Fascisti che si preparano alla guerra e politici che ci giocano

Quali sono i rapporti tra i “neri” che preparano la guerra in Italia e i politici italiani che giocano con la guerra?
A Gennaio del 2017 presentavo questa interrogazione parlamentare:

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-15137
presentato da
MATTIELLO Davide
testo di
Mercoledì 11 gennaio 2017, seduta n. 722

MATTIELLO, BOCCUZZI, D’OTTAVIO, FREGOLENT, PAOLA BRAGANTINI e ROSSOMANDO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale . — Per sapere – premesso che:
il giorno 14 dicembre 2016 è stato inaugurato nella città di Torino il «Centro di rappresentanza della Repubblica Popolare di Donetsk in Italia», presso i locali della Fondazione Magellano sita in via Conte Rosso 3;
la cosiddetta «Repubblica Popolare di Donetsk» è un territorio occupato dell’Ucraina, che ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza e che non è riconosciuto, né dalle Nazioni Unite, né dall’Unione europea, né, tantomeno, dal nostro Paese;
i separatisti che occupano e controllano milita ente il territorio sono stati indicati dal JIT-Joint Investigation Team, nel rapporto presentato il 28 settembre 2016, come esecutori materiali dell’abbattimento del volo Malesyan Airline MH17, dove, ricordiamo, il 17 luglio 2014 persero la vita 298 civili nei cieli dell’Ucraina: il più grave atto terroristico degli ultimi anni in Europa per numero di vittime;
secondo quanto riportato dagli organi di informazione, il suddetto «Centro di rappresentanza della Repubblica Popolare di Donetsk in Italia» «mira al riconoscimento internazionale della neonata Repubblica, che si è staccata dall’Ucraina nel 2014, attraverso una rete di relazioni diplomatiche con le istituzioni italiane, collaborazioni con il mondo della cultura e partnership produttive e commerciali» (il Giornale, 15 dicembre 2016);
alla inaugurazione del suddetto centro ha o preso parte i consiglieri regionali del Piemonte Gianna Gancia, capogruppo della Lega Nord, Gilberto Pichetto, capogruppo di Forza Italia, e il coordinatore dell’iniziativa Maurizio Marrone, capogruppo di Fratelli d’Italia – Alleanza nazionale, che ha dichiarato: «La missione del Centro di rappresentanza è semplice: costruire il percorso per il definitivo riconoscimento internazionale della Repubblica Popolare di Donetsk, un percorso che passa dalle relazioni diplomatiche con le istituzioni italiane, dalle collaborazioni che siamo pronti a realizzare nel mondo della cultura e delle università, fino ai ponti che vogliamo costruire con l’imprenditoria italiana interessata a stringere partnership produttive e commerciali con la DNR. Parliamo di una regione storicamente molto ricca per le sue miniere di carbone e per il suo complesso industriale metallurgico. Sono tanti i settori produttivi in cui la rinascita economica del Donbass, può offrire valide opportunità d’investimento alle nostre imprese, a partire da quelle, e sono moltissime, ingiusta ente colpite nell’export dalle sanzioni economiche contro la Federazione Russa firmate dalla UE e sottoscritte dal governo italiano» (Sputnik Italia, 15 dicembre 2016) –:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti suesposti;
se non si ritenga che l’apertura di un «Centro di rappresentanza della Repubblica di Donetsk in Italia» si ponga in contrasto con le scelte di politica estera dell’Italia e dell’Unione europea;
quali iniziative il Governo, per quanto di competenza intenda assumere rispetto a tale iniziativa. (4-15137)

Intanto Salvini e Savoini si avvolgono della “facoltà di non rispondere” uno al Parlamento e l’altro ai magistrati.

Intanto la guerra in Ucraina ha fatto oltre 10.000 morti di cui quasi nessuno parla.

Di Salvini bisogna chiedere le dimissioni con una mozione di sfiducia e chiedere ai 5 Stelle di votarla. Niente di meno.

Appello agli agenti della Gladio: la verità è già giustizia, parlate.

Il mio appello, presentato venerdì 12 luglio a Fidenza, nel corso della presentazione del libro “La Bestia” con l’autore Carlo Palermo e Margherita Asta.

Voglio partire da queste parole che un magistrato italiano ha pronunciato qualche giorno fa a conclusione di un processo di cui vi dirò:

(la sentenza di primo grado) non ha fatto giustizia, ne’ per e vittime, ne’ soprattutto ha fatto giustizia per l’ansia di libertà che invade quei popoli che pensavano di affacciarsi alla democrazia e sono stati, in ragione di questo progetto, annichiliti, cioè dire distrutti. In quegli anni la più grande repressione dei marxisti avvenne nell’America Latina e avvenne non per il dicktat di un gruppo limitato di persone, che comunque viene perseguito ancora oggi in Italia come in altri Paesi del Mondo, VENNE PERSEGUITO IN RAGIONE DI UN PROGETTO COMPLESSIVO che ha visto una intera area del pianeta coinvolta, il Cono del Sud. Quelle libertà e quella democrazia, che non era soltanto dei socialisti e dei Marxisti, ma era anche dei Sindacalisti, dei giovani, degli studenti, delle donne, che per LA PRIMA VOLTA in quelle aree rivendicavano diritti. Poi la libertà venne annientata e venne annientata IN RAGIONE DI UN PROGETTO CHE ERA NOTO COME TALE

Queste parole sono state pronunciate dal procuratore generale di Corte d’Appello, dott Mollace, nella requisitoria finale del processo celebratosi a Roma in Corte d’Assise d’Appello e che ha avuto ad oggetto un gruppo di alti dirigenti di diversi Paesi sud Americani, Brasile, Perù, Bolivia, Cile, Equador, Uruguay, considerati a vario titolo responsabili della attuazione del PLAN CONDOR.

Il processo si è concluso con una raffica di condanne all’ergastolo, non ancora definitive.

Gli storici non hanno dubbi ormai sul fatto che, tra gli anni ’70 e ’80 in Sud America, l’ordine caro ai liberali americani e per estensione occidentali sia stato mantenuto anche attraverso un sistematico ricorso alla violenza politica, il Plan Condor appunto, che in alcuni casi si è spinto ad appoggiare vere e proprie dittature militari.

Per nulla scontato che, avendo quell’ordine trionfato a livello planetario dopo il 1989, qualche tribunale si permetta di giudicare e condannare penalmente i responsabili di quella strategia. Normalmente sono i vinti che vengono messi sul banco degli imputati.

Questa vicenda credo ci aiuti a riflettere sulla storia di casa nostra.

Quanto deve essere stata “attenzionata” l’Italia in quegli stessi decenni? L’Italia non soltanto geograficamente cerniera tra i due blocchi e la sponda sud del Mediterraneo, ma sede del più potente Partito Comunista dell’Europa occidentale? La risposta è facile: assai.

È ragionevole pensare che l’ansia per le sorti del nostro Paese fosse tale da suggerire anche per il nostro Paese una “TERAPIA SUDAMERICANA”?

Sono certo di sì.

Basta tornare con la mente al 1964, primo Governo Moro, un Moro già allora impegnato a sdoganare una parte almeno dello schieramento politico a sinistra della DC, già allora tintinnarono le sciabole: quelle del generale De Lorenzo, che era niente meno che Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri e che immaginava di occupare il potere adoperando, appunto, SOLO i Carabinieri.

Passando per Piazza Fontana nel 1969, si arriva al minacciato colpo di Stato della Immacolata del 1970, capitanato da un improbabile Borghese, alias Principe Nero, che venne efficacemente riportato a più miti consigli (e probabilmente non ci fu nemmeno da insistere troppo).

Cosa risparmiò all’Italia la “TERAPIA SUDAMERICANA”?

Mi sono convinto che fu soprattutto, anche se non soltanto, il sistema culturale e politico che ha avuto nella DC il proprio baricentro a produrre il risultato, garantendo l’Alleanza Atlantica e assicurando che all’occorrenza si sarebbe anche potuto adoperare, in maniera mirata, direi chirurgica, la violenza.

Davvero non è un caso che dalla nascita della Repubblica fino al 1994, ininterrottamente il Ministero dell’Interno sia stato esclusivo appannaggio di uomini della DC, accuditi e consigliati da agenti USA. Carlo Palermo a questo proposito nel suo libro parla diffusamente del così detto “Agente pagatore”.

Durante quei decenni e fino al 1990 il sistema ha tenuto, capillarmente, coinvolgendo uomini e donne nelle Istituzioni e fuori, consapevoli e convinti di fare la cosa giusta.

Questo sistema in Italia abbiamo imparato a chiamarlo con una formula più rassicurante di “Plan Condor” che già nel nome evocando un rapace mette paura e cioè Stay Behind.

Questo sistema, prevedendo anche l’utilizzo chirurgico della violenza, ha sviluppato rapporti ed alleanze con vari ambienti criminali, mafiosi, terroristici e “comuni” ritenuti evidentemente assai preziosi per la disinvoltura con la quale normalmente i criminali sono disposti ad applicarla, la violenza, nelle dosi richieste.

Non posso entrare ora nei dettagli ma per questo sono convinto che in particolare ciò che è accaduto tra il 1978, col sequestro e l’esecuzione di Aldo Moro ed il 24 Gennaio del 1994, fallito (o sospeso) attentato all’Olimpico, vada letto in questa prospettiva.

Caddero le persone ritenute pericolose per la tenuta del sistema: come Aldo Moro.

Caddero le persone che per rigore professionale non si vollero piegare alle esigenze del sistema. Pochi giorni fa abbiamo ricordato l’assassinio dell’Avvocato Giorgio Ambrosoli, 11 Luglio 1979 e a tanti è tornato in mente il giudizio, spietato, espresso da Giulio Andreotti: “Ambrosoli era uno che se l’andava a cercare”.

Tutt’altro che una frase volgare ed irriconoscente, piuttosto una frase drammaticamente pertinente.

Come l’avvocato Ambrosoli, cioè persone cadute perché per rigore professionale non vollero piegarsi alle esigenze del sistema e quindi toccarono fili che non dovevano essere toccati, c’è stato anche il dott. Carlo Palermo, che mise il naso in uno dei gangli linfatici con i quali si reggeva il sistema stesso: il traffico internazionale di morfina base e il conseguente riciclaggio di denaro sporco.

Una parola sulla funzione della morfina base: oggi noi siamo più o meno consapevoli di cosa siano i bit coin e più generalmente cosa siano le così dette cripto valute: monete non ufficiali, ma funzionanti e circolanti, con le quali si saldano anche i contratti indicibili.

Ebbene, io sono convinto che tra gli anni ’70 ed ’80 l’equivalente del bit coin fosse la morfina base: una moneta corrente universalmente riconosciuta che poteva trasformarsi in denaro normale, in armi, in rifiuti tossici, in compiacenze.

Fatemi ricordare almeno un altro magistrato assassinato io credo per gli stessi motivi per i quali doveva morire il giudice Carlo Palermo: Bruno Caccia, Procuratore della Repubblica di Torino ucciso il 26 Giugno 1983, che guarda caso stava indagando sul riciclaggio di denaro sporco attraverso i casinò della valle d’Aosta, dove soltanto qualche mese prima qualcuno aveva cercato di far saltare in aria il Pretore di Aosta, Selis.

All’interno di questo sistema complesso stava una organizzazione particolare: GLADIO.

Oggi possiamo affermare, di nuovo senza entrare troppo nei particolari, che GLADIO sia stata una organizzazione clandestina, paramilitare, voluta e gestita dai nostri Servizi in collaborazione con i Servizi americani. I Gladiatori erano uomini… ma anche donne… militarmente addestrati, che sapevano come sparare, come sabotare, come far esplodere. Persone che avevano a disposizione denaro, nascondigli, documenti, armi. Persone abituate a trattare anche con i criminali, fossero criminali di guerra (come in Somalia) o criminali mafiosi.

Io mi sono convinto che all’interno di questa organizzazione particolare ci fossero almeno tre tipi di persone diverse: c’erano dei patrioti convinti che la Repubblica Italiana, fragile e minacciata, andasse difesa anche così, considerato il contesto mondiale.

C’erano dei fascisti in agguato che speravano in questo modo di togliersi qualche soddisfazione e che cullavano il sogno di tornare a prendere il potere, lasciandosi alle spalle questa idea eccessiva di libertà chiamata democrazia parlamentare.

C’erano infine dei delinquenti veri e propri, persone cioè a cui la disponibilità di armi e denaro, la sostanziale impunità e l’accesso a relazioni potenti, aveva dato alla testa.

Sono convinto che il mazzo di carte all’interno di questa organizzazione, si mescolò pericolosamente dopo un fatto specifico capitato nell’estate del 1990: Giulio Andreotti, intervenendo alla Commissione Stragi ammette per la prima volta l’esistenza di Gladio. Apriti cielo!

Da lì a poco oltre 600 gladiatori vennero dallo stesso Andreotti pubblicamente rivelati.

Era il segnale della fine di un’epoca.
I tre colpi di fischietto e poi tutti negli spogliatoi.
Era l’inizio della riorganizzazione.

Sono convinto che quello che accadde tra il 1992 e il 1994, in quella terribile e confusa convergenza di interessi, sia spiegabile anche applicando la categoria della “trattativa” si ma “sindacale”: non me ne vogliano se abuso di questo concetto ma è solo per spiegarmi. Molti soggetti protagonisti del sistema, che fossero di Gladio, che fossero mafiosi, negoziarono, a loro modo, il TFR e qualcuno pretese di non essere messo in panchina, ma di continuare in altro modo a mantenere le stesse mansioni di prima. Qualcuno poi forse semplicemente volle vendicarsi di chi ad un tratto aveva così spudoratamente girato le spalle. E qualcuno, ne sono certo, ci rimase molto male, si sentì tradito e qualcuno venne eliminato perché non raccontasse la verità.

Io sono certo che venerdì 12 luglio a Fidenza, all’incontro per presentare il libro di Carlo Palermo “La Bestia”,  abbiano partecipato ex gladiatori o ex gladiatrici, che ancora soffrono per come sono andate le cose tra il 1990 e il 1994. Sono certo che ci siano ex gladiatori che si sentono ancora oggi salire l’amaro in bocca per come sia stata pervertita quella missione patriottica, che hanno sentito di servire con onore e disciplina, anzi, per citare il motto di Gladio: Silendo Libertatem Servo.

Sono certo che alcuni ex gladiatori pretendano la verità come forma di giustizia non meno delle famiglie di quanti caddero durante questa guerra tutt’altro che “fredda” piuttosto a “bassa intensità”.

Sì: la verità è una forma di giustizia.

Con noi, in questa serata, Margherita Asta, figlia di Barbara Rizzo e sorella di Giuseppe e Salvatore Asta, che ci ha aiutato a comprendere col suo esempio l’importanza di questa forma di giustizia.

Il 5 Agosto a Palermo, più precisamente a Villa Grazia di Carini, celebreremo i 30 anni dal duplice omicidio di Nino Agostino, agente di polizia e di sua moglie Ida Castelluccio. Lo faremo per la prima volta, senza Augusta, la mamma di Nino che per 30 anni insieme alla sua famiglia si è battuta per la verità. Avremo quindi un’altra tomba da visitare. Io ci sono stato un mese fa, insieme a Vincenzo suo marito e a Flora sua figlia e ho letto queste parole sulla sua lapide:

QUI GIACE SCHIERA AUGUSTA, MAMMA DELL’AGENTE ANTONINO AGOSTINO, DONNA IN ATTESA DI GIUSTIZIA ANCHE DOPO LA MORTE

Con le sue parole mi rivolgo a quanti sanno e non sono più disposti a tacere: la verità è già giustizia, parlate.

Grazie

Bruno Caccia e il futuro della democrazia

Un breve saggio sulle Mafie al nord con la ricostruzione degli ultimi trent’anni della storia d’Italia. Una storia che si intreccia con Cosa Nostra, Stidda, ‘ndrangheta, Camorra, ma anche con la guerra fredda e Giulio Andreotti, fino alla nascita di Forza Italia. E poi il giudice Carlo Palermo che sposta il teatro della narrazione fino in Turchia e il procuratore Bruno Caccia, che lo riporta drammaticamente in Italia e per la cui morte chiediamo ancora verità e giustizia.

1. Come ci sono arrivate le Mafie al nord?

Se per “mafie” intendiamo le tradizionali organizzazioni mafiose che abbiamo imparato a conoscere cioè Cosa Nostra, Stidda, ‘ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, Società foggiana (…) possiamo dire che esiste un radicamento consolidato in anni di presenze capillari, più o meno avvertite e contrastate, in tutto il nord Italia. Una delle più recenti operazioni di cui ho notizia riguarda Trieste dove è stata colpita dall’azione di FFOO e magistratura una propaggine ben equipaggiata della mafia di Casal di Principe.

Come ci è “arrivata” la mafia al nord?

La domanda è in se’ già tutta un programma, perché implica due ante fatti: che sia stato il meridione d’Italia a generare le mafie e che il nord Italia ne sia stato immune fino a quando i mafiosi meridionali non l’hanno contaminato. 

Ad osservare con una certa superficialità il fenomeno, si potrebbe anche aderire ad entrambi gli ante-fatti con il che ci imbatteremmo in una serie di questioni irrisolte: l’unità d’Italia è stata una buona idea? I “piemontesi” sono all’origine della indigestione di legalità imposta al sud? Mandare per anni al “confino” boss mafiosi meridionali nel nord Italia, pensando che lontani dal loro habitat non avrebbero nuociuto, è stata una pessima idea? 

Il più celebre teorico di questa impostazione fu l’indimenticato prof. Miglio, ideologo di quella Lega Nord secessionista e apparentemente così lontana dalla Lega di Salvini, che seraficamente proponeva una riforma costituzionale che consentisse al meridione d’Italia di darsi un proprio ordinamento istituzionale autonomo più consono alla cultura personalistica del potere radicata in quelle latitudini. In altre parole: la costituzionalizzazione delle mafie come fattore di ordine (e progresso!) del sud Italia. 

Sappiamo che a questa prospettiva si lavorò alacremente tra la fine degli anni ’80 e i primissimi anni ’90: quando cioè saltò completamente lo schema che aveva retto durante la Guerra Fredda e tutti si sentirono liberi di far volare gli stracci e di immaginare assetti nuovi di maggior confort. Il segnale di inizio “ricreazione” lo diede probabilmente Giulio Andreotti quando nell’Agosto 1990 andò in Parlamento a raccontare Gladio, facendo cascare a più di qualcuno tutti i denti. 

Nacquero in quella fase diverse “Leghe” indipendentiste meridionali che ammiccavano alla Lega Nord e ne costituivano il naturale compendio, la più famosa delle quali fu “Sicilia Libera” direttamente organizzata da Cosa Nostra, in particolare da Bagarella, stretto congiunto del capo dei capi. Il tutto con l’altro patrocinio della P2 di Licio Gelli.

Esplosero le bombe, morirono guardie ed innocenti, poi qualcuno tirò il freno e tutto si sistemò con maggior ragionevolezza entro lo schema unitario, nazionale, democratico e parlamentare.

Forza, Italia: il pericolo è scampato!

Quindi, ribadisco, a leggere con una certa superficialità il fenomeno si potrebbe anche aderire ai due ante fatti (la mafia è nata al sud e ad un certo punto ha contaminato il nord). Ma appunto: a leggere il fenomeno con una certa superficialità, concentrandosi sulle frange più volgari (che sono comunque criminali e come tali vanno trattate), perché invece se si guardano le cose con più pazienza la scena cambia di forma e di significato.

La scena, a guardare con pazienza, è quella di un patto di scambio altolocato. Uno scambio di convenienze dove soldi provenienti dal traffico di droga (e prima dai sequestri di persona e dalla speculazione edilizia), violenza sempre a disposizione per mettere ordine, capacità imprenditoriale e finanziaria di pulire e far fruttare denaro e potere politico si mescolano in un intreccio soffocante.

C’è un anziano e discusso ex gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Giuliano Di Bernardo, che diede le dimissioni dal ruolo pochi mesi prima dell’ondata di stragi mafiose del ’93 e che raccontò alla magistratura inquirente che non soltanto le logge calabresi della sua obbedienza erano quasi tutte controllate dalla ‘ndrangheta, ma che le Logge del nord erano state la camera di compensazione tra interessi economici settentrionali e capacità militare ed economica mafiosa. Ad ascoltarlo molto attentamente allora c’era il “mastino” di Palmi: Agostino Cordova. Non se ne fece nulla sul piano giudiziario perché da Palmi le carte passarono a Roma. Resterebbe da verificare anche un altro fatto: pare che i ritratti rituali del già gran maestro Di Bernardo siano stati bruciati all’interno dei templi massonici del GOI in segno di disprezzo eterno dell’infame. 

Le mafie insomma, ad una lettura più attenta, furono (sono?) fattore integrato di un certo sviluppo economico e fattore riconosciuto nel mantenimento di un certo ordine costituito. Assumendo questo punto di vista tornano utili anche le più recenti esternazioni di “faccia d’angelo” Felice Maniero, boss della mala del Brenta o mafia del Brenta, che racconta dei suoi rapporti con funzionari dei Servizi. 

La storia di Silvio Berlusconi indotto suo malgrado (!) a fare un patto con Cosa Nostra fin dagli anni ’70 per sviluppare indisturbato i suoi affari è paradigmatica. Per me resta un mistero giudiziario come sia stato possibile condannare in via definitiva il co-fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa e considerare Berlusconi, che a quanto stabilito da recenti sentenze non definitive, avrebbe continuato a pagare il mensile a Cosa Nostra anche dopo la fondazione di Forza Italia e fino almeno al 1994, già diventato Presidente del Consiglio, una vittima della forza di intimidazione dell’associazione Cosa Nostra.

Un altro “saggio” di cosa siano state le mafie al nord, secondo questo approccio un po’ più profondo e paziente si rintraccia a Trento, 1980, dove c’è un giovane magistrato che lavora all’Ufficio Istruzione e mette (malauguratamente per lui) gli occhi su uno strano giro di eroina e morfina base proveniente dalla Turchia, diretta in Sicilia, ma transitante per alcuni alberghi di Trento. Il giovane giudice istruttore si chiama Carlo Palermo e scamperà per miracolo ad un formidabile attentato ordinato da Cosa Nostra il 2 Aprile del 1985 a Pizzo Lungo, Comune di Erice, vicino a Trapani: lì si era da poco trasferito per la impossibilità di continuare a lavorare a Trento, dove era stato spogliato dell’inchiesta. Quella mattina una mamma, Barbara Rizzo, con i suoi due bambini, Salvatore e Giuseppe, con la macchina fece da scudo a quella blindata del giudice Palermo: loro morirono e lui da allora non si da pace e cerca la verità. Quella più profonda.  

2. XXI secolo: inabissarsi, arruolare e guadagnare

Mafia al nord dunque violenta, ricca e capace di stringere alleanze con ambienti politico-istituzionali: l’episodio più dirompente da questo punto di vista resta senz’altro l’assassinio del Procuratore di Torino, Bruno Caccia, avvenuto il 26 giugno del 1983, che va sempre messo in relazione al tentato omicidio del pretore di Aosta, Selis, che sei mesi prima qualcuno cercò di far saltare in aria imbottendo la sua auto di esplosivo: ebbene sì, la prima auto bomba contro un magistrato nella storia italiana è confezionata ad Aosta. Qualche mese dopo Rocco Chinnici non sarà altrettanto fortunato.

Il delitto Caccia è ancora oggi sotto i riflettori della magistratura (a Milano il processo di appello contro Rocco Schirripa ritenuto uno dei killer del procuratore, ha confermato la pena dell’ergastolo) e da solo dovrebbe bastare a stroncare una volta per tutte certi insopportabili stupori di chi ad ogni nuova inchiesta casca dal pero e si affretta a ringraziare le FFOO e la magistratura per aver illuminato un fenomeno… inaudito. Altro che inaudito! Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nato a Saluzzo e morto assassinato a Palermo il 3 settembre del 1982, già nell’80 parlava della presenza dei capi di Cosa Nostra nel torinese, intenti a fare i propri affari, senza destare sospetti, abili a camuffarsi e ad apparire “brave persone”. Dopo i bellicosi anni ’80 e ’90, la presenza delle organizzazioni mafiose si è come inabissata, cercando di far perdere coscienza di se’, anche in conseguenza del profondo mutamento del quadro internazionale di riferimento. Ma ci hanno pensato le grandi inchieste giudiziarie degli ultimi 18 anni a tenere acceso il faro: i processi Crimine ed Infinito sviluppatisi soprattutto tra Calabria e Lombardia che hanno sancito una volta per tutte l’unitarietà della ‘ndrangheta, le operazioni Minotauro, Albachiara, San Michele (…) fino a Barbarossa che hanno colpito severamente la ‘ndrangheta in Piemonte e il monumentale processo Aemilia che ha riguardato l’Emilia Romagna (150 imputati, un record!). Il tratto che colpisce in tutte queste inchieste più recenti è la capacità delle organizzazioni mafiose di allargare la rete di relazioni altolocate, soprattutto nel campo delle professioni, per ottenere una maggiore efficienza economica sul piano del riciclaggio del denaro, della penetrazione negli appalti, nella gestione di traffici ad alto tasso di conoscenza come il gioco d’azzardo on line. Colpisce anche il confine labile tra vittima e connivente: succede soprattutto col mondo aziendale, dove imprenditori avvicinati attraverso la più banale richiesta estorsiva, “mangiano la foglia” e decidono di diventare clienti dei mafiosi. I servizi che questi possono mettere in campo sono infatti ghiotti: dalla disponibilità di denaro liquido, al recupero crediti, alla dissuasione della concorrenza o di soci e dipendenti divenuti ingestibili.

Va detto che a volte questa scelta è motivata anche da un certo senso di sfiducia nelle Istituzioni, che vengono percepite ora come inadeguate ora come esse stesse corrotte.

Purtroppo sono tante le storie di imprenditori diventati Testimoni di Giustizia, cioè individui sottoposti a speciali misure di protezione, che pur avendo salva la vita non sono riusciti a mantenere le loro attività economiche successivamente alla denuncia e queste storie senza dubbio scoraggiano, nonostante vi sia stato da parte dello Stato un crescendo di attenzione a partire dal 1999, culminato nel 2017 con l’approvazione della legge che riforma i sistemi di tutela per gli imprenditori che denunciano.

Tutto ciò non può giustificare la connivenza con le organizzazioni mafiose, ma va tenuto in conto e deve essere uno sprone a far funzionare le Istituzioni preposte sempre meglio.

Più frequentemente la connivenza è frutto di un calcolo utilitaristico: sottostare alle richieste mafiose significa anche entrare in un circuito apparentemente foriero di vantaggi, si pensi, oltre agli esempi fatti sopra, agli appalti pubblici, lì dove l’imprenditore avvicinato conosca o supponga la capacità del clan di ottenere ascolto da parte degli amministratori locali e dell’apparato burocratico, che a volte conta di più. Insomma e qui sta uno dei punti cardinali della faccenda, il modo mafioso di stare al Mondo e in particolare nel mondo dell’economia, pare essere un modo vincente, particolarmente efficiente nell’ecosistema liberista. Grandi disponibilità di denaro, di provenienza illecita certo ma che hanno il merito di sollevare il capitano coraggioso dalle pastoie spesso invincibili del credito legale, velocità di realizzazione, riserva di violenza come metodo ordinario per semplificare il conflitto. Non c’è forse una assonanza culturale grave e profonda tra il modo mafioso di stare al Mondo e il modo che innerva certo mondo politico sempre più insofferente alla gestione democratica della complessità?

3. evoluzione della “forza di intimidazione”

Ecco a cosa dobbiamo allenarci: quando riflettiamo sulla “mafia al nord” non dobbiamo più pensare soltanto alla presenza delle tradizionali organizzazioni mafiose, che pure come ho cercato velocemente di richiamare è un fatto ineludibile, dobbiamo anche verificare in quali altri modi venga inverato il 416 bis del codice penale, cioè l’articolo che descrive l’associazione mafiosa. Il 416 bis è un articolo capolavoro, che andrebbe studiato nelle scuole, inserito nelle antologie, figlio della grande sapienza di Pio La Torre: un articolo che descrive la mera appartenenza ad una certa associazione come condotta meritevole di una severa reazione da parte dell’ordinamento costituito. Qual è la caratteristica che rende la mera appartenenza ad una certa associazione meritevole di sanzione gravissima da parte dello Stato? Quella di ottenere i propri scopi delittuosi “avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo, che genera omertà e assoggettamento”. La “forza di intimidazione del vincolo associativo” può tradursi nella paura che fa la presenza di un certo sodalizio, paura che è in grado di piegare la volontà altrui, senza colpo ferire, insomma di provocare obbedienza. Bisogna riflettere: la capacità di generare questo tipo di paura è propria esclusivamente dell’organizzazione Cosa Nostra, ‘ndrangheta (…)? Troppo facile rispondere: anche delle mafie straniere come le organizzazioni nigeriane o cinesi (che pure ci sono e sono state perseguite già attraverso il 416 bis). 

Una risposta intelligente ed avanzata arriva da Roma e la dobbiamo al lavoro della Procura guidata da Pignatone: l’operazione è quella denominata “mafia capitale”, del dicembre del 2014, che ha portato alla condanna di Buzzi e Carminati, per ora soltanto in secondo grado di giudizio. Nel sodalizio “Buzzi-Carminati” non si registra la presenza di articolazioni delle mafie tradizionalmente intese, ne’ di un sodalizio criminale della capacità di controllare militarmente un certo territorio, piuttosto ci si confronta con una rete di relazioni animata soprattutto da una connivenza corrotta e corruttiva, certo adagiata su una riserva di violenza il più delle volte evocata e non agita. Non c’è il controllo di un quartiere, ma di un ecosistema sociale.

Bisognerebbe andare oltre e ragionare anche su cosa sia “violenza” e quindi su come si debba qualificare quella “riserva di violenza” che rende il metodo intimidatorio, mafioso a norma di codice penale. 

Per esempio: in una società così affamata di lavoro, la possibilità di stroncare carriere in ambiente universitario o ospedaliero potrebbe essere intesa come “riserva di violenza” capace di generare omertà e assoggettamento?

Quando nella XVII Legislatura abbiamo modificato l’art. 603 bis del Codice Penale nell’ambito della più ampia riforma per contrastare il fenomeno del caporalato, abbiamo introdotto un principio secondo il quale il ricatto del lavoro verso una persona vulnerabile, cioè in grave condizione di bisogno, è in se stesso una forma di violenza estorsiva, senza che si debba provare, per integrare la fattispecie di reato, un ulteriore ricorso alla violenza agita. Qualora si riscontrasse pure questa, essa sarebbe una aggravante rispetto alla condotta di reato già perfettamente integrata. Quindi mettere paura ad una persona in difficoltà, ottenendo da questa prestazioni lavorative (e non soltanto) attraverso la minaccia di non farla più lavorare è in se stessa da considerarsi azione violenta.

Su questo crinale si risolve la profezia di Giovanni Falcone in un modo o in un altro.

Alla domanda se lo Stato avrebbe mai sconfitto Cosa Nostra, Falcone rispose come tutti noi sappiamo: “Certo, perché la mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha avuto una origine, avrà una fine”. Una risposta perfetta, se riferita al dato storicizzato di una certa organizzazione, quella di Cosa Nostra siciliana, che infatti se non è stata radicalmente sconfitta, è stata sicuramente decapitata e fortemente ridimensionata dalla reazione dello Stato, ahinoi, alle stragi in cui persero la vita proprio Giovani Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e quasi tutti i loro agenti di scorta. Una risposta che rischia invece di essere neutralizzata se queste “piante” maledette prima di essere estirpate riusciranno a trasferire il proprio codice culturale a quanti, persone per bene che mai e poi mai si immischierebbero con giri di droga, estorsioni o gioco d’azzardo, abbiano però maturato una tale insofferenza per le regole del diritto e abbiano una così irrefrenabile ambizione di potere da essere pronte a annichilire di fatto la democrazia liberale e costituzionale che conosciamo, in nome di forme di gestione dell’ordine sociale che lascino libera la volontà del più forte di inverarsi in tutto il suo splendore. Di nuovo. 

 

Davide Mattiello

Presidente di Benvenuti in Italia

Consulente della Commissione Parlamentare Antimafia della XVIII legislatura

COSA OFFENDE LA MEMORIA DI FALCONE E BORSELLINO?

Ai vertici RAI che manifestano indignazione per l’offesa alla memoria di Falcone e Borsellino nel programma andato in onda su RAI 2 (Realiti), una preghiera: continuate a manifestare la medesima indignazione per
– Il Senatore e vice presidente della Commissione Antimafia, Solinas, nel frattempo diventato Presidente della Regione Sardegna e quindi incompatibile: si dimette o no?
– Gli strumenti di ratifica del Trattato di Cooperazione giudiziaria e di estradizione tra Italia ed Emirati Arabi, approvato dal Parlamento ormai da oltre 7 mesi sono stati depositati o no dal Governo? (Sono almeno una dozzina i latitanti italiani che svernano negli Emirati, tra questi l’ex deputato di FI, Amedeo Matacena)
– Non rimuovere gli effetti di un atto di intimidazione mafiosa, pur avendo l’obbligo di legge di farlo, costituisce o no una indiretta agevolazione del metodo mafioso? Perchè la villa confiscata agli Assisi a San Giusto Canavese (TO) è inagibile da un anno a seguito di un attentato incendiario.
Credo che Falcone e Borsellino si offendano almeno altrettanto per queste cose, per esempio…

Massoneria: denuncia Goi. Il tribunale archivia

Il Tribunale di Roma archivia e ora posso raccontarvi che ero stato denunciato dal Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia per le opinioni espresse durante la mia attività parlamentare, la Procura di Roma con il dott Pignatone e tutti i sostituti aveva già chiesto l’archiviazione. Finalmente il GUP ha confermato e decretato l’archiviazione.

(ANSA) – ROMA, 6 GIU – Il Tribunale di Roma ha archiviato il procedimento contro gli ex vertici della Commissione parlamentare Antimafia e due parlamentari, l’allora presidente Rosy Bindi, il vicepresidente Claudio Fava ed i componenti Davide Mattiello (Pd) e Mario Michele Giarrusso (M5s). L’accusa nei loro confronti era di abuso di ufficio e diffamazione. Il fascicolo era stato aperto dall’allora capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone nell’ottobre 2017, dopo una denuncia presentata dal Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia (Goi) Stefano Bisi che lamentava un “animo persecutorio” dell’ Antimafia della passata legislatura ai danni dei massoni del Grande Oriente d’Italia e del suo leader. La prova di questa “massofobia” – dal titolo di un pamphlet edito dallo stesso Goi – sarebbe stato il sequestro degli elenchi degli iscritti alla massoneria (non solo del Goi, ma tutte le 4 principali obbedienze) della Calabria e della Sicilia, nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla Commissione allora presieduta dalla Bindi.
Nel provvedimento il Gip fa notare tra l’altro che la decisione di procedere ad indagini sulle possibili infiltrazioni della criminalità organizzata di tipo mafioso nelle logge massoniche è frutto delle prerogative costituzionali della Commissione Antimafia, che la volontà di procedere a perquisizione e sequestro è dipesa da un provvedimento adottato all’unanimità dai componenti della Commissione antimafia stessa, e che se la finalità era di danneggiare in qualche modo il Goi, la perquisizione sarebbe avvenuta a sorpresa e non dopo l’audizione di Bisi. Già nelle settimane scorse la Procura di Roma, con atto sottoscritto da Pignatone e dai tre vice Ielo, Prestipino e Sabelli, aveva chiesto l’archiviazione del procedimento cui il Goi si è opposto con una memoria sottoscritta dal cielo difensivo della Loggia, gli avvocati Fabio Federico e Raffaele D’Ottavio. Ora l’archiviazione del Gip.
“La vittoria è su tutta la linea – commenta l’avvocato Marco Di Lello, già parlamentare e segretario della Commissione Antimafia e oggi difensore di Claudio Fava – sono felice di questo provvedimento sia da ex membro della Commissione che da difensore che ha visto accogliere in pieno le tesi sulla insussistenza del fatto”. (ANSA).

Ulrike Guérot su “La Repubblica d’Europa”

Ulrike Guérot, politologa e studiosa tedesca, è autrice del libro “Perchè l’Europa deve diventare una Repubblica! Un’utopia Politica.” Il 9 maggio 2019, al salone Internazionale del libro di Torino, ha partecipato all’incontro “Cantieri d’Europa: un percorso attraverso le sfide e i dubbi del presente”. Le abbiamo chiesto un parere su “La Repubblica d’Europa”, il libro manifesto che punta alla creazione di un nuovo scenario europea, sostenuto e appoggiato da lei.

Trattato Italia-Emirati Arabi: interrogazione parlamentare

Sono grato ai deputati PD Walter Verini e Lia Quartapelle per questa interrogazione parlamentare sulla vicenda del trattato di cooperazione giudiziaria ed estradizione tra Italia e Emirati Arabi Uniti. Niente di personale, soltanto il dovere civico di andare fino in fondo:

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA
AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA

Per sapere; premesso che:

con la Legge n. 125 del 11 ottobre 2018 è stato, finalmente, approvato il Trattato di estradizione e su quello di cooperazione giudiziaria in materia penale con gli Emirati arabi uniti, che rappresenta una tappa importante nella lotta alla criminalità con la possibilità di estradare latitanti, ricercati con mandato d’arresto per gravi reati legati al traffico di droga e alla criminalità organizzata che, in assenza della ratifica, trovano negli Emirati un tranquillo rifugio di impunità;

l’autorizzazione del Parlamento alla ratifica del trattato, avvenuta tramite l’approvazione definitiva di una proposta di legge a firma degli interroganti presentata all’inizio di questa legislatura, e che giunge al termine di una lunga battaglia che ha visto in prima linea associazioni come Libera, l’ex deputato Pd Davide Mattiello e i Ministri dei Governi a guida Partito democratico, in particolare il Ministro della Giustizia Orlando, rappresenta un passo fondamentale per permettere il rientro in Italia di alcuni latitanti, tra cui alcuni già condannati in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, oppure alcuni per i quali in Italia è stato già chiesto il rinvio a giudizio per corruzione o altri reati gravissimi;

ci riferiamo, solo per citare i casi più eclatanti, alle latitanze “d’oro” di Amedeo Matacena, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, per il quale ripetute sono state le richieste di estradizione, tutte rimaste senza risposta nell’attesa della approvazione del Trattato, o come quella del boss Raffaele Imperiale, ritenuto dagli inquirenti uno dei maggiori narcotrafficanti a livello internazionale, il quale, dopo una prima fuga in Spagna dove è stato arrestato dalla polizia locale, si è rifugiato negli Emirati Arabi, a Dubai, nei quali pare condurre una vita fatta di lusso sfrenato in compagnia della sua famiglia;

il Trattato impegna le parti a consegnare reciprocamente persone ricercate che si trovino sul proprio territorio, per dare corso a un procedimento penale o per consentire l’esecuzione di una condanna definitiva, ed era già stato firmato nel 2015, ma il successivo recepimento da parte dell’Italia di una direttiva dell’Unione europea aveva di fatto comportato la sospensione degli effetti degli accordi in precedenza firmati: la normativa dell’Unione europea stabilisce infatti che qualora si firmi un accordo con uno Stato in cui vige la pena di morte (come nel caso degli Emirati arabi uniti) debba essere esplicitato nel Trattato stesso che, in caso di estradizione verso il Paese contraente, la pena capitale in loco prevista sia commutata in pena detentiva;

nel febbraio 2017 il Governo italiano è riuscito finalmente a concordare l’adozione di un protocollo interpretativo da allegare al Trattato medesimo e l’Italia ha così potuto siglare la stesura definitiva dell’accordo, frutto di un delicatissimo e lungo lavoro “sinergico” tra il Governo Italiano, che ha lavorato in modo determinante in materia di cooperazione giudiziaria, e in particolare del Ministero della Giustizia, e il parlamento, con le commissioni giustizia e antimafia;

ad oggi, però, il trattato di estradizione con gli Emirati non risulta ancora operativo, nonostante la ratifica parlamentare e la trasformazione in legge dello Stato e questo perché il Governo italiano non avrebbe ancora approntato gli strumenti attuativi del trattato medesimo.

Quali siano le ragioni che ancora ad oggi impediscono la operatività di tale fondamentale Trattato in materia di estradizione e di cooperazione giudiziaria in materia penale con gli Emirati arabi uniti, e se inoltre se corrisponda al vero che tali ragioni operatività vadano ricercate nella mancata adozione, ancora ad oggi, dei necessari strumenti attuativi, e, qualora così fosse, se il Ministro interrogato non ritenga assolutamente necessario quanto urgente attivarsi per predisporli, al fine di poter finalmente vedere assicurati alla giustizia italiana pericolosi criminali latitanti e altri personaggi inquisiti e condannati per gravi reati legati alla criminalità organizzata e alle mafie.

Walter Verini

Lia Quartapelle

Cancelliamo i segni dell’attentato incendiario alla villa degli Assisi

 

30 aprile 2018 – 30 aprile 2019
Un anno fa entravamo nella villa confiscata agli Assisi nell’anniversario dell’assassinio di Pio La Torre. Un mese dopo quell’abitazione fu raggiunto da un attentato incendiario. Siamo tornati a San Giusto Canavese (TO) per chiedere che i segni di quell’intimidazione siano cancellati…abbiamo la testa dura di cavallo! Pro memoria democratico.

Torino riparta da Fulvio Croce e Adelaide Aglietta

Torino ha bisogno di ricordare Fulvio Croce e Adelaide Aglietta: il primo, avvocato, assassinato dalle Brigate Rosse perché aveva osato garantire il diritto di difesa ai brigatisti processati a Torino, la seconda ebbe il merito di accettare di comporre la giuria popolare per quella corte di Assise che nessuno voleva formare per paura delle ritorsioni.

Persone come Fulvio Croce e Adelaide Aglietta hanno custodito la rivoluzione democratica cominciata dai partigiani che si opposero a nazisti e fascisti. La democrazia è la rivoluzione, perché è il modo migliore che abbiamo per gestire il conflitto sociale in modo nonviolento. Non è una bacchetta magica ed è piena di difetti, ma garantisce a ciascuno di poter partecipare. Questa rivoluzione di libertà è sempre minacciata da chi, pensando di avere la verità in tasca, cerca scorciatoie non democratiche per imporla: mafiosi, fascisti, anarco insurrezionalisti sono tre facce della stessa medaglia.

Torino non sarà mai più intimorita da nessuno di questi, Torino ha capito quanto costa la libertà. Anche la recente piena confessione di Battisti aiuta a rimettere le cose a posto: non c’è niente di rivoluzionario nell’assassinare qualcuno per imporre la propria idea, potendo disporre della democrazia per partecipare alla gestione del potere pubblico. È soltanto narcisismo, puerile e pericoloso. Certo fare democrazia è faticoso, non è cosa per pigri. Qualcuno parli di Fulvio Croce e Adelaide Aglietta ai giovani che stanno facendo Biennale Democrazia a Torino in questi giorni. Farebbero bene a rifletterci anche quelli che si preparano a manifestare sabato: è questa storia che vi permette di manifestare, evitate di violentarla.

La Repubblica d’Europa e il massacro in Nuova Zelanda

La Repubblica d’Europa è un libro-manifesto, edito da ADD, scritto da un collettivo di autori che ha scelto di firmarsi con un nome di fantasia, ISAGOR, perché in primo piano restasse l’idea e non l’identità.
Ci è parso il minimo per ribadire l’urgenza di unirsi al fine di contribuire con forza alla battaglia più importante del nostro tempo: salvaguardare il valore della “convivialità delle differenze” (definizione cara a Tonino Bello) realizzata attraverso il processo di unificazione europea, oggi seriamente minato dalla violenza dei nazionalismi e dalla ignavia di chi non guarda oltre al proprio ombelico.
Era il 22 Luglio 2011 quando il nostalgico nazista Breivik, dopo aver fatto esplodere un’auto bomba sotto i palazzi governativi norvegesi ad Oslo, per creare un sanguinoso diversivo (morirono otto persone), si recò sull’isola di Utoya e massacrò 69 ragazzi che avevano la “colpa” di partecipare ad un campo di formazione politica di ispirazione socialista.
Il criminale nazista si arrese alla polizia norvegese e pretese di essere processato, rivendicando la propria lucidità, per ribadire che la sua era stata una azione politica: aveva inteso liberare la Norvegia da quella che riteneva la più grave delle minacce ossia la cultura laica, pluralista, democratica alla quale quei ragazzi si rifacevano.
Breivik scrisse ed inviò ad oltre mille indirizzi mail il suo manifesto, composto tra il 2009 e il 2010, prima di commettere la strage. I destinatari vennero scelti con cura tra coloro che Breivik considerò in sintonia con i valori messi alla base del rinnovato delirio di onnipotenza suprematista, tra questi, per l’Italia, Lega e Forza Nuova. Quella che allora poteva sembrare una grottesca distopia oggi è in gran parte realizzata attraverso l’affermazione proprio di quelle forze di estrema destra che negli anni della stesura del manifesto erano del tutto residuali. Mentre l’effetto emulazione produce orrori, proprio come Breivik aveva previsto: il massacro in Nuova Zelanda è purtroppo soltanto l’ultimo in ordine di tempo.
Gli autori de La Repubblica d’Europa credono che questi rigurgiti nazionalisti, lungi dall’essere preambolo del ritorno di rigenerati fascismi su base nazionale, siano funzionali alla più radicale spallata al concetto stesso di spazio pubblico, per ora democraticamente governato. Gli autori temono che l’esito di questa scellerata febbre identitaria sia il dissolvimento per consunzione delle Istituzioni democratiche con le quali siamo abituati a convivere. Insomma: è più probabile che Amazon si sostituisca allo Stato piuttosto che lo Stato torni ad essere quello claustrofobico delle camice nere.
Gli autori sono altresì convinti che non basti denunciare questi rischi perché li si possa evitare. I segnali di pericolo possono al più tenere a debita distanza da questo o quel dirupo, ma non risolvono di per se’ la questione del dove altrimenti andare. Per andare altrove ci vuole una promessa, ci vuole un buon motivo, bisogna sentirsi comunità di destino, diversamente il rischio è quello di stare fermi a contemplare attoniti i dirupi tutto attorno.
Gli autori pensano che gli Stati Uniti d’Europa siano stati una ottima idea per diversi decenni: un tema generatore di speranza, di cultura politica, di azione concreta. Senza la “carota” degli Stati Uniti d’Europa non avremmo fatto nemmeno l’Unione europea e non ci saremmo incamminati per quel percorso che tra gli anni ’90 e i primi anni 2000 dopo averci consegnato la moneta unica ci avrebbe potuto consegnare anche una Costituzione europea di marca federalista. Purtroppo quel processo è naufragato e successivamente gli Stati nazionali che fino ad allora erano stati i maggiori interpreti positivi di quella profezia, travolti dalla crisi economica, sono stati sommersi dalla retorica montante delle nuove/vecchie destre che si sono riappropriate del concetto di Stato nazione, piegandolo a colpi di “ismo”. Avremmo dovuto farli gli Stati Uniti d’Europa, difficilmente li faremo più: c’è un tempo per ogni cosa.
Gli autori per questi motivi credono che serva un salto di paradigma, una nuova buona idea che sappia fare tesoro del meglio di ciò che il percorso europeista ha prodotto, vivificandolo in una prospettiva diversa, inaudita, scatenante: la Repubblica d’Europa, appunto. Perché il concetto di Repubblica da un lato ha la capacità di rimettere al centro l’idea di uno spazio pubblico inteso come esperienza di realizzazione individuale, attraverso la relazione solidale e responsabile, che ha nella democrazia parlamentare il proprio perno irrinunciabile. Dall’altro il concetto di Repubblica ha la capacità di sollecitare il protagonismo dei cittadini europei, che è un fatto che non si risolve, non si deve risolvere nell’attività delle Istituzioni degli Stati membri. Fortunatamente l’Europa ha già al centro un Parlamento eletto a suffragio universale e, con buona pace dei nazionalisti, il “demos” europeo esiste eccome.
Bisogna “soltanto” rimboccarsi le maniche e lavorare affinchè questo demos acquisisca una autocoscienza sufficiente, attraverso la cultura, attraverso la pedagogia della memoria, attraverso scelte politiche lungimiranti in tema di scuola, ambiente, equità fiscale, informazione e sicurezza.
Certo, c’è bisogno che i narcisismi vengano smorzati, che gli “io” facciano un passo indietro, perché emerga quella comunità di destino cui ci si riferiva. Così il cerchio si chiude: ecco perché gli autori de La Repubblica d’Europa hanno deciso di firmare il libro con un nome di fantasia unitario, ISAGOR. Questo nome è un omaggio ad Antonio Gramsci, perché altro non è che l’acronimo di Istruitevi Agitatevi Organizzatevi, slogan programmatico iscritto nel tamburo de L’Ordine Nuovo che Gramsci fondava 100 anni fa a Torino. Quel programma è ancora oggi per noi il punto di partenza.

 

Davide Mattiello
Presidente Fondazione Benvenuti in Italia

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