La Repubblica d’Europa e il massacro in Nuova Zelanda

La Repubblica d’Europa è un libro-manifesto, edito da ADD, scritto da un collettivo di autori che ha scelto di firmarsi con un nome di fantasia, ISAGOR, perché in primo piano restasse l’idea e non l’identità.
Ci è parso il minimo per ribadire l’urgenza di unirsi al fine di contribuire con forza alla battaglia più importante del nostro tempo: salvaguardare il valore della “convivialità delle differenze” (definizione cara a Tonino Bello) realizzata attraverso il processo di unificazione europea, oggi seriamente minato dalla violenza dei nazionalismi e dalla ignavia di chi non guarda oltre al proprio ombelico.
Era il 22 Luglio 2011 quando il nostalgico nazista Breivik, dopo aver fatto esplodere un’auto bomba sotto i palazzi governativi norvegesi ad Oslo, per creare un sanguinoso diversivo (morirono otto persone), si recò sull’isola di Utoya e massacrò 69 ragazzi che avevano la “colpa” di partecipare ad un campo di formazione politica di ispirazione socialista.
Il criminale nazista si arrese alla polizia norvegese e pretese di essere processato, rivendicando la propria lucidità, per ribadire che la sua era stata una azione politica: aveva inteso liberare la Norvegia da quella che riteneva la più grave delle minacce ossia la cultura laica, pluralista, democratica alla quale quei ragazzi si rifacevano.
Breivik scrisse ed inviò ad oltre mille indirizzi mail il suo manifesto, composto tra il 2009 e il 2010, prima di commettere la strage. I destinatari vennero scelti con cura tra coloro che Breivik considerò in sintonia con i valori messi alla base del rinnovato delirio di onnipotenza suprematista, tra questi, per l’Italia, Lega e Forza Nuova. Quella che allora poteva sembrare una grottesca distopia oggi è in gran parte realizzata attraverso l’affermazione proprio di quelle forze di estrema destra che negli anni della stesura del manifesto erano del tutto residuali. Mentre l’effetto emulazione produce orrori, proprio come Breivik aveva previsto: il massacro in Nuova Zelanda è purtroppo soltanto l’ultimo in ordine di tempo.
Gli autori de La Repubblica d’Europa credono che questi rigurgiti nazionalisti, lungi dall’essere preambolo del ritorno di rigenerati fascismi su base nazionale, siano funzionali alla più radicale spallata al concetto stesso di spazio pubblico, per ora democraticamente governato. Gli autori temono che l’esito di questa scellerata febbre identitaria sia il dissolvimento per consunzione delle Istituzioni democratiche con le quali siamo abituati a convivere. Insomma: è più probabile che Amazon si sostituisca allo Stato piuttosto che lo Stato torni ad essere quello claustrofobico delle camice nere.
Gli autori sono altresì convinti che non basti denunciare questi rischi perché li si possa evitare. I segnali di pericolo possono al più tenere a debita distanza da questo o quel dirupo, ma non risolvono di per se’ la questione del dove altrimenti andare. Per andare altrove ci vuole una promessa, ci vuole un buon motivo, bisogna sentirsi comunità di destino, diversamente il rischio è quello di stare fermi a contemplare attoniti i dirupi tutto attorno.
Gli autori pensano che gli Stati Uniti d’Europa siano stati una ottima idea per diversi decenni: un tema generatore di speranza, di cultura politica, di azione concreta. Senza la “carota” degli Stati Uniti d’Europa non avremmo fatto nemmeno l’Unione europea e non ci saremmo incamminati per quel percorso che tra gli anni ’90 e i primi anni 2000 dopo averci consegnato la moneta unica ci avrebbe potuto consegnare anche una Costituzione europea di marca federalista. Purtroppo quel processo è naufragato e successivamente gli Stati nazionali che fino ad allora erano stati i maggiori interpreti positivi di quella profezia, travolti dalla crisi economica, sono stati sommersi dalla retorica montante delle nuove/vecchie destre che si sono riappropriate del concetto di Stato nazione, piegandolo a colpi di “ismo”. Avremmo dovuto farli gli Stati Uniti d’Europa, difficilmente li faremo più: c’è un tempo per ogni cosa.
Gli autori per questi motivi credono che serva un salto di paradigma, una nuova buona idea che sappia fare tesoro del meglio di ciò che il percorso europeista ha prodotto, vivificandolo in una prospettiva diversa, inaudita, scatenante: la Repubblica d’Europa, appunto. Perché il concetto di Repubblica da un lato ha la capacità di rimettere al centro l’idea di uno spazio pubblico inteso come esperienza di realizzazione individuale, attraverso la relazione solidale e responsabile, che ha nella democrazia parlamentare il proprio perno irrinunciabile. Dall’altro il concetto di Repubblica ha la capacità di sollecitare il protagonismo dei cittadini europei, che è un fatto che non si risolve, non si deve risolvere nell’attività delle Istituzioni degli Stati membri. Fortunatamente l’Europa ha già al centro un Parlamento eletto a suffragio universale e, con buona pace dei nazionalisti, il “demos” europeo esiste eccome.
Bisogna “soltanto” rimboccarsi le maniche e lavorare affinchè questo demos acquisisca una autocoscienza sufficiente, attraverso la cultura, attraverso la pedagogia della memoria, attraverso scelte politiche lungimiranti in tema di scuola, ambiente, equità fiscale, informazione e sicurezza.
Certo, c’è bisogno che i narcisismi vengano smorzati, che gli “io” facciano un passo indietro, perché emerga quella comunità di destino cui ci si riferiva. Così il cerchio si chiude: ecco perché gli autori de La Repubblica d’Europa hanno deciso di firmare il libro con un nome di fantasia unitario, ISAGOR. Questo nome è un omaggio ad Antonio Gramsci, perché altro non è che l’acronimo di Istruitevi Agitatevi Organizzatevi, slogan programmatico iscritto nel tamburo de L’Ordine Nuovo che Gramsci fondava 100 anni fa a Torino. Quel programma è ancora oggi per noi il punto di partenza.

 

Davide Mattiello
Presidente Fondazione Benvenuti in Italia

Per informazioni o acquistare il libro:

Con Carlo Palermo. Presentazione de “La Bestia”

Presentazione del libro: La Bestia

Dai misteri d’Italia ai poteri massonici che dirigono il nuovo ordine mondiale
Un libro di Carlo Palermo, l’ex magistrato scampato all’attentato mafioso del 2 aprile 1985

Giovedì 7 marzoalle ore 18,00la libreria Binaria di via Sestriere 34a Torino ospiterà Carlo Palermo, il magistrato che nell’aprile del 1985 si era miracolosamente salvato dall’attentato a mafioso di Pizzolungo, in provincia di Trapani. Nello scoppio della bomba  che avrebbe dovuto ucciderlo, erano morirono invece Barbara Rizzo e i suoi due figli, Salvatore e Giuseppe Asta.

Intervistato da Davide Mattiello, ex deputato e presidente della Fondazione Benvenuti in Italia, Palermo ripercorrerà le vicende di quegli anni: misteri irrisolti che caratterizzano ancora oggi la storia d’Italia e del Mondo.

Attraverso documenti ineditie basandosi sulle rivelazioni di alcune fonti interne a servizi segreti, Carlo Palermo ricostruisce il filo rosso che lega l’omicidio di Moro, l’attentato a Wojtyla, le stragi mafiose degli anni 90 e i traffici di armi fra Est e Oves: un gioco pericoloso che coinvolge le organizzazioni occulte che governano il mondo da settant’anni a questa parte.

La Repubblica d’Europa. In libreria

Un libro-manifesto per affermare
la necessità di ripensare il presente,
La Repubblica d’Europa.
Oltre gli Stati nazione,
di Isagor
arriva in libreria dal 20 febbraio

«Questo libro è dedicato a tutti coloro che sanno di non sapere, si impegnano per migliorare, propongono le proprie idee con modestia e tengono verbale delle proprie riunioni, perché non si sa mai, può anche capitare che con le buone idee e le migliori pratiche si cambi la Storia per davvero.»

Isagor è il nome di un consorzio che raccoglie otto voci.

Isagor è: Maria Chiara Giorda, docente universitaria a Roma 3; Luca Mariani, giornalista; Sara Hejazi, ricercatrice; Anna Mastromarino, docente universitaria, costituzionalista; Davide Mattiello, presidente Fondazione Benvenuti in Italia; Marco Omizzolo, sociologo, responsabile scientifico di In Migrazione, presidente di Tempi Moderni e ricercatore Eurispes; Leonardo Palmisano, scrittore e giornalista; Presidente della Coop editoriale Radici Future; Francesca Rispoli, Ufficio di Presidenza di Libera.

«C’è una parola che forse più di “collettivo” esprime il concetto di un sodalizio che voglia farsi carico dell’azione politica: “consorzio”. Il termine “consorzio” rimanda al comune destino che lega diversi individui, rimanda alla corresponsabilità e cioè all’interdipendenza di ciascuno da tutti gli altri.»

Da più parti si alza il grido che l’Europa sia finita, che l’esperimento nato dalla volontà di portare pace ed equilibrio economico al continente sia fallito sotto i colpi di burocrazia, immigrazione, finanza.

Su questa tesi si costruisce il consenso di cittadini arrabbiati, si propongono soluzioni estreme come l’uscita dall’euro, si parla di un ritorno al sovranismo nazionale, in un’ottica di chiusura al mondo che verrà.

Schiacciata da queste spinte e attaccata da più fronti, l’Europa deve trovare una nuova strada per garantire a se stessa e ai suoi cittadini uno spazio di diritti condivisi, di sviluppo sostenibile e di capacità di accoglienza dei nuovi flussi migratori del mondo. Uno spazio che sappia governare il proprio tempo e non subirlo.

«Abbiamo una convinzione. Gli europei possono costruire un futuro nel quale le guerre siano illegali, la terra viva e vegeta, i bambini liberi di crescere fuori dalla paura e dal bisogno. Tutti, non soltanto quelli che nascono ai piani alti della ziqqurat terribile che chiamiamo società globale. Per farlo è necessario trasformare l’Unione Europea in una Repubblica: la Repubblica d’Europa.

Una Repubblica unita e indivisibile, democratica, fondata sulla libertà e sulla responsabilità. Niente di meno.»

Gli autori di questo libro-manifesto affermano la necessità di ripensare in maniera radicale la forma che vogliamo dare all’Europa. Auspicano la nascita di una Repubblica d’Europa che, superando gli Stati nazionali, costituisca una nuova realtà politica, economica, culturale e strategica.

Come sarebbero il lavoro, la scuola, l’informazione, la sicurezza, la solidarietà, l’economia nella nuova Repubblica d’Europa? Otto autori (economisti, giuristi, giornalisti, antropologi, formatori, politici) affrontano i nodi principali per avvicinarci a questo unico futuro possibile.

Galleria degli autori. Clicca sull’immagine per ingrandirla

 

Informazioni:

Primarie PD: invito al voto!

Benvenuti in Italia invita a votare per le primarie del Partito Democratico!

Comunque la si pensi, le primarie del PD, aperte anche ai non tesserati, sono l’unica grande manifestazione di partecipazione allargata alla vita politico-partitica: ogni altra consultazione in Italia ha numeri nemmeno lontanamente paragonabili.

Inoltre, oggi più che mai, ci riconosciamo nell’appello di Prodi: “Il Partito Democratico è ora l’unica àncora di salvezza per il Paese” e per ciò che il Paese può esprimere in Europa.
Guai infatti se in tutto il continente si affermasse l’onda nera capitanata da Salvini e mal accompagnata da Marine Le Pen in Francia, dall’Afd in Germania, dall’Fpo in Austria, dal Pis in Polonia, da Geert Wilders in Olanda, dalla destra identitaria fiamminga in Belgio, dal Partito popolare danese, da i Veri finlandesi e via seguitando fino al neo-partito post franchista di Vox… E ancora peggio se si saldasse un pericolosissimo abbraccio tra i populisti e i sovranisti, come si apprestano a riproporre i 5 Stelle su scala Europea, seguitando il tristissimo spettacolo che stanno già fornendo all’Italia più a destra della storia repubblicana: Di Maio infatti, dopo l’Ukip di Farage ora tenta alleanze con personaggi oscuri come il sedicente golpista Eric Drouet dei Gilet Gialli o l’ultra-religioso polacco Pawel Kukiz, conservatore nazionalista, antiabortista, omofobo, antisemita.
Ecco perché per noi votare domani non è una scelta di partito, ma di parte sì: dalla parte della democrazia!”

Sì ad un Piemonte senza mafia e corruzione!

Il manifesto promosso da Sergio Chiamaparino è un’ottima piattaforma dalla quale partire per articolare il futuro che vogliamo per il nostro Piemonte.
C’è un “Sì” che sta tra le pieghe del manifesto, che è bene far sbocciare in tutta evidenza: “SI” ad un Piemonte senza mafia e corruzione! Perché mafia e corruzione sono ancora il principale fattore di diseguaglianza sociale nel nostro Paese e purtroppo le più recenti inchieste (da Barbarossa a Geenna, passando per Sanitopoli) dimostrano che sono attuali il rischio e il danno anche per il nostro territorio.
Cosa può fare la Regione per realizzare questo “SI”?
  • Dare impulso all’utilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia in Piemonte, che è secondo tra le Regioni del nord per numero di beni confiscati, ma ultimo in Italia per utilizzo sociale ed conta situazioni come quella del Castello di Miasino e della villa di San Giusto Canavese su cui non è possibile traccheggiare.
  • Rafforzare il monitoraggio del ciclo del contratto pubblico, anche intensificando la collaborazione con forze dell’ordine e magistratura al fine di aggiornare costantemente la mappa degli operatori economici e finanziari che agiscono sul territorio.
  • Investire nella formazione dei pubblici amministratori e dei funzionari pubblici affinché maturi la consapevolezza del fenomeno e la conoscenza degli strumenti che consentono di prevenirlo e contrastarlo.
  • Implementare le risorse a sostegno degli imprenditori in difficoltà al fine di prevenire e ridurre il rischio di sovraindebitamento e prestito usurario.
  • Potenziare gli interventi di contrasto alla dispersione scolastica, anche attraverso il continuo miglioramento della qualità del patrimonio immobiliare, perché la scuola è il primo anticorpo al linguaggio mafioso e violento ed è la prima forza di emancipazione personale.
  • Investire negli interventi di inclusione sociale dei soggetti più vulnerabili, perché offrire a tutti coloro che ne hanno bisogno una seconda opportunità costruisce molta più sicurezza sociale di quanto non facciano paura e segregazione.
Davide Mattiello
Presidente della Fondazione Benvenuti in Italia

Il Balon di tutti e per tutti

Purtroppo, nella seduta del Consiglio Comunale di lunedì 28 gennaio 2019, è andata in scena l’ennesima puntata di un triste storytelling: il mercato di libero scambio come offesa al decoro della Città, come provocatoria disobbedienza, contro la fermezza dell’Amministrazione comunale, che vuole Il Barattolo fuori dal perimetro del centro storico.
Prendiamoci un po’ di tempo per ricostruire questa storia.
Borgo Dora, il Balon, il Maglio, il perimetro largo di Porta Palazzo sono da sempre luoghi di arrivo e di scambi: lo sanno i torinesi da generazioni che sanno ancora pronunciare “il merca’ d’le pate e dei pui” (degli stracci e delle pulci), lo sanno i torinesi immigrati dal Sud d’Italia, lo hanno imparato velocemente i nuovi torinesi. Lì incontri e lì trovi: gli altri, i paesani, i conterranei, quelli di qui. E trovi qualcosa di cui riconosci il valore e qualcosa che ha valore solo perché ti serve e costa poco.
Questa storia, a cavallo di due secoli, non è proprietà di nessuno, perché è parte di tutti, di chi c’era e di chi c’è oggi. Se abiti vicino al Balon sai che lì c’è un mercato, forse hai scelto di viverci per quello e la proprietà del tuo alloggio non è una buona ragione per diventare proprietario di una storia collettiva e pretendere di cambiarla, escludendo qualcun altro.
Eppure sta succedendo: il Balon, anziché restare storia comune, è conteso come un copyright, il luogo di incroci è rivendicato da perimetri e sbarramenti, l’economia informale è rappresentata come illegalità o come qualcosa di poco dignitoso. Eppure le persone continuano ad andarci, quelli “in”, che lo frequentano perché sanno riconoscere merci che gli espositori hanno raccolto come rifiuti, e quelli “out” che cercano ciò che non avrebbero i mezzi per acquistare altrove.
L’esistenza di una clientela (quindi di una utilità del libero scambio) non può essere negata; infatti i sostenitori del trasferimento pretendono di convincere sull’equivalenza tra canale Molassi e via Carcano. Gli espositori sanno che non è la stessa cosa, lo spirito dei luoghi non è lo stesso, le famiglie non sono le stesse, non è uguale ciò che si trova nei dintorni, dai negozi di antiquario alla ristorazione.
Certo, qualcosa nel tempo è cambiato: fisionomie, dialetti, lingue, odori, sia dei clienti sia dei venditori. Ma non può essere questo il motivo di tanta ostilità, perché alla pubblica amministrazione non è consentito discriminare. Sono cambiate le forme: l’anarchia del tappeto steso a terra è stata sostituita dagli spazi assegnati, all’interesse per le proprie cose si è affiancata la preoccupazione per la pulizia dell’area, all’aspettativa del guadagno si è aggiunto il dovere di partecipare alle spese.
Tutto ciò è avvenuto grazie al lavoro di relazione di un’associazione nata per volontà del Comune di allora e per disponibilità di tanti, anche residenti. Oggi a quella associazione si dice: non sei in grado di obbligare al trasferimento, non sai contrastare le preoccupazioni e le resistenze, quindi sei complice della disobbedienza e del disordine.
Nel frattempo il Comitato Oltredora, Eco Città e I love Suq – residenti e frequentatori dell’area di libero scambio – hanno raccolto più di 3000 firme perché resti nella sua sede storica.
Per favore, fermiamoci. Su alcune questioni c’è la disponibilità di tutti: dal riordino dell’area di San Pietro in Vincoli al perfezionamento degli spazi in canale Molassi. Se il rispetto verso i bisogni e le opinioni è condiviso, se tutti percepiscono l’imparzialità della Pubblica Amministrazione, se ciascuno riconosce la buona fede dell’altro e nessuno approfitta delle contraddizioni per i propri fini, allora si può fare.
Non si dica che confondiamo per motivi politici il Balon e Il Barattolo. Semplicemente pensiamo che non possano esistere l’uno senza l’altro, per le ragioni che abbiamo spiegato. Se giustamente si sostiene di non voler fomentare uno scontro sociale, si riconsideri ora quella che è stata definita una “decisione irrevocabile”.
Su Canale Molassi fermiamo le ordinanze e promuoviamo il confronto, invece di escludere e confinare costruiamo una sede in cui la Città garantisca la composizione dei diversi interessi o, almeno, la loro espressione.
Non si governa una situazione complessa col pugno di ferro, nemmeno quando si gode di una maggioranza istituzionale, perché si può vincere in aula e perdere nella società.

Firma la petizione qui

Eleonora Artesio (Capogruppo Torino in Comune – La Sinistra)

Ilda Curti

Marco Grimaldi (Consigliere Regionale Liberi e Uguali)

Francesco Tresso (Lista Civica per Torino)

Michele Berghelli (Consigliere Circoscrizione VII)

Juri Bossuto (Consigliere Circoscrizione II)

Chiara Foglietta (Consigliera Partito Democratico)

Silvja Manzi (Radicali Italiani)

Chiara Acciarini (ex Deputata e Sottosegretaria)

Dunia Astrologo (Direttrice Istituto Gramsci Torino)

Gianluca e Massimiliano De Serio (registi)

Marta Levi

Marco Magnone (scrittore)

Ugo Mattei (professore di diritto internazionale all’Università della California di San Francisco e professore di diritto privato all’Università di Torino)

Davide Mattiello (presidente della Fondazione Benvenuti in Italia)

Marco Novello (Presidente Circoscrizione V)

Francesco Pallante (professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino)

Giuseppe Piras (Architetto)

Alberto Re (Consigliere Circoscrizione I)

Fabrizio Vespa (giornalista scrittore)

Hamid Ziarati (scrittore)

 

Elena Actis (art worker presso Hub Cecchi Point)

Angelo Artuffo

Massimo Arvat (filmaker residente di Borgo Dora)

Ilaria Boccia

Cristina Cappelli

Emanuela Capurso

Anna Catella

Lucia Centillo

Maurizio Cilli (architetto)

Sergio Fergnachino (utente mercato)

Sandra Giannini (architetta abitante di Borgo Dora)

Santiago Gomes (architetto)

Simona Guandalini

Ottavia Guercio (residente di Porta Palazzo)

Silvia Guerra (Esperta di sviluppo locale)

Cecilia Guiglia (residente di Porta Palazzo)

Karl Krähmer (studente)

Filippo Leonardi

Daniela Lusso

Gigi Malaroda

Giuseppe Marabita (artista del circo)

Emanuele Maspoli

Hélène Monjarret

Chiara Mossetti (architetto, residente di Porta Palazzo)

Lara Mottola (consigliera OCT)

Matteo Nobili (fisico, residente di Porta Palazzo)

Michele Noce (operatore sociale Hub Cecchi Point)

Ivano Podestani (residente di Porta Palazzo)

Giorgio Salza

Irene Salza (insegnante, abitante di Porta Palazzo)

Chiara Sampietro

Paolo Sanna (abitante di Porta Palazzo)

Pinto Maria Angela

Carlo Salone (docente di Geografia Università di Torino)

Luciano Strasio (Circo Luce)

 

Riccardo Tavernari (professionista)

Maria Testore (residente di Porta Palazzo)

Alexis Tsoukias

Silvia Venturini (abitante di Porta Palazzo)

Ilaria Vetrano (abitante di Porta Palazzo)

Andrea Viali (fonico)

Federico Vozza

Francesca Zaltron (abitante di Porta Palazzo)

Associazione fuori di palazzo

Associazione Bizzeffe

Cohousing numero zero

Per la pace, quindi per l’Europa

Quando diciamo che il nostro primo impegno sarà quello di salvare l’Europa da chi la vuole liquidare, diciamo una cosa sacrosanta, che rischia però di essere fraintesa. Ci sono tante persone che hanno sofferto più di altre in questi anni la crisi economica e che attribuiscono all’Europa la responsabilità di questa ingiusta sofferenza. C’è chi fa coincidere l’Unione europea con il blocco di interessi liberisti che ha fatto della globalizzazione del mercato una opportunità soltanto per alcuni e una maledizione per tanti altri, oltre che per l’ambiente. Insomma: il paradosso di questo tempo è che a dire “Europa” si passi per reazionari.

Invece noi sappiamo che per questa parola passa il futuro!
Ma per renderlo chiaro non dobbiamo avere remore nello spingerci fino in fondo: noi diciamo “Europa” perché l’alternativa è la guerra in casa nostra. La guerra vera e propria, quella che ci siamo abituati a vedere in TV perché riguarda altre aree del Mondo. La guerra, come quella che divampò in Jugoslavia quando sembrava impossibile che le pretese di gruppi nazionalisti potessero degenerare in violenze tremende come quelle che poi dilagarono per tanta parte degli anni ’90. Eppure accadde. Noi sappiamo che quando la politica per governare sceglie la strada della esaltazione dell’identità nazionale, brandita contro tutti coloro che vengono presentati come un ostacolo alla piena soddisfazione dei propri bisogni, lo sfogo che giunge è la guerra. Possibile che gli oltre 11.000 morti in 4 anni di guerra sporca in Ucraina non scuotano le coscienze? Possibile che la strage di Utoya del Luglio del 2011 sia stata rimossa? Un solo neo-nazista massacrò a sangue freddo 70 giovani socialisti che si stavano formando ai valori del multiculturalismo e della laicità. La guerra nazionalista ha tante “micce”: in Jugoslavia ci furono gli ultras negli Stadi, che ricordano alcuni fatti nostrani e recenti, che rimandano alla solita saldatura tra estrema destra e criminalità organizzata, sempre serva del potere più forte. Anche la violenza contro i giornalisti oggi è una “miccia” contro la pace, perché è un attacco al pensiero critico, alla libertà democratica: non possiamo dimenticare Daphne Galizia Caruana e Jan Kuciak, assassinati a Malta e in Slovacchia (Europa!) perché le loro inchieste davano fastidio.
Noi vogliamo la pace, per questo vogliamo l’Europa: che continui ad essere quella straordinaria occasione di negoziazione permanente tra interessi diversi all’interno dei propri confini. Vogliamo la pace, per questo vogliamo l’Europa: perché sia la nostra occasione di ridurre il ricorso alla violenza nel resto del Mondo e contro la Terra. Certo vogliamo un’Europa diversa e più solidale soprattutto con chi soffre ed è per questo che abbiamo bisogno di una Europa che accetti la sfida più alta: trasformarsi in una Repubblica. Una Repubblica d’Europa per avere un solo sistema fiscale, per abolire ogni paradiso fiscale, per avere una assicurazione sociale universale per tutti i cittadini in difficoltà, per avere una unica politica estera che impedisca a USA, Cina e Russia di giocare col nostro destino come fossimo una posta in palio.
Se dovesse esserci una lista inclusiva per le prossime elezioni europee, una lista che dica di questa volontà e contenda consenso ai guerrafondai nazionalisti, sarebbe bello si chiamasse così: Repubblica d’Europa.

Davide Mattiello
Presidente Fondazione Benvenuti in Italia

 

ASGI: Illegittimo negare l’attracco in un porto sicuro

“Lanciamo un appello di impegno civile a difesa della legalità a fronte di una politica senza più legge”

Condivido e diffondo l’appello dell’ASGI:

Il nuovo anno si apre con 32 persone che, ancora una volta, attendono da molti giorni (tredici, alla data di oggi) di poter sbarcare in un porto sicuro. Al caso della Sea Watch 3 si aggiunge quello della Sea Eye, con 17 persone raccolte lo scorso 29 dicembre.

Da giuristi non possiamo quindi che denunciare, ancora una volta, l’illegittimitàdi quanto sta, nuovamente, accadendo nel Mediterraneo: il diritto di sbarco in un porto sicuro viene posto in discussione in ogni singolo episodio di salvataggio, senza considerazione alcuna per le norme.
Sono solo gli ultimi casi di uno stillicidio ormai costante in spregio del diritto e fuori da ogni inesistente “invasione”, ammontando gli sbarchi nel 2018 a poco più di 20.000.

Come associazione ribadiamo che:

il diritto internazionale del mare (Convenzione Sar sulla ricerca e il soccorso in mare ratificata dall’Italia nel 1989; Convenzione Solas sulla salvaguardia della vita umana in mare ratificata dall’Italia nel 1980 e la Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare, ratificata nel 1994, tra le altre) prevede chegli Stati e, quindi, anche le autorità italiane, abbiano l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie a che tutte le persone soccorse possano sbarcare nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro;

il rifiuto di consentire lo sbarco, in particolare a persone vulnerabili (donne e bambini, anche piccolissimi) sfuggite a torture e violenze, che oggi si trovano in permanenza prolungata su una nave in condizioni di sovraffollamento e di promiscuità e con bisogno di accesso a cure mediche e a generi di prima necessità viola inoltre le norme a tutela dei diritti umani fondamentali e sulla protezione dei rifugiati, in particolare l’art.2 (diritto alla vita) e l’art.3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione europea per i diritti dell’Uomo, oltre che il principio di non refoulement e il diritto di accedere alla procedura di asilo sanciti dalla Convenzione di Ginevra, dal diritto comunitario e dall’art.10 c.3 della Costituzione italiana.

Ci riserviamo di supportare e promuovere ogni azione giudiziaria nelle sedi competenti per ingiungere il rispetto del diritto e sanzionare le violazioni in essere e l’indebita strumentalizzazione della situazione di persone vulnerabili al fine di porre in discussione le regole di ripartizione dei richiedenti asilo nell’Unione Europea al di fuori delle sedi proprie.

Pertanto come associazione invitiamo tutti i soggetti istituzionali, al di là della loro competenza, a far sentire la loro voce anche con atti di impegno civile a favore di coloro che sono ostaggio di una politica senza più legge.

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Per adesioni all’appello, che proponiamo alla sottoscrizione di enti, associazioni e persone interessate, contattare info@asgi.it

Ufficio stampa ASGI : 3894988460


Foto Credit : Francesco Piobbichi

Lettera a Paolo Furia, candidato alle primarie del PD Piemonte

 

Caro Paolo,

abbiamo auspicato una candidatura che segnasse una discontinuità con il passato.
Un candidato giovane, ma non giovane e basta (ché abbiamo toccato con mano quanto essere giovani non sia garanzia di niente: né di onestà, né di competenza): un giovane con radici forti nel partito e nella società, tanto nella militanza politica quanto in quella sociale.
Un candidato che rappresentasse adeguatamente il “Piemonte 2” troppo spesso marginalizzato
nelle dinamiche politiche piemontesi.
Un candidato disposto a farsi carico della gestione del partito dedicandovi l’attenzione che merita e della quale c’è bisogno: non serve un segretario intermittente.
Un candidato in sintonia con l’istanza nazionale che vuole un partito capace di girare pagina rispetto all’ultima stagione: un partito capace di vincere unendo e non spaccando, che si faccia forte delle differenze, invece che liquidarle con fastidio (per quello c’è la destra!)
Tu sei quel candidato.
Ti chiediamo una attenzione speciale su tre aspetti.
Corruzione e Mafia sono due facce della stessa medaglia e sono ancora oggi uno dei fattori più importanti di disuguaglianza sociale, di violenza e di offesa alla dignità delle persone. La fuga dall’Italia di tanti giovani in gamba è anche dovuta ad un “ecosistema” zavorrato da questi fenomeni insopportabili. Non è una questione soltanto del sud! Il solo fatto che a Torino nel 1983 sia stato ucciso dalla ‘ndrangheta il capo della Procura di Torino Bruno Caccia, dovrebbe tagliare la discussione una volta per tutte. Con l’operazione Minotauro del 2011, che ha generato una dozzina di altre operazioni, fino a quella denominata “Barbarossa” di qualche mese fa, il Piemonte ha dovuto aprire gli occhi su una realtà strisciante e pervasiva. La vicenda gravissima della villa confiscata agli Assisi a San Giusto Canavese e devastata da un attentato intimidatorio nel mese di giugno è soltanto un sintomo evidente di questa realtà che non può essere relegata a problema di “guardie e ladri”: è una questione più profonda che attiene ad una certa cultura della legalità e del rispetto della uguale dignità di ogni persona. Ma a tradire questa cultura non sono soltanto i mafiosi e i loro sodali in giacca e cravatta, sono anche quelli che fanno del clientelismo la forma normale e spietata di corruzione della cosa pubblico: le inchieste aperte a Torino che riguardano la sanità e lo stesso Palazzo di Giustizia, stanno lì a dimostrarlo. Non ci possono essere arretramenti su questo punto, il che significa anche (!) investire nella formazione specifica di coloro che il partito candida come amministratori negli Enti Locali e di coloro che il partito chiama a ruoli di gestione interna. Non arretrare su questo punto significa anche scommettere sulla trasparenza interna , a cominciare dalla gestione delle tessere: basterebbe applicare le regole già fissate per impedire che le tessere diventino sinonimo di manovre improprie di accumulazione di potere, funzionali a “scalate” che nulla hanno a che fare con la dialettica democratica di un partito che ancora si definisce “comunità”. Non arretrare su questo punto significa anche stimolare una continua rigenerazione del personale politico promosso dal partito nelle competizioni elettorali, perché ossigenare i locali serve sempre a tonificare l’azione: il tetto ai mandati già previsto dal regolamento, va in questa direzione, le deroghe non possono diventare la regola!
Il 22 Novembre abbiamo celebrato i 10 anni dalla morte di Vito Scafidi per il crollo del controsoffitto della sua aula al Liceo Darwin di Rivoli. Già 10 anni! Ma non sono passati in vano: molta strada è stata fatta per rimettere al centro della agenda politica la scuola. Una scuola sicura e bella, una scuola che sappia custodire la vita e promuoverne la realizzazione attraverso la cultura. Il 22 Novembre è diventato per legge “Giornata nazionale della sicurezza nelle scuole” a partire dalla​ proposta che Davide Mattiello e Umberto D’Ottavio hanno sostenuto nella passata Legislatura. Interventi per oltre 500 milioni di euro sono stati realizzati in Piemonte in questi ultimi cinque anni grazie all’impegno della Giunta guidata da Chiamparino. La scuola (dagli asili all’Università) è la infrastruttura più importante del Paese: dobbiamo continuare a lavorare perché questa affermazione sia sempre più tradotta nella realtà. Scuole sicure ed adeguate sono altrettanti presidi di tenuta sociale e di rigenerazione economica: si, perché con la cultura si mangia eccome!
L’Europa! 5Stelle e destra tirano su consenso alimentando il rigurgito pericoloso del nazionalismo, noi sappiamo che il futuro migliore passa soltanto attraverso una Europa unita e democratica che abbia la capacità di trasformare il più effervescente mercato del Mondo in una altrettanto effervescente res-pubblica in grado di rinegoziare le regole del capitalismo globale, rimettendo al centro la dignità del lavoro. Chiuderci in casa ci farà soltanto morire malamente. Il Piemonte ha una vocazione speciale quando si parla di Europa: è il cuore euro-mediterraneo per eccellenza. Il Piemonte è al tempo stesso terra di confini e quindi di passaggi e terra che alimenta capacità culturali ed imprenditoriali che si riverberano in tutta Europa: vale tanto per la tradizione manifatturiera, quanto per la qualità delle Università e delle produzioni alimentari. Facciamo del Piemonte una leva che aiuti l’Italia a tornare ad essere protagonista di questo futuro di pace e di integrazione, protagonista dell’Europa !
Si racconta che attorno alla metà dell’800 i mastri cioccolatieri piemontesi fossero a corto di cacao a causa dell’embargo imposto dai francesi alle navi inglesi. Epperò ai piemontesi il cioccolato piaceva assai e non erano disposti ad arrendersi. Dovendo fare di necessità virtù ad alcuni di quei maestri venne una idea geniale: mescolare il cacao con la pasta ricavata dalla nocciola dolce del Piemonte. Nacque così la pasta di Gianduja e da quella i Giandujotti: una straordinaria manifestazione di resilienza!
Di fronte alle sfide che abbiamo davanti abbiamo bisogno di quella stessa capacità di resilienza
creativa che non si arrocca impaurita ma inventa l’inaudito.
Avanti, caro Paolo!

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Davide Mattiello
Diego Sarno
Riccardo Brezza
Andrea Sacco
Elena Lumetta
Claudio Bethaz
Fabio Piazza
Leonardo idili
Marina Formento
Mimmo Vitale
Luigi Bertolotti
Antonio Pontari
Tony Damouni
Roberto Camandona
Alda Bellato
Lina Lotesto
Lionel Lingua
Daniele Volpatto
Natascia Molino
Alice De Ambrogi
Emanuele Vitale
Donato Migliori
Claudio Melis
Lucia Ferrante
Leo Di Crescenzo
Tommaso Rettegno
Enzo Cascini
Simone Marchiori
Marco Stranisci

#22novembre2018: un giardino per Vito

Torino avrà un Giardino dedicato a Vito Scafidi!

Appuntamento il 22 novembre alle 9,30 davanti al Primo Liceo Artistico. Marceremo fino in piazza Chiaves dove inaugureremo un giardino per Vito

Il 22 novembre di dieci anni fa al liceo Darwin di Rivoli crollava un controsoffitto. Sotto le macerie, calcinacci e tubi di ghisa abbandonati per anni là sopra restava Vito Scafidi, un giovane di appena 17 anni.

Da allora Vito è diventato il simbolo della cultura della sicurezza. Un percorso che abbiamo accompagnato per anni, insieme alla sua famiglia. Il 22 di novembre è diventata “Giornata Nazionale per la sicurezza nelle scuole”, un giorno per ricordare, ragionare e agire affinchè le scuole siano luoghi sicuri.

Dalla polvere sollevata da quel crollo, quindi, è nata una nuova consapevolezza. Una consapevolezza che abbiamo seminato e fatto crescere negli scorsi anni.

Il 22 novembre 2018 a Torino celebreremo la Giornata Nazionale per la sicurezza nelle scuole con l’intitolazione di un giardino che porterà il nome di Vito Scafidi. Un giardino, un luogo bello e di vita, come  vogliamo sia la scuola: bella e sicura, dove costruire il proprio futuro.

Ti aspettiamo alle 9,30 davanti al Primo Liceo Artistico in via Giulio Carcano 31, a Torino. Marceremo insieme fino in Piazza Chiaves, dove sarà inaugurato un giardino per Vito.

#lascuolasicura