:

“Un nostro studio ha documentato come nelle economie a forte presenza criminale le imprese pagano più caro il credito; in quelle aree è più rovinosa la distruzione di capitale sociale dovuta all’inquinamento della politica locale; i giovani emigrano di più; tra di essi, quasi un terzo è costituito da laureati che si spostano al Nord in cerca di migliori prospettive. Quest’ultimo fenomeno è particolarmente doloroso: l’inquinamento mafioso piega le speranze dei giovani onesti e istruiti, che potrebbero migliorare le comunità che li generano e invece decidono di non avere altra strada che partire.”

“Il prezzo che una società paga quando è contaminata dal crimine organizzato, in termini di peggiore convivenza civile e mancato sviluppo economico, è alto. Contrastare le mafie, la presa che esse conservano al Sud, l’infiltrazione che tentano nel Nord, serve a rinsaldare la fibra sociale del Paese ma anche a togliere uno dei freni che rallentano il cammino della nostra economia”.

Abbiamo una nuova occasione per tradurre ancora di più nella realtà queste convinzioni ed avremo bisogno di tutte le migliori energie per riuscirci, allora potremo essere certi che anche in mezzo alla tempesta avremo fatto del nostro meglio per non perdere la rotta.

 

Davide Mattiello

Presidente Fondazione Benvenuti in Italia

Consulente della Commissione Parlamentare anti mafia XVIII Legislatura

Mentre il Governo è in crisi, succede che…

Mentre il Governo è in crisi, succede che utilizzando il nuovo art. 34 del riformato Codice Antimafia oggi sia stata posta in amministrazione giudiziaria la Caronte: la più importante società che gestisce la tratta navale che collega Calabria e Sicilia, società riferita alla famiglia Matacena.

Succede che emergano nuove gravi minacce mafiose contro il giornalista Paolo Borrometi, che proprio non ne vuole sapere di farsi i fatti propri.

Succede che boss mafiosi, colletti bianchi e funzionari infedeli dello Stato brighino per rimettere in piedi quella organizzazione mafiosa che costò la vita al giudice Livatino. E potrei continuare.

Avevo già segnalato con rammarico che nei discorsi pronunciati dall’ex premier Conte alla Camera ed al Senato era mancato completamente un qualunque riferimento che desse la misura della consapevolezza di quanto grave continui ad essere questa mal-vivenza italiana: abbiamo una nuova occasione per fare diversamente.

Ci sono infine altri due fatti che chiudono il cerchio: il successo sui social di certi musicanti che inneggiano a latitanti e codici mafiosi e la dispersione scolastica drammaticamente in crescita a causa della DAD, soprattutto in certi contesti più esposti alla fascinazione mafiosa.

Alla resilienza dei mafiosi e dei loro alleati, dobbiamo saper contrapporre la resilienza della Repubblica.

Confische, riconoscimento reciproco in Europa, ma resta un equivoco di fondo

Il Regolamento UE 2018/1805 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 14 novembre 2018 relativo al riconoscimento reciproco dei provvedimenti di congelamento e di confisca è senz’altro una buona notizia.

Bene, ma la strada è lunga ed in salita.

Per tutti coloro che vogliono una Unione Europea più capace di stare al Mondo, più capace di difendere e promuovere questo spazio di libertà e giustizia che non ha precedenti nella storia. Una buona notizia per tutti coloro che ritengono prioritario il contrasto a quelle forme di criminalità che offendono la dignità delle persone e la legittima speranza di vivere in una società aperta e al contempo sicura. Una buona notizia per chi ha compreso la lezione di Giovanni Falcone sulla centralità del denaro nelle strategie delle organizzazioni criminali e di conseguenza sulla necessità di prosciugare la fonte della loro ricchezza per evitare che sopravvivano all’arresto dei loro componenti.

Dietro ad un regolamento come questo ci sono anni di negoziazioni, il lavoro certosino di centinaia di persone, tanta pazienza ed altrettanto coraggio. Per tutto questo il regolamento è una buona notizia che va in scia con la crescente integrazione dei sistemi di prevenzione e repressione in Europa, con buona pace di chi invece lavora nella direzione contraria, per sfasciare l’Unione Europea.

Le riflessioni esposte si basano soprattutto sulle seguenti due considerazioni inserite nel testo ufficiale del regolamento:

1) Il presente regolamento dovrebbe applicarsi a tutti i provvedimenti di congelamento e tutti i provvedimenti di confisca emessi nel quadro di un procedimento in materia penale. «Procedimento in materia penale» è un concetto autonomo del diritto dell’Unione interpretato dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, ferma restando la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Tale termine contempla pertanto tutti i tipi di provvedimenti di congelamento e provvedimenti di confisca emessi in seguito a procedimenti connessi ad un reato e non solo i provvedimenti che rientrano nell’ambito di applicazione della direttiva 2014/42/UE. Esso contempla inoltre altri tipi di provvedimenti emessi in assenza di una condanna definitiva. Benché tali provve­dimenti possano non esistere nell’ordinamento giuridico di uno Stato membro, lo Stato membro interessato dovrebbe essere in grado di riconoscere ed eseguire tali provvedimenti emessi da un altro Stato membro. Il procedimento in materia penale può comprendere anche indagini penali svolte dalla polizia e da altri servizi di contrasto. I provvedimenti di congelamento e i provvedimenti di confisca emessi nel quadro di procedimenti in materia civile o amministrativa dovrebbero essere esclusi dall’ambito di applicazione del presente regolamento.

2) Nel valutare la doppia incriminabilità, l’autorità competente dello Stato di esecuzione dovrebbe verificare se gli elementi di fatto alla base del reato in questione, quali risultano dal certificato di congelamento o dal certificato di confisca trasmesso dall’autorità competente dello Stato di emissione, sarebbero di per sé, nell’ipotesi in cui si fossero verificati nello Stato di esecuzione al momento della decisione sul riconoscimento, penalmente perseguibili anche nel territorio di quest’ultimo.

C’è, mi pare, un solo problema, non nuovo, ma sintomatico.

I “congelamenti” (sequestri) e le “confische” di cui si parla sono appunto quelli che vengono decisi nell’ambito di un procedimento in materia penale.

Questo perimetro esclude la rivoluzione voluta da Pio La Torre e considerata da tutta l’anti mafia una pietra miliare, una rivoluzione irrinunciabile: cioè i sequestri e le confische di prevenzione (che nulla hanno a che fare con i sequestri e le confische preventivi).

Quella di Pio La Torre fu una rivoluzione perché previde il sequestro dei beni al di fuori del procedimento in ambito penale. Detto altrimenti: la confisca senza reato. Di più: l’inversione dell’onore della prova. Lo Stato quando ha il fondato (!) sospetto che un bene sia funzionale al potere criminale (mafioso ma non soltanto) lo sequestra (congela) e domanda al detentore del bene di dimostrare la lecita provenienza del bene sequestrato (inversione dell’onere della prova), qualora il detentore del bene non riesca nell’intento, il sequestro si trasforma in confisca definitiva.

Al reciproco riconoscimento di questo tipo di provvedimento il regolamento pare non arrivare.

Perché?

Forse perché resta nell’ambito delle Istituzioni europee il pregiudizio negativo su questo strumento? Uno strumento che, proprio perché agito al di fuori di un processo penale, è stato spesso sospettato di essere incapace di tutelare adeguatamente i diritti del così detto “proposto” e dei terzi di buona fede. Se fosse questo il motivo inviterei gli attori europei a valutare le modifiche introdotte dal Parlamento italiano al Codice anti mafia con la riforma diventata legge nel 2017. Gran parte delle modifiche introdotte hanno avuto proprio l’obiettivo di “giurisidizionalizzare” maggiormente la procedura di sequestro e confisca di prevenzione, tutelando maggiormente sia i diritti dei “proposti” sia quelli dei “terzi di buona fede”, rendendo di fatto l’intera procedura molto più equilibrata e trasparente.

Se queste modifiche fossero poco o per nulla conosciute in Europa non mi stupirei: nemmeno in Italia lo sono. La riforma del 2017 attirò focose polemiche su alcuni aspetti puntuali, mentre rimase in ombra (non so se per sbaglio o per malizia) la parte più consistente della riforma che riguardava proprio il miglioramento della procedura.

Non voglio nemmeno pensare che invece l’esclusione dei sequestri e delle confische di prevenzioni dipenda da una sottovalutazione della funzione stessa dello strumento, perché in questo caso saremmo di nuovo di fronte ad un equivoco grave sulla radice della forza delle organizzazioni criminali. Soprattutto di quelle più pericolose, che sono quelle mafiose.

Leggi il mio articolo anche su Liberainformazione (clicca qui).

Abbiamo bisogno di più scuola per battere le mafie

Assieme al contrasto delle infiltrazioni mafiose nell’economia, è la scuola il fronte più urgente. Non mi riferisco alle lezioni in presenza o a distanza, ma ai contenuti. Ritengo che i giovani debbano essere formati ad una società democratica e solidale, capace di svilupparsi rispettando la dignità di tutti secondo i valori della Costituzione. La pandemia sta lasciando indietro i ragazzi e le loro famiglie: stanno perdendo di pari passo potere di acquisto ed educativo. Se non si torna alla centralità educativa prevista dalla Carta, il rischio di regalare le giovani generazioni alle mafie è altissimo e questo dobbiamo impedirlo”.

Con queste parole si conclude una lunga intervista rilasciata da Cafiero del Raho a Massimiliano Coccia e pubblicata su L’Espresso di domenica 24 Gennaio.

Sono parole che dovrebbero ispirare l’azione di Governo molto di più di quanto non stia accadendo: sarebbe stato importante ascoltare un passaggio simile nei discorsi del presidente Conte alla Camera ed al Senato la scorsa settimana.

Sono parole illuminanti perché colgono il punto dirimente nell’irrisolto conflitto tra mafie e Repubblica: la forza delle mafie sta in un certo modo di stare al Mondo che purtroppo fa scuola, è di moda e rappresenta un serbatoio culturale velenoso ma seducente. Le mafie si sconfiggono facendo prevalere definitivamente un altro modo di stare al Mondo, quello effettivamente descritto dalla nostra Costituzione.

Una Costituzione che essendo anti-fascista è anti-mafiosa e questa non è una forzatura retorica perché fascismo e mafia hanno la stessa matrice culturale, quella suprematista e discriminatoria. Per fascisti e mafiosi gli esseri umani non sono tutti uguali in dignità, perché ci sono umani di serie A a cui tutto è dovuto e umani di serie B che devono ubbidire o morire.

La nostra Carta essendo antifascista si premura di rompere con il suprematismo discriminatorio proprio attraverso i primi quattro articoli ed in particolare con il secondo comma del terzo articolo che ordina alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che di fatto generano disuguaglianze ingiuste.

Quelle di Cafiero de Raho sono parole che provocano tanto quanto quelle celebri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che disse a Bocca “Lo Stato assicuri ai cittadini quei diritti che altrimenti verranno dati dalla mafia in forma di favori”, proprio perché pronunciate da persone ai vertici degli apparati repressivi dello Stato, persone da cui si sarebbero potute sentire ben altre conclusioni, persone che invece di chiedere la militarizzazione del territorio o affini, chiedono, parafrasando Falcone “Un esercito di insegnanti”.

Abbiamo bisogno di più scuola, di scuola sicura, di scuola aperta ed alternativa all’altrove e alla strada, ma anche di scuola in strada, di scuola bella al punto da diventare attrazione turistica. Che rivoluzione sarebbe, girando per città, non restare meravigliati di fronte alle vestigia del potere, ma di fronte ad una scuola pubblica!

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In memoria di Guerino Capolicchio, morto ieri.

Era il papà di Dario Capolicchio, il giovane studente di architettura ucciso dal tritolo mafioso in Via dei Georgofili a Firenze la notte tra il 26 ed il 27 maggio 1993. Era un uomo indomito.
Quando fondammo Libera nel Ponente ligure lui decise di rimettersi in gioco, di scommettere su quei giovani che davano l’impressione di non essere fuoco di paglia: ebbe ragione.
“Condoglianze” è una bella parola, purtroppo spesso svuotata dalla routine e dall’imbarazzo, che significa: “soffro con te. Il tuo dolore è anche il mio”. “Condoglianze” si esprimono alla famiglia del morto, ma “Condoglianze” si condividono anche accompagnando i vivi cui la mafia ha strappato un amore. Non c’è, o almeno io non la trovo, una parola per dire “la tua rabbia è anche la mia rabbia”, perché se ci fosse ora userei quella. La rabbia di chi non trova giustizia, pur avendola cercata con tutte le proprie forze, pur avendo avuto fiducia nello Stato. La rabbia di chi capisce che la verità viene taciuta perché dirompente, non perché impossibile. Quando ho saputo della morte di Guerino ho pensato ad Augusta: come si fa a sopravvivere all’assassinio del proprio figlio? Cercando la verità.
Maledetti i mafiosi che tanto sangue innocente hanno versato e che ancora oggi se parlano non lo fanno per un ripensamento, ma per continuare il gioco viscido dei ricatti. Maledetti i conniventi, annidati anche nello Stato, che hanno preferito portarseli in casa anziché denunciarli. E poveri noi se ci rassegniamo alla verità “sostenibile”, se rinunciamo a fare Repubblica, crogiolandoci al sole di qualche balcone.
In memoria di Guerino Capolicchio, c’è solo l’impegno. Ultimamente Guerino aveva raccolto tutto quello che aveva capito in due grandi libroni, scritti a mano (!), densi di ritagli, di foto e di brani di libri: uno lo ha affidato ai ragazzi di Libera di Sarzana, l’altro a me. Oggi riparto da qui.

Testimoni di Giustizia: il nuovo regolamento rischia di sminuirli

Dovrei essere soddisfatto ed invece sono preoccupato.

Con la Legge 6 del 2018 il Parlamento approvava all’unanimità la riforma del sistema di protezione dei Testimoni di Giustizia alla quale avevo lavorato per quattro anni, insieme alla Commissione Antimafia. Il 21 Dicembre 2020 in Gazzetta arriva la pubblicazione di uno dei regolamenti attuativi più attesi, quello relativo alla possibilità di essere assunti nella PA. La misura è alternativa alla capitalizzazione ma è bene ribadire che entrambe le misure devono sempre essere ispirate al principio di fondo: servono a mettere il Testimone e gli altri protetti con lui nelle condizioni concrete più idonee a riprendere una vita libera e dignitosa.

La capitalizzazione è dunque una ragionevole alternativa se raggiunge questo obiettivo in concreto e non a prescinderne (perché calcolata secondo valori standard). E viceversa: l’assunzione nella PA è una alternativa ragionevole se in concreto rappresenta una opportunità non soltanto coerente alle competenze e alla sicurezza, ma anche alle aspettative di vita del testimone, aspettative di natura economica e non solo.

La burocrazia è prevedibilità ma non disumanità. Ma la preoccupazione cresce in assenza nel regolamento di una previsione ritenuta necessaria da tutti coloro che ci lavorarono fino al 2018: i Testimoni usciti dal programma PRIMA della riforma, che quindi non hanno potuto scegliere, devono essere ‘rivisitati’ dallo Stato che deve verificare se abbiano ritrovato autonomia e serenità attraverso la capitalizzazione oppure no e nel caso se sia opportuno farli rientrare nel programma di assunzione nella PA. Sono poche persone, ma persone che hanno scritto una pagina di storia in questo Paese. Un Paese dove non mancano le parole di denuncia contro le mafie, non mancano gli appelli al senso civico dei cittadini, invitati a denunciare, ma dove rischia di difettare il dovere della riconoscenza verso chi poi abbia preso sul serio lo Stato, oltre che la propria indomita coscienza.

Stimato Vladimiro Zagrebelsky, la satira serve a denudare il “Re”

Stimato Vladimiro Zagrebelsky,
mi aiuti a capire, perché c’è un passaggio nel suo editoriale di ieri “Quando la satira si rifiuta di essere responsabile” che mi pare pericoloso.
Ma andiamo con ordine.
Difendere la laicità delle Istituzioni repubblicane significa assicurare una patente di impunità a quella particolare forma di libertà di espressione che è la satira? Certo che no ed il suo editoriale su questo è preciso e convincente. Abbiamo imparato che l’avverbio meno democratico che esista è “assolutamente”: in democrazia nessuna libertà è assoluta, cioè irriconoscente un limite. È vero il contrario: ogni diritto, ogni libertà, in democrazia presuppone il riconoscimento di un limite, di un dovere. Anche la libertà di espressione, la cui manifestazione può quindi sempre essere criticata duramente ed anche sanzionata giudiziariamente. E questo vale anche per le vignette satiriche di Charlie Hebdo.
Qual è il punto che mi suona pericoloso? Quello nel quale lei scrive:
“Il dovere di responsabilità implica l’attenzione alle conseguenze, anche a quelle che non si possono giustificare, ma che si provocano. Non si tratta di rinunciare ad una propria libertà, ma di gestirla, modularla e attuarla evitando posture narcisistiche indifferenti agli effetti sugli altri. Non è grave gettare a terra un cerino. Ma non ignorando di essere in un pagliaio”
A leggere queste parole mi è tornato in mente Peppino Impastato, quando dalla emittente radiofonica Radio AUT prendeva in giro niente meno che don Tano Badalamenti, chiamandolo “Tano Seduto”. Anche a Peppino dicevano che stava tirando un cerino in un pagliaio perché era ovvio che prima o poi i mafiosi avrebbero reagito secondo la loro natura e gliela avrebbero fatta pagare. Perché appunto: era nella loro natura. Un po’ come quando il sette volte Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, commentando l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, disse che era una che “se l’andava a cercare”. Un po’ come quella preside che tentò di proibire le gonne corte delle allieve perché agli insegnanti “ci cadeva l’occhio”. Non ci si può autocensurare presupponendo la naturale reazione violenta di alcuni dei destinatari della propria espressione. Anzi talvolta la provocatorietà della espressione serve proprio a far saltare fuori il demone della violenza, a smascherarlo. La satira serve a denudare il “Re” qualunque esso sia, per capire di che pasta è fatto, di quale reazione è capace. In questo senso non è tanto un cerino gettato in un pagliaio, ma un osso gettato nel buio.
Davide Mattiello
Presidente Fondazione Benvenuti in Italia
Consulente della Commissione parlamentare antimafia

Autopsia di Simone Canale: l’importanza di guardare anche contro luce

Oggi a Simone Canale fanno l’autopsia.
Simone aveva una quarantina d’anni, ‘ndranghetista legato alla cosca Alvaro, decide saltare il fosso e diventa collaborare di giustizia, per questo sottoposto a speciale programma di protezione. Dal programma aveva deciso di andarsene (perché?) ma questo non aveva fatto venire meno il suo ruolo di testimone nei processi (alcuni tra i più importanti che si celebrano a Reggio Calabria) e quindi il dovere dello Stato di proteggerlo a prescindere (come?), perché il diritto alla sicurezza non è ‘on demand’ e nemmeno l’interesse pubblico alla celebrazione dei processi.
Qualche giorno fa è stato trovato morto in casa, nonostante stesse bene. Oggi Simone è su un tavolo autoptico perché il suo avvocato non ha accettato il primo rifiuto della Procura di Biella (sì, stava a Biella in Piemonte!) alla richiesta di autopsia, ritenuta superflua (perché?). L’insistenza dell’avvocata Conidi ha provocato un ripensamento e l’autopsia è stata disposta. Ecco qual è il tema: la perseveranza nel porre domande, senza cedere allo smarrimento che il complicato mondo Mafia-Anti-Mafia spesso genera.
Faccio un altro esempio. Ieri è stata condannata dal Tribunale di Caltanisetta in primo grado ad 8 anni la ex giudice (non hanno radiato soltanto Palamara!) Silvana Saguto che avrebbe abusato sistematicamente del sul ruolo di Presidente della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Io voglio sapere a questo punto se Pino Maniaci, l’insopportabile e spudorato Pino Maniaci (lo sapevo anche prima delle intercettazioni) è un criminale dedito alle estorsioni, oppure è stato vittima di una vendetta da parte di pezzi infedeli delle Istituzioni. Magari non sarà il più ‘clamoroso caso di depistaggio della storia italiana’ ma meriterà pure un chiarimento.

Caro Valentino Castellani, da Torino si vede il mare

 

Caro Valentino*,
il confronto di ieri sera sul futuro di Torino è stato elettrizzante: come una benefica scossa che accelera pensieri e volontà.
Amiamo Torino e abbiamo cominciato a viverla da cittadini proprio con te Sindaco e se siamo diventati quello che siamo oggi lo dobbiamo molto a quella Città “abilitante” nella quale siamo cresciuti.
Certo, come hai detto tu, il contesto di allora è radicalmente diverso da quello di oggi e le sfide sono tali se sanno cogliere il futuro che si annida nel presente e sanno farlo dischiudere.
Sicuramente a Torino serve più lavoro e lavoro migliore perché c’è troppa gente, soprattutto giovani, che vede nero.
Il lavoro dipende dalla capacità attrattiva della Città, perché è il frutto di saperi, denaro ed impresa: siamo d’accordo. Abbiamo bisogno di una Pubblica Amministrazione che, come ha sottolineato Anna Mastromarino, attraverso l’efficienza dei servizi renda praticabili i diritti, che altrimenti restano parole sulla carta. Abbiamo bisogno, come ha sottolineato Diego Sarno, di un progetto metropolitano perché non ha senso pensare diversamente alla Città e sarebbe bello che le primarie annunciate chiamassero al voto l’intera popolazione metropolitana, perché il Sindaco di Torino è anche il presidente della Metropoli. Abbiamo bisogno di una Città, come diceva Andrea Sacco, che si faccia prossima, capillare, perché le angosce di chi non sta bene, siano ascoltate, comprese e illuminate di speranza: Torino è ricca di realtà che per missione sociale hanno proprio questa, la Città non deve sostituirle, deve sostenerle.
Ma qual è il bandolo della matassa?
Secondo me non basta la giustapposizione di queste tessere per ricavare un disegno convincente al punto da meritare la mobilitazione corale delle migliori energie. Non è la somma di questi ingredienti che coglie la “sfida” annidata nel nostro presente e che sa di futuro.
Per me la “sfida” è fare delle città metropolitane europee i capisaldi della rifondazione del patto di convivenza civica in Europa.
Nel nostro presente si annidano due “uova”: una contiene la disgregazione dell’Unione Europea, la fine della prospettiva universale dei diritti umani, l’avvento di regimi autoritari. L’altro “uovo” contiene la nascita della Repubblica d’Europa, la salvaguardia del principio di libertà individuale e di uguaglianza difronte alla legge, la possibilità di continuare a costruire un Mondo con più cooperazione e meno guerra.
Dal 2018 noi lavoriamo a questa prospettiva: abbiamo lanciato un manifesto, La Repubblica d’Europa, abbiamo organizzato una rete internazionale con la quale abbiamo lanciato una Campagna europea denominata OnEurope, same rights, one repubblic con la quale stiamo raccogliendo firme e mozioni comunali con le quali le Città si proclamano simbolicamente “Città per la Repubblica d’Europa”. Vedi, Valentino, proprio ieri il nostro amico e sodale Sandro Fallani, Sindaco di Scandicci, che ha ospitato il lancio di OnEruope a Febbraio, ci ha inviato questa foto straordinaria frutto del lavoro comune.

 

 

È il codice genetico di Torino: organizzare la convivenza perché regga alle tempeste del mare aperto. Perché è il mare, infatti, quello che si vede da Torino.
Davide Mattiello

 

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*Valentino Castellani è stato Sindaco della Città di Torino dal 1993 al 2001.

Ora cambiamo l’agenda di Governo

Ora cambiamo l’agenda di Governo, anche ri-piantando un paletto nel discorso pubblico e nell’agire politico: mafie e corruzione sono il primo fattore di diseguaglianza sociale in Italia, vanno sconfitte.

Alcune priorità dalle quali ripartire.

  • La gestione delle carceri: Pasquale Zagaria torna in carcere ad Opera dopo il pasticcio della gestione Covid, che lascia sul tavolo altre questioni aperte e complesse come la valorizzazione del personale che il carcere fa funzionare, la sicurezza di tutti, la possibilità reale di riscatto sociale per chi sconta una pena.

 

  • L’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati: sta per scadere il bando con il quale vengono messi a disposizione direttamente del Terzo Settore oltre 1000 immobili confiscati, ma mancano i soldi per sostenerne la gestione e poi mancano ancora alcuni fondamentali decreti attuativi. Che senso ha portare via le ricchezze ai mafiosi se poi diventano monumenti all’assenza dello Stato?

 

  • Sono sempre meno i cittadini italiani che denunciano ciò che subiscono o che vedono commettere, non si sentono abbastanza tutelati dallo Stato. Eppure abbiamo ricordato con commozione il sacrificio del giudice Livatino: senza “ULISSE” il primo Testimone di Giustizia italiano che immediatamente chiamò i carabinieri perchè testimone oculare dell’omicidio del Giudice, forse giustizia non l’avremmo nemmeno oggi. La riforma del sistema di protezione giace, sospesa, senza alcuni decreti attuativi. Intanto, ancora oggi, chi denuncia la corruzione dentro la Pubblica Amministrazione è condannato a “cambiare aria” anzichè godere dell’apprezzamento dei superiori.

 

  • Mentre nel Mondo le donne reclamano libertà ed uguaglianza, in Italia non riusciamo a fare una norma che tuteli quelle donne straordinarie che decidono, spesso avendo figli piccoli, di rompere il legame con la propria famiglia di appartenenza perchè mafiosa, cercando nello Stato un appiglio per rinascere.

 

  • Le mafie, liquide o trasparenti che dir si voglia, lasciano sempre e comunque una lunga fila di “mollichine di pane” seguendo le quali si possono ricomporre a livello internazionale le mappe del potere criminale: sono sempre i soldi. Ma serve un deciso salto di paradigma rispetto agli strumenti materiali ed immateriali a disposizione degli investigatori per dare la caccia a queste “mollichine”.

 

  • Il Procuratore Nazionale Cafiero de Raho, ricordando Giancarlo Siani sulle pagine di Repubblica, ha denunciato l’afasia della politica nel tenere presente sempre la priorità del contrasto a mafie e corruzione: ha ragione, perchè è la politica che ha la responsabilità di animare il discorso pubblico, contribuendo con ciò a fare cultura, ad orientare i punti di vista. Se, per esempio, nel discorso pubblico prevalesse la tesi: contro la crisi bisogna fare soldi presto e tanti, cancellando le prudenze del Codice degli Appalti, delle interdittive prefettizie, della prevenzione amministrativa, sarebbe un enorme regalo alla cultura della illegalità.

 

  • La memoria di Livatino, di Siani, di Rostagno può essere una grottesca occasione di retorica narcisistica, per strappare qualche like, oppure può diventare maestra di vita: dipende dalla politica, dalle scelte che fa, dalle persone che decide di mettere in campo. Quanto siano attuali la vicenda di Giancarlo Siani e di Mauro Rostagno, assassinati perchè giornalisti caparbi e liberi lo dimostrano altri due nomi: Jan Kuciak e Daphne Caruana Galizia. E se a qualcuno sembrassero nomi di gente straniera, ricordo: sono nostri concittadini, perchè cittadini della Unione Europea, che sarà bene trasformare in una Repubblica federale, prima che la febbre dei nazionalisti, serva alle mafie internazionali anche questa maledetta vittoria.